Mondrian al Kunstmuseum Wolfsburg

Piet Mondrian, con le sue ossessioni per le campiture piatte e i colori fondamentali, rigorosamente separati da rigide righe ortogonali di colore nero, è un punto di riferimento della cultura “puritana” del secolo scorso. Certo, le immagini in circolazione non rendono giustizia a questo autore dato che le figurine pubblicate dai libri di testo fanno pensare a una precisione esecutiva che le opere dal vivo ripudiano fin da un primo sguardo: le tracce sono slabbrate, le righe sono tremolanti, la precisione meccanica è del tutto assente, nel senso che il principio  e l’assunto del pensiero stanno sì alla base di un rigoroso processo progettuale, ma per venire poi traditi da una esecuzione che a buona ragione possiamo ritenere compendiaria, ovvero incerta.

Installation of the work Piet Mondrian, Compositie met rood, geel en blauw, 1927, Öl auf Leinwand, 40 x 52 cm, Kröller-Müller Museum, Otterlo. Photo: Marek Kruszewski

È indubbio però il rigore e l’influenza che il credo del Neoplasticismo ha avuto su tutta la cultura del Novecento, dal Costruttivismo fino alle architetture del razionalismo e alle più vacue correnti astratto-geometriche, tanto che possiamo porci la domanda: Le Corbusier, quando ha pensato all’Unité d’Habitation (con le sue pareti regolari ma giocate su schemi cromatici), aveva forse in mente un quadro di Mondrian o vi ha fatto in qualche modo esplicito riferimento? Ora, una mostra, curata da Andreas Beitin assieme a Elena Engelbrechter, con la collaborazione di Carla Wiggering, per il Kunstmuseum Wolfswburg, rende omaggio alla portata culturale del suo lavoro e ai flussi che ne sono seguiti. Tra una pittura di Mondrian degli anni Venti (quando la spinta ottimistica e rigeneratrice delle avanguardie si andava arenando sulle secche del realismo e della reazione politica che si stava per affermare in Europa e che condusse perfino alla chiusura del Bauhaus) e un vestito firmato da Yves Saint Laurent (“Mondrian Cocktail Dress” 1966) che gli rende omaggio, passa quasi mezzo secolo e nel frattempo l’autore, il maestro di origini olandesi, era morto da ormai ventidue anni.

Installation view Re-Inventing Piet. Mondrian and the Consequences (March, 11 – July, 16, 2023). Photo: Marek Kruszewski, courtesy Kunstmuseum Wolfsburg. Work on display: Remy Jungerman, Guardian Havana, 2009, cotton, coconut, shelves, photo prints, bottles, gin glasses, wood, 250 x 500 x 30 cm, Courtesy der Künstler und Galerie Ron Mandos, Amsterdam, © Remy Jungerman

Il che vale a dire: ci vuole del tempo prima che il linguaggio e le motivazioni degli autori del gruppo De Stijl abbiano potuto consolidarsi; ma è poi davvero così? Oggi un giovane di vent’anni conosce davvero il credo e i postulati di Mondrian? E se poi questo giovane invece di essere uno studente di un liceo artistico della città di Milano fosse uno studente giapponese o cinese avrebbe qualche punto di conoscenza in più o in meno? Come dire, nella testa delle generazioni che si affacciano alla svolta del nuovo millennio le esternazioni di Philip Dick e di Banana Yoshimoto, i Manga e i fumetti hanno forse preso il posto della storia grande? Pensieri e considerazioni quasi del tutto inutili. Veniamo piuttosto alla mostra e al suo substrato profondo.

Installation view Re-Inventing Piet. Mondrian and the Consequences (March, 11 – July, 16, 2023). Photo: Marek Kruszewski, courtesy Kunstmuseum Wolfsburg. Works on display: Yves Saint Laurent,“Cocktail dress, Homage to Piet Mondrian”, Autumn-Winter 1965, haute couture collection,
© Yves Saint Laurent
Yves Saint Laurent, Mondrian Cocktail dress (draft for Françoise Giroud), 1965 © Yves Saint Laurent

