Tobia Ravà e la ghematrià

Tobia Ravà, artista e ideatore (assieme a Maria Luisa Trevisan) dello spazio PaRDeS – Laboratorio di Ricerca d’Arte Contemporanea costituito dalla barchessa e parte del parco storico di Villa Heinzelmann poi Donà dalle Rose di Mirano (VE), un luogo incantevole dove ha il suo studio e dove vengono realizzati eventi espositivi a tema, si è laureato in semiologia delle arti all’Università di Bologna dopo essere  stato allievo di Umberto Eco, Renato Barilli e Omar Calabrese e si occupa di iconografia e numerologia ebraica dal 1988. Il tutto per cercare una fusione tra immagine, numero e lettere dell’alfabeto ebraico. Di questo mondo complesso e trascendentale ne parliamo con l’autore.

In quale modo hai mosso i tuoi primi passi nel mondo dell’immagine?
Quando ero piccolo vedevo mio padre ingegnere al tavolo da disegno che faceva dei progetti. Ero affascinato dal tecnigrafo e, per emulazione cominciai anch’io a fare i miei primi schizzi: erano case, strade e alberi, macchine da corsa. Poi negli anni Settanta arrivarono i Peanuts di Schulz e mi innamorai di Snoopy soprattutto quando volava con la sua cuccia e combatteva contro il triplano del Barone Rosso. Cominciai a disegnarmi le storie da solo per allungarle e completarle.

Quali sono gli elementi dell’esoterismo ebraico che hanno avuto una qualche influenza sul tuo lavoro artistico?
Più che un percorso esoterico mi ha sempre affascinato la razionalità della mistica ebraica e il percorso matematico che lega ogni lettera dell’alfabeto a un numero, la ghematrià, che unisce parole dello stesso valore numerico caricandole di una nuova prospettiva di senso.

Numeri e lettere danno forma al tuo mondo figurativo: è possibile parlare di una narrazione a più livelli? Si può parlare anche di messaggio subliminale?
Certamente. Più il fruitore ha un percorso di conoscenza elevato più si avvicina all’intenzione di base del mio lavoro. Ma non è necessario che il suo percorso collimi con il mio. L’opera deve essere aperta e tutti i messaggi possibili, subliminali o palesi, sono parte dell’immagine e travalicano spesso anche le intenzioni dell’artista.

Come riesci a coniugare questo tuo mondo, molto filosofico, complesso e propositivo, con le problematiche dell’arte contemporanea che molte volte appaiono parziali, disseminatrici e distruttive?
Io ho sempre costruito e ipotizzato un mondo migliore. Penso che chi distrugge e basta, senza proporre delle strade propositive avrà sulla coscienza le negatività del futuro, soprattutto l’artista, che deve volare alto ed ha l’obbligo morale di produrre con le opere nella direzione del “Tikkun olam”, la riparazione del mondo…

Quali sono le tue frequentazioni abituali all’interno del sistema artistico?
Mi è sempre piaciuto e mi ha incuriosito l’operato degli altri artisti, per cui ho sempre cercato affinità elettive. I sistemi dell’arte in realtà sono tanti e diversi in ogni paese, tutti interessanti; forse quello italiano è il più statico e noioso perché nella maggior parte dei casi i galleristi sono dei mercanti senza una visione del mondo e senza ambizioni di riqualificare la società formando culturalmente il fruitore e il potenziale acquirente.

Mi parli del progetto PaRDeS e di come sia possibile vivere e lavorare in maniera adeguata lontano dai centri nevralgici della contemporaneità?
PaRDeS nasce dall’Associazione Culturale Concerto d’Arte Contemporanea già attiva in provincia di Padova a metà degli anni Novanta. Prima con Umberto Daniele e il gruppo Triplani poi con Maria Luisa Trevisan e il sociologo Antonio Costanzo abbiamo dato vita a un percorso che dal 2004 è diventato il Laboratorio di Ricerca d’Arte Contemporanea PaRDeS a Mirano, dove ogni anno organizziamo una mostra a tema con diversi artisti selezionati. L’argomento della mostra annuale nasce sempre da impellenze ecologiche o sociali o culturali legate al mondo della scienza o a quello umanistico.

Quale è il tuo prossimo appuntamento espositivo su cui stai lavorando?
Lavoro sempre su progetti diversi, ho appena finito una grande mostra a Venezia alla Fondazione Bevilacqua La Masa che è stata molto impegnativa sia per me e sia per Maria Luisa Trevisan, come curatrice. È ancora visitabile, fino alla fine di novembre, la mostra a Matera “Elementi di calcolo trascendentale” a Palazzo Acito all’interno del progetto “La poetica dei numeri primi” ideato da Piergiorgio Odifreddi per “Matera Capitale Europea della Cultura 2019”. A dicembre sarò presente a Miami a Scope con Sist’Art e l’anno prossimo dovrei tornare a Bruxelles presso il Consiglio Atlantico e in America Latina con una personale doppia in due musei di Buenos Aires…

Per ulteriori info:

www.tobiarava.com

Tobia Ravà, Sullam, sequenze in scala, 2015, resine e tempere acriliche su tela, 50 x 70 cm, courtesy Galerie Adriano Ribolzi, Monaco MC

Tobia Ravà, Apocalissi alle busatte, 2018, catalizzazione UV su alluminio, 100 x 100 cm, courtesy Galleria L’Occhio di Elisabetta Donaggio, VeneziaTobia Ravà, Apocalissi alle busatte, 2018, catalizzazione UV su alluminio, 100 x 100 cm, courtesy Galleria L’Occhio di Elisabetta Donaggio, Venezia

Tobia Ravà, Le anime del ghetto, 2018, catalizzazione UV su alluminio, 90 x 110 cm, courtesy Galleria L’Occhio di Elisabetta Donaggio, VeneziaTobia Ravà, Le anime del ghetto, 2018, catalizzazione UV su alluminio, 90 x 110 cm, courtesy Galleria L’Occhio di Elisabetta Donaggio, Venezia

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