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Stefano Graziani. Foto senza interpretazioni preco...

Stefano Graziani. Foto senza interpretazioni preconcette

Stefano Graziani vive a Trieste, ha studiato architettura allo Iuav di Venezia, insegna al Master in Photography Iuav a Venezia, al Naba di Milano e alla Freie Universität Bozen. Il primo suo libro pubblicato è Taxonomies, a+mbookstore, Milano 2007.

Tu sei fotografo per vocazione, per sogno o per volontà espressiva? 
Direi per sogno. Penso che la fotografia sia un linguaggio sufficientemente ambiguo per continuare a generare contraddizioni e domande. La critica spesso tiene molto alle differenze che si infiltrano tra  l’usare il mezzo fotografico e fare (od essere) fotografo. Per questo alcuni anni fa ho pensato fosse importante curare e tradurre gli scritti di Jeff Wall (Jeff Wall. Gestus. Scritti sull’arte e la fotografia, Quodlibet 2013).

Il tuo istinto è quello di lavorare sulla tassonomia; che cosa distingue il  tuo lavoro da quello di Bernd & Hilla Becher?
Taxonomies è il titolo del mio primo lavoro, direi che inconsciamente mi sono avvicinato a collezioni di oggetti ordinati, classificati secondo precisi criteri. La tassonomia ordina, e ho sempre pensato fosse importante tentare un nuovo ordine temporaneo, al di fuori dei criteri della sistematica. Temporaneo perché nei lavori che ho fatto è quasi sempre possibile sapere quello che stiamo guardando. L’ordine, letteralmente la sequenza, in cui lo vediamo non c’entra niente con la sistematica. Istintivamente ho sempre lavorato sull’ordine cercando un punto minimo di scarto che potesse negarlo e possibilmente generare senso.

Il tuo modo di procedere è un togliere più che un aggiungere: sei quasi un fotografo minimalista. Che cosa intendi con il voler eliminare le sovrainterpretazioni?
Penso che riuscire a togliere sia sempre una questione con la quale è difficile confrontarsi: ha a che fare soprattutto con la forma, questo è molto interessante. Per sovrainterpretazioni non so bene. I lavori sono sempre generati da una serie di pensieri, quanto più stratificati tanto più articolati possono essere i lavori, chiamiamolo un equilibrio tra pensiero e produzione dell’opera. Riprodurre e costruire un pensiero nell’opera credo sia la più interessante delle possibilità che abbiamo. Per fare un esempio, ultimamente ho avuto l’impressione di essere all’interno di una mente pensante quando ho visto il lavoro di John Armleder al Museion di Bolzano.

Perciò il tuo lavoro possiamo definirlo una specie di sfida alla riproduzione fotografica…
La fotografia non può che documentare, perché direi che sia molto difficile fotografare l’invisibile. Allo stesso tempo documenta la posizione dell’autore; da dove guardiamo le cose. Mi interessa di sicuro il fotografico e la possibilità che abbiamo di documentare le idee.

Thomas Struth e Jeff Wall abitualmente producono immagini di grande formato; le tue opere sono tutte di medio e piccolo formato: la tua è una scelta o una necessità?
Penso che ogni fotografia abbia una scala propria, una propria necessità di ingrandimento. Autori come Jeff Wall e Thomas Struth sono sicuramente celebri per i loro lavori di maggiori dimensioni però entrambi hanno una notevole produzione di fotografie di formato piccolo e medio. Senza riuscirci ho sempre pensato di poter fare poche fotografie, questo mi ha spinto verso una precisa dimensione di stampa. Devo dire che trovo molto interessante sperimentare sulle dimensioni grandi e su questo sto iniziando nuovi progetti.

Tu sei uno dei pochi giovani italiani che sia riuscito ad approdare da Emilio Mazzoli: che cosa puoi dirci di questo incontro e di questa collaborazione?
È stato innanzitutto un incontro con una persona. Da Emilio Mazzoli ho imparato moltissimo e lavorando con lui ho potuto produrre diversi libri e fare delle mostre. Nella sua galleria ho fatto due mostre personali nel 2009 e nel 2016 e una collettiva nel 2013.

Recentemente hai tenuto una mostra a Milano, in collaborazione con la Fondazione Prada: come hai vissuto questa esperienza?
La mostra Questioning Pictures è stato un progetto abbastanza grande, curato da Francesco Zanot con un allestimento dello studio Office KGDVS con il quale avevo già collaborato, e credo sia importante sottolineare che alcuni dei lavori in mostra siano entrati nella collezione. La fondazione Prada penso sia una delle istituzioni per l’arte più interessanti. Il progetto è nato da un invito e si è sviluppato   attraverso un dialogo costante con i curatori. Questioning Pictures è un progetto su alcune collezioni e sulla possibilità che abbiamo di entrare in dialogo e costruirne una critica.

Progetti per il futuro?
In marzo avrò una mostra a Tokyo. Si tratta di una collaborazione con lo studio di architetti Christ&Gantenbein di Basel; la mostra si sposterà in Corea e poi Svizzera. Ci saranno tre nuovi libri, con editori diversi, uno su Palazzo Abatellis con Humboldt books curato da Cloe Piccoli, e alcuni progetti che per scaramanzia non nomino. Inoltre vorrei riuscire a ingrandire il mio studio.

Stefano Graziani, Nature Morte with tropical fruits (Vang, Sweden), 2016, c-print, ph courtesy Galleria Mazzoli, Modena e l’artista

Stefano Graziani, Natura morta with apples and pears, 2016, c-print, ph courtesy Galleria Mazzoli, Modena e l’artista

Stefano Graziani, Replica of Partenone Frieze_Haus Rufer (1922), Adolf Loos, Wien, 2013, c-print, ph courtesy Galleria Mazzoli, Modena e l’artista

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