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Tracey Snelling. Il mondo come condominio polifonico

È certamente capitato a tutti, durante una passeggiata notturna in città, di sorprendere attraverso le finestre rischiarate di qualche abitazione un frammento di situazione domestica capace di accendere l’immaginazione e la curiosità. Questo voyeurismo istintivo, che nasce dall’impulsiva attrazione umana per ciò che viene percepito come segreto e dall’abitudine contemporanea di identificare come schermo una superficie luminosa, è all’origine delle suggestive installazioni di Tracey Snelling (nata a Oakland, in California nel 1970. Vive e lavora tra Berlino e gli Stati Uniti). L’artista, servendosi di scultura, audio, video e installazione, ricrea in scala ridotta ambienti ed edifici ispirati alle impressioni di luoghi da lei realmente esperiti nel corso dei suoi numerosi viaggi in giro per il mondo. Il suo obiettivo non è produrre una replica in miniatura del reale, ma costruire narrazioni che, mescolando elementi reali e fittizi, esplorino nell’intimo la cultura del luogo rappresentato lasciando al tempo stesso grande libertà all’immaginazione dello spettatore.

Le scene che si svolgono dietro le finestre degli edifici, di volta in volta misteriose, erotiche, paradossali o semplicemente banali, invitano lo spettatore a chiedersi: Chi vive qui? Cosa fanno e perché? Queste domande trasportano l’osservazione nel regno della narrazione e da qui all’indagine antropologica e sociologica. Camminando per strade sconosciute e cercando di vestirsi e comportarsi come se vi appartenesse, l’artista riesce ad osservare nei dettagli le interazioni e le vicende quotidiane delle persone che vivono e lavorano nei luoghi in cui si mimetizza. Il suo intento è capire le somiglianze e le differenze nel modo in cui ognuno di noi gestisce la condizione umana, focalizzando il suo interesse sull’esplorazione di aspetti poco noti e prospettive eterodosse. Nelle sue installazioni, spesso eticamente impegnate nella denuncia della sperequazione della ricchezza mondiale, entrano in gioco le sue idee e impressioni individuali, e proprio questa indissolubile fusione tra il noto e l’ignoto, l’estraneo e il familiare rende così coinvolgente e vario il suo lavoro. La mostra Metropolis, visitabile a Studio la Città fino al 13 aprile, riunisce una serie di lavori recenti dell’artista americana che, installati in una delle tre sale espositive della galleria, compongono un suggestivo “giro del mondo in una stanza”.

L’opera più imponente è Tenement Rising (2016), un agglomerato di condomini alto 3 metri e mezzo che frontalmente appare come un soverchiante muro di cemento e intonaco; la monumentale facciata è ravvivata da un brulichio di piccole luci, immagini e video che si intravedono attraverso le finestre sporche e chiuse. L’opera, realizzata con materiali e tecniche artigianali in simbiosi con semplici inserimenti tecnologici, allude ai problemi di sovrappopolazione, affollamento e povertà nelle grandi città. La struttura architettonica del complesso, in bilico tra l’apparato effimero e l’ecomostro, si ispira alla recente rivoluzione urbanistica di Pechino, dove ogni giorno gli antichi hutong (quartieri popolari formati da file di siheyuan, le tradizionali abitazioni a corte) vengono demoliti per far spazio a enormi complessi di appartamenti costruiti per ospitare i lavoratori fuori sede. Queste costruzioni diventano in breve tempo fatiscenti a causa di materiali scadenti e pratiche di costruzione approssimative, sono luoghi pericolanti, sovrappopolati e privi di norme igieniche e di sicurezza. La struttura aperta dell’installazione invita il visitatore ad aggirare il muro e a scoprire sul retro gli artifici scenici lasciati a vista: luci, lettori multimediali, schermi, trasformatori, polaroid, nastro adesivo e legno. Questo intreccio di fili, materiali grezzi ed elettronica richiama l’intraprendenza artigianale di chi abita in situazioni disagiate che riesce a sopperire con rimedi di fortuna alla mancanza di servizi, generando un vulnerabile disordine organizzato. Nei video e nelle immagini mostrati nelle finestre e nelle porte, le persone lottano per sopravvivere, lavorano duramente o cercano cibo o materiali riciclabili; a volte assumono droghe per tentare di evadere mentalmente dalla loro situazione oppure sono vittime di abusi domestici, mentre talvolta cercano rifugio in pratiche religiose o superstiziose.

Più cinematografica, l’installazione Serial Killer Room, Fantasy Mirror Room, Club (2018) si compone di tre stanze che scandagliano il sentimento del desiderio. La prima rappresenta la camera del desiderio di un serial killer; nel piccolo schermo lcd sono riprodotti tre diversi video: il primo tratto dal film “Il silenzio degli innocenti”, il secondo riprende un prete misogino, il terzo mostra il famoso assassino americano Ted Bundy che parla delle donne. La seconda sala è riempita da un accumulo di oggetti e idoli kitsch, mentre l’ultima raffigura un club di Berlino, concepito come sintