Sergio Vacchi. Mondi Paralleli

Sergio Vacchi (Castenaso, 1925 – Grotti, 2016) era un personaggio eccentrico, compulsivo, visionario e controverso che per tutta la sua carriera scelse di rimanere estraneo alle dinamiche del sistema dell’arte e agli schieramenti ideologici in cui militavano critici e artisti per seguire la propria personalissima indole creativa.  Nonostante fosse autodidatta, ottenne l’apprezzamento di critici influenti come Arcangeli e Crispolti e il sostegno di una particolare fascia di collezionisti più legati al cinema che alle gallerie, come Sofia Loren e Carlo Ponti che negli anni Sessanta acquistarono ben 110 suoi quadri. Formatosi a Bologna su suggestioni picassiane e cezanniane, aderì alla temperie dell’Informale per poi trasferirsi a Roma nel 1959, dove rimase per quasi quarant’anni prima di ritirarsi nel castello di Grotti vicino a Siena.

Con la mostra Mondi Paralleli a Palazzo Fava, la più completa personale sinora dedicatagli a cura di Marco Meneguzzo per Genus Bononiae. Musei nella Città, Bologna rende omaggio al Maestro ripercorrendo le tappe salienti della sua vicenda artistica e proponendo un’originale rilettura del suo lavoro che evidenzia, al di là di ogni storicizzazione, la straordinaria attualità della sua pittura.  La selezione dei dipinti esposti tende a ridimensionare l’adesione di Vacchi al movimento Informale a cui viene solitamente associato per considerarla come una fase transitoria di una poetica votata alla contaminazione che di ogni linguaggio introietta e reinterpreta suggerimenti espressivi poi amalgamati in una nuova coerenza stilistica.

Uno dei fili conduttori più evidenti della sua produzione è il gigantismo delle tele con cui si cimenta (fatto abbastanza inusuale) anche nelle prove giovanili. La grande dimensione del piano pittorico trasforma il dipinto in una scena che assorbe lo spettatore in senso quasi cinematografico invitandolo a immedesimarsi nella narrazione, di volta in volta astratta, materica o assurdamente figurativa, che il colore orchestra davanti ai suoi occhi. Guardando un dipinto di Vacchi ci si trova immersi in un sogno popolato da enigmatiche presenze che ibridano rielaborazioni del repertorio simbolico occidentale, suggestioni tratte dalla sua storia privata e allusioni ai protagonisti della scena culturale e artistica internazionale che ammira. La realtà viene distorta e riproposta in una versione degradata dove ogni elemento mantiene la propria riconoscibilità ma perde la sua logica di funzionamento per diventare ingranaggio scompaginato di una visione onirica che ci è dato cogliere solo per frammenti. La coerenza dell’insieme è affidata all’eloquenza del colore che s’incarica di trasmettere l’atmosfera della situazione raffigurata e di fare da legante tra i suoi brandelli centrifughi. Vacchi utilizza una gamma cromatica preziosa, intessuta di riflessi madreperlacei, fosforescenze, luccichii metallici, raffinatezze purpuree e gradazioni violacee che diversificano le varianti di ogni ciclo pittorico, ossessivamente ripreso anche a distanza di anni. La nebbia grigia che avvolge le sue scene quindi è il segnale d’ingresso in una dimensione altra, un mondo parallelo e magico in cui l’uomo è in balia del proprio disorientamento esistenziale, solo ma confortato dalla consapevolezza che le proprie fragilità lo affratellano agli altri suoi simili.

Nel corso del tempo lo stile di Vacchi si evolve, passa dalla scomposizione geometrica del visibile degli anni ’40 al ribaltamento in primo piano della vitalità della carne macerata del decennio successivo, arginata negli anni ’60 da un contorno netto, presupposto della nuova profondità di campo che gli permette di congegnare scene complesse in cui si raccordano più piani spaziali tra loro tecnicamente incongruenti. E proprio questa dimensione onirica viene enfatizzata dalla mostra di Bologna come il tratto più significativo della poetica dell’artista, che riuscì a precorrere le ansie del postmoderno immaginando inquietanti ambientazioni alla Blade Runner quando la cultura visiva non aveva ancora sentore dell’imminenza dell’era post-umana. Gli incubi privati di Vacchi si possono quindi leggere come profetiche anticipazioni dell’ubiquità ipertecnologica dei nostri tempi e dell’alienazione dell’individuo abbandonato a sé stesso nel labirintico flusso di immagini costantemente rilasciate dalla rete internet senza gerarchie temporali e di valore. Ogni elemento della pittura di Vacchi infatti si annida nella materia pittorica senza alcun riferimento consequenziale e dimensionale, è un indizio che rimanda a un coacervo di suggestioni solo provvisoriamente impaginate in una scena sempre disponibile ad accogliere nuove apparizioni.

Se le grandi pitture appaiono come un campo aperto di possibilità mai esaustive, l’attitudine analitica dell’artista si esprime in un’affollata galleria di ritratti in cui alterna il proprio volto alla ripetizione quasi maniacale di certi soggetti, come Francis Bacon, Picasso, Proust, Greta Garbo e Marlene Dietrich. In questo caso l’immagine di partenza sembra provenire dalle sembianze ufficiali diffuse dai rotocalchi trasformate in maschere grottesche da un tic o da una smorfia che rivelano l’affezione e il punto di vista di Vacchi. Icone narrative forse memori della figuratività emblematica dei cosiddetti artisti di Piazza del Popolo che Vacchi conobbe al suo trasferimento a Roma quando nella capitale imperversava la pop art, sono corredate da attitudini e oggetti-attributo che inchiodano la persona al personaggio. Allo stesso modo le decine di autoritratti con cui il pittore incessantemente scandaglia la propria immagine presentano una variegata carrellata di ossessioni rese tangibili dagli oggetti di scena che concentrano l’attenzione su dettagli sempre diversi della sua vicenda personale e artistica.

Info:

Sergio Vacchi. Mondi Paralleli
a cura di Marco Meneguzzo
28 settembre – 25 novembre 2018
Orari: da martedì a domenica ore 10-19
Palazzo Fava
Via Manzoni 2 Bologna

Sergio Vacchi, Il trono organico, 1964, olio, smalto e colori metallici su tela

Sergio Vacchi, La piscina, 1973, smalto e colori metallici su tela

Sergio Vacchi, Pablo Picasso rincorre Greta Garbo, 2003, smalto e colori metallici su tela

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