Studio visit #6: Adrian Paci

Erika Lacava: Nella sua personale esperienza, i luoghi in cui ha prodotto sono stati determinanti per le opere?
Adrian Paci: Ho iniziato la mia esperienza d’artista attraverso la pittura, tecnica che si appoggia a un cavalletto e che quindi è legata a un luogo fisso, spesso chiuso. A Scutari lavoravo nello studio di mio padre, pittore scomparso quando io avevo solo sei anni. È a Milano che ho iniziato a lavorare con altri media, video, fotografia e installazione. Il luogo della produzione del lavoro si è diversificato e lo studio da quel momento per me può essere ovunque. Lo studio non è solo un luogo statico in cui posso isolarmi dal mondo, e in quanto tale è meno determinante per il mio lavoro. La mia opera oggi nasce nel contesto e negli incontri specifici. I luoghi entrano a far parte del mio lavoro nel modo in cui spazi, persone e situazioni sono spesso la condizione necessaria dell’opera.

E.L.: Da quando è arrivato a Milano, quanti studi ha cambiato e in che modo si è rapportato con essi?
A.P.: Sono arrivato a Milano nel 1992 con una borsa di studio dell’Istituto Beato Angelico in cui ho frequentato un corso post laurea. In quel periodo il mio studio era quello interno alla scuola. Quando sono tornato a Milano, nel ‘97, la mia esigenza primaria era lo spazio abitativo, che usavo anche come luogo per dipingere. Poi ho iniziato a lavorare con il video. In studio c’è un dialogo serrato con la tela, il supporto, ma nel momento in cui ho cambiato tipologia di opere è diventato importante l’incontro da cui nasceva il lavoro. Si tratta sempre di un incontro inatteso. Il lavoro vive in questa tensione, in questa non determinazione del luogo. Nel mio lavoro è entrata una fluidità maggiore tra il tempo della vita e il tempo del lavoro, che poi ha determinato a sua volta anche la scelta degli spazi. La dimensione dello studio è diventata più nomade di pari passo con le mie esigenze. Per esempio, anche se vivevo a Milano, sono tornato spesso a fare dei lavori in Albania, o in Inghilterra o negli Stati Uniti. Al contrario, nel 2007 ho avuto la necessità di avere uno spazio per preparare dipinti di grandi dimensioni per una mostra alla galleria Peter Blum di New York. Così ho trovato un grande spazio, a metà tra cascina e officina, a Stezzano, vicino Bergamo. Insieme a un mio ex studente e amico, Giovanni De Lazzari, abbiamo praticato l’abitudine quotidiana della pittura, una pratica molto piacevole tra il lavoro, il mangiare e bere, discutere insieme, ascoltare musica, poesia e guardare dei film. Insieme a Giovanni e Emma Ciceri, un’altra ex studentessa oggi artista, ho tenuto per anni questo studio, che è diventata anche la scenografia per una Via Crucis, ora esposta nella chiesa di San Bartolomeo a Milano. Con il tempo è diventato difficile gestire la distanza tra casa e studio; così dall’anno scorso ho preso uno studio in zona Lambrate che condivido con una bravissima pittrice, Iva Lulashi.

E.L.: Video-artista, fotografo, pittore, scultore. Cosa c’è oggi nello studio di Adrian Paci?
A.P.: Lo studio per me è rimasto un luogo dedicato alla pittura. I video li realizzo altrove, spesso in collaborazione con degli studi specializzati. Cosa c’è nel mio studio? Libri, divani, sedie, quadri, colori. Un archivio e un magazzino. Il mio studio ha una dimensione modesta, che mi appartiene anche nel lavoro. Non amo molto la monumentalità, l’appariscenza e lo spettacolo. Non ho bisogno di uno spazio enorme in cui stanziare e ricevere ispirazione perché l’ispirazione mi può arrivare da qualsiasi cosa: dagli incontri, dai film, dalle immagini che vedo dal cellulare, dalla vita che ci circonda. Non ho l’attitudine dello studio come luogo del ritiro mistico dell’artista e non lo vedo neanche come uno showroom di rappresentanza. Per me è un luogo di lavoro, necessario e circoscritto, diversamente, per esempio, dal luogo di condivisione che è invece l’Art House in Albania, dove anche il progetto architettonico coincide con l’utilizzo dello spazio.