L’idea di base è che un messaggio formale possa diventare segno collettivo, riconoscibile e comprensibile, al pari di una bottiglietta della Coca-Cola, il che mi lascia un poco perplesso: la bottiglietta della Coca-Cola è un qualcosa che si stappa per berne il contenuto, mentre un abito sulla falsariga delle sagome ortogonali di Mondrian è sì riconoscibile, ma di certo non ne spiega il senso originario. Possiamo cogliere di sfuggita il senso di una composizione basata sul principio di una geometria elementare, di una sorta di cardo e decumano della visione, ma possiamo davvero comprendere in quale modo il radicalismo che si celava dietro quella sintesi nascondesse la presunzione di rinnovare l’intera società occidentale, in un senso di palingenesi non solo pittorica ma anche architettonica? I sodali stanno sui libri di storia dell’arte e portano i nomi di Theo van Doesburg, Gerrit Rietveld, Bart van der Leck, J.J. Pieter Oud. Un sodalizio che incontrò varie difficoltà, attriti e litigi, tanto che una linea inclinata di van Doesburg provocò la rottura tra Mondrian e il suddetto. Storie di ordinaria rivoluzione o di gelosie ideologiche, potremmo dire oggi, con il senno di poi.

Installation view Re-Inventing Piet. Mondrian and the Consequences (March, 11 – July, 16, 2023). Photo: Marek Kruszewski, courtesy Kunstmuseum Wolfsburg

A parte lo stupendo abito di Saint Laurent, nel percorso espositivo non mancano altri esempi di successive contaminazioni: vere e proprie chicche di una cifra stilistica che indica una persistenza della memoria, come in un incubo surrealista, in una sequenza di circa centoventi reperti. Si va dagli stivali di Sylvie Fleury (del 1992, citazione della civiltà delle merci e della loro esuberanza) alla “134 Composition with Yellow and Blue” del 1996 di Tom Sachs, una vera e propria replica di un quadro di Mondrian (un po’ sulla falsariga delle modalità di Mike Bidlo?), ma quello che in questo caso cambia è il supporto: Mondrian dipingeva su tela, mentre questo lavoro è su supporto di legno!

Ndidi Emefiele, Splash, 2017, acrylic, printed paper, CD, textile applications on canvas, 150 x 210 cm, Valeria and Gregorio Napoleone Collection, London, New York, Milan, © Ndidi Emefiele, photo courtesy Gallery Rosenfeld, London

Inoltre lo spirito di Mondrian aleggia anche nelle opere di Remy Jungerman (“Guardian Havana” del 2009), dove lo schema ortogonale funge da espositore sul quale agganciare delle mensole o nell’opera concettuale di Joseph Kosuth e in quella più dissacrante di Iván Argote, fino ad arrivare allo slip in salsa etnica dipinto da Ndidi Emefiele. E così via. Quello che bisogna comprendere è che tutti questi esempi qui forniti non indicano un flusso del pensiero, una continuità della poetica linguistica o la radice che ha continuato il suo sviluppo, ma solo una citazione momentanea, una trovata formale da ricondurre in un contesto del tutto provvisorio. E l’abito di Saint Laurent ne è la prova lampante, visto che nessuno oggi indossa un abito di quella foggia, con quel tessuto, con quella decorazione, dal momento che una collezione di abiti dopo essere sfilata sulla passerella viene dimenticata sei mesi dopo da una successiva ondata di novità.

Sylvie Fleury, Mondrian Boots, 1992,boots, installation, dimensions variable,
FER Collection,© Sylvie Fleury,photo: Ursula Engler

Questa mostra diviene, quindi, uno spunto non solo per una riflessione profonda sulle radici del Novecento in Occidente, ma anche una costruzione di curiosità e di antinomie, una raccolta di citazioni e di riferimenti, un gioco di analogie e di spunti visivi che talvolta lasciano perfino basiti, come nel caso dell’allestimento ambientale “Pier and Ocean”, opera a quattro mani del 2014, un vero e proprio omaggio a Mondrian, firmato da François Morellet e Tadashi Kawamata e i cui sviluppi formali (al di là della volontà dichiarata nel titolo) rimangono incerti. Questa mostra, molto articolata e curiosa, avrà una tappa successiva al Wilhelm Hack Museum di Ludwigshafen, dal 9 settembre 2023 al 7 gennaio 2024.

Roberto Vidali

Info:

A.A.VV., Re-Inventing Piet (Mondrian und die Folfgen)
11/03 – 16/07/2023
Kunstmuseum Wolfsburg
Hollerplatz 1
38440 Wolfsburg
+49 (0)5361 26690
info@kunstmuseum.de
kunstmuseum.de


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