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Guy Mees e Adelaide Cioni. Shape, color, taste, so...

Guy Mees e Adelaide Cioni. Shape, color, taste, sound and smell

Alla galleria P420 di Bologna la mostra Shape, color, taste, sound and smell a cura di Cecilia Canziani è concepita come giustapposizione di due monografiche indipendenti dallo stesso titolo, una dedicata a un corpus di lavori del belga Guy Mees (Mecheln, 1935 – Anversa, 2003), l’altra incentrata sulla produzione recente dell’italiana Adelaide Cioni (Bologna, 1976). La doppia esposizione, emblematica del costante impegno della galleria nel valorizzare e riscoprire maestri internazionali del recente passato non ancora adeguatamente conosciuti in Italia sostenendo in parallelo la ricerca di giovani impegnati nel rileggere in chiave contemporanea i media tradizionali, evidenzia come gli esiti creativi di artisti così diversi per generazione, provenienza geografica e intenti possa essere affine.

Sia Mess che Cioni si presentano come pittori in modo eterodosso: entrambi utilizzano i supporti tipici di questa disciplina, rispettivamente la tela e la carta, per liberarli dalla loro funzione ausiliaria e trasformarli in corpo ed essenza; ambedue estremamente sensibili nel rilevare e accostare gamme cromatiche raffinate e per nulla scontate, neutralizzano l’irripetibilità del gesto pittorico in una scelta chirurgica di superfici colorate sulle quali intervenire in accezione scultorea ritagliando, sovrapponendo, piegando e incollando. Come si può intuire da queste primi indizi, i due artisti sono accomunati da una concezione della pittura intesa come pura presenza del colore in relazione allo spazio espositivo e alla fisicità dello spettatore. Attraverso forme semplici ma precise (indifferentemente astratte o prelevate dal reale) la pittura, svincolata dal supporto, dal significato e dalla narrazione esplora le proprie possibilità di autonomia precisandosi come materia e come oggetto. Con la complicità dello spazio ampio e immacolato della galleria, le sagome create dai due artisti si espandono nell’ambiente fino a rivelare un’ambizione architettonica e totalizzante che sfida quasi con sfrontatezza la vertigine e l’horror vacui nonostante una altrettanto ostentata fragilità costitutiva. I brani di colore che i due artisti sospendono alle pareti, effimeri e monumentali al tempo stesso, coniugano la loro inattaccabile evidenza come dati di fatto quasi asettici con un’essenza pervasiva che raggiunge lo spettatore attraversando la delicata regione intermedia dove la coscienza trapassa nell’inconscio.

Come sottolinea il titolo della mostra, tratto da uno scritto del regista teatrale Wim Meuwissen rielaborato a più mani in cui Mees riconosceva i tratti essenziali della sua poetica come se fosse una sorta di manifesto, la pittura è un’entità adamantina e autosufficiente, ma può esprimere la sua esistenza solo nelle percezioni sensoriali di chi vi si accosta. Seduttiva e respingente proprio a causa di quest’ossimoro di fondo, vive in una condizione di perenne transizione tra il reale e l’immaginario, tra l’illusione e l’inconfutabilità, tra l’emozione e la razionalità. I lavori dei due artisti, abilmente congegnati per resistere a ogni fuorviante processo di interpretazione, sono invece progettati per fare da tramite tra lo spazio oggettivo e misurabile che le opere e i visitatori occupano con il loro ingombro fisico e il regno luminoso e immateriale dove vivono i colori, le forme archetipiche non ancora rese statiche dall’individuazione e le nostre più istintive proiezioni mentali.

La prima sala della mostra accoglie opere recenti di Adelaide Cioni in lana, flanella, stoffa e acrilico su carta appartenenti alle serie Go Easy on Me iniziata nel 2017 e Secondary Images (2019). Nella prima l’artista ritaglia e cuce sulla tela sagome di tessuto leggermente peloso in modo da suggerire le immagini stilizzate e bidimensionali di gelati da passeggio ingigantiti e provocatoriamente ingenui. Questi oggetti, inspiegabilmente ammalianti nella loro semplicità e ironicamente contraddittori nell’evocare l’estate attraverso materiali che proteggono dal freddo, chiariscono come Cioni consideri il colore una materia (o meglio una cosa, come precisa il testo critico di Cecilia Canziani) e le immagini come infinite variazioni di un catalogo di forme individuate da brani cromatici delimitati da un gesto che nel suo caso è più scultoreo che pittorico. In Secondary Images la riduzione ai minimi termini del referente si fa ancora più radicale: in questa serie l’artista presenta non più forme ma pattern minimali, come un cerchio, una scacchiera o una serie di ovali di grandezza scalare. Anch’essi realizzati con la stessa tecnica che sembra voler dichiarare superflua ogni specificità autoriale, dimostrano come l’iconica semplicità del linguaggio di Cioni racchiuda un pensiero raffinatissimo capace di conciliare antiche sottigliezze cromatiche con un integerrimo approccio concettuale.

La seconda stanza della mostra è invece dedicata alla serie Verloren Ruimte (Spazio Perduto) che Guy Mees realizzò tra la seconda metà degli anni Ottanta e gli anni Novanta: come Adelaide Cioni anche il maestro belga fa esperienza della pittura mediante ritagli di superfici già colorate – nel suo caso carte veline, fogli di acetato e pizzo – che vengono installati direttamente sulla parete. In questi lavori la ricerca dell’essenziale si concretizza in una perfetta coincidenza di forma, colore e contenuto che nel loro insieme formano un’entità quintessenziale. La disposizione nello spazio di pochi e calibrati accenni cromatici induce lo spettatore a sentirsi circondato da una pittura che misteriosamente acquisisce intensità man mano che si fa diradata e sparsa. Con la naturale grazia di una danza (non a caso Mees aveva intitolato Imaginair Ballet la composizione più articolata esposta in questa mostra) le sottilissime strisce di carta che sfiorano la parete disegnano il proprio raggio d’azione galvanizzando lo spazio attorno a sé. In qualche modo eredi della visionaria purezza dei costumi teatrali delle avanguardie storiche ma privi di ingombri ideologici e funzionali, questi lacerti di campiture fendono il vuoto individuandone gli insospettabili interstizi e invitando lo sguardo e la mente dello spettatore a penetrarvi per farsi esso stesso colore e forma. La ricerca di Mees, volta a rintracciare le unità minime e indivisibili del linguaggio pittorico per esplorarne le infinite variazioni combinatorie, riesce a far convivere una sperimentazione concettualmente rigorosa con una naturale propensione per la leggerezza e per il gioco che rende coinvolgenti i suoi lavori al di là di ogni tentativo di riflessione critica.

Info:

Guy Mees e Adelaide Cioni. Shape, color, taste, sound and smell
a cura di Cecilia Canziani
12 aprile – 01 giugno 2019
P420
Via Azzo Gardino 9 Bologna

Guy Mees e Adelaide Cioni. Shape, color, taste, sound and smell

For all images: Guy Mees e Adelaide Cioni. Shape, color, taste, sound and smell. Installation view at P420 Bologna

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