E.L.: Recentemente ha ideato per la Fondazione Pini un format per ospitare sui social una mostra virtuale di giovani artisti. Il lavoro con i giovani artisti è una delle sue costanti, a partire dalla residenza Art House School. Come vive questo rapporto?
A.P.: Per me il rapporto con i giovani artisti è fisiologico. È una relazione che richiede impegno e generosità, ma che allo stesso tempo mi restituisce molto, mi nutre. Non si tratta di didattica in senso stretto, anche se in Italia io rivesto un ruolo ufficiale in quanto insegnante. Per educazione intendo un processo che non deve riempire un contenitore vuoto: l’educazione cerca di scoprire e stimolare la potenzialità dello studente e non affermare l’autorità, è una relazione d’amore, non solo tra studente e docente, ma soprattutto verso quel terzo elemento tra loro, che è il sapere stesso. A Scutari abbiamo da poco attivato un programma di traduzione di testi teorici di pensatori internazionali da rendere disponibili in albanese perché il sapere non può essere una proprietà, va fatto circolare. Il sapere va accolto e anche messo in discussione. L’Art House School è fondata sullo stesso principio: non ci sono studenti e professori, ma c’è uno scambio tra artisti, tra chi ha più e chi ha meno esperienza, o un’esperienza diversa. Giovani e meno giovani si nutrono a vicenda e si mettono in discussione reciprocamente.

E.L.: Da ospitante a ospitato. Come vive la sua partecipazione alle residenze?
A.P.: Non si va nelle residenze per confermare e celebrare il luogo in sé, ma perché all’interno di quello spazio hai trovato qualcos’altro. Quello che conta non è l’affermazione del luogo o storia o volto o corpo specifico, ma la scoperta dell’alterità che questi hanno. Come per il recinto circondato di alberi del video “Inside the circle” realizzato nella residenza Rave-East Village di Tiziana ed Isabella Pers: per me non era più semplicemente semplicemente la regione Friuli Venezia Giulia, non era un luogo specifico da descrivere, ma era diventato altro. L’ho subito visto trasfigurato in un luogo primordiale, una specie di giardino dell’Eden. I luoghi, così come le storie, insieme alla loro contingenza sono portatori di altro: la loro potenzialità va esaltata per diventare altrove.

Adrian Paci (nato a Scutari, Albania, nel 1969) ha studiato pittura nell’Accademia di Belle Arti di Tirana. Nel 1997 si è spostato a Milano dove vive e lavora. Durante la sua carriera artistica ha avuto mostre personali nelle varie istituzioni internazionali come Kunsthalle Krems (2019); MAC, Musée d’Art Contemporain de Montréal (2014); PAC, Milano (2014); Jeu de Paume, Paris (2013); Kunsthaus Zurich (2010); MoMA PS1, New York (2006) and Contemporary Arts Museum, Houston (2005). Tra le varie mostre collettive, i lavori di Adrian Paci sono stati esposti nella 14esima Biennale di Architettura – La Biennale di Venezia (2014); nella 48esima e nella 51esima edizione della Mostra Internazionale – La Biennale di Venezia (rispettivamente nel 1999 e 2005); nella 15esima Biennale di Sydney (2006); nella 15esima Quadriennale di Roma, dove ha vinto il primo premio (2008). Adrian Paci insegna pittura e arti visive presso la NABA di Milano. Ha insegnato materie artistiche all’Accademia Carrara di Belle Arti, Bergamo (2002-2006) e allo IUAV di Venezia (2003-2015) e ha tenuto lezioni e laboratori d’arte in varie Università, Accademie e Istituzioni artistiche internazionali.

Adrian Paci in his studioAdrian Paci in his studio

Adrian Paci’s studio

Adrian Paci works on Via Crucis in his studio in Stezzano

Adrian Paci, Inside the Circle, 2011

Art House School, 2017, Ph. credits Jetmir Idrizi

Art House School, 2017, Ph. credits Jetmir Idrizi


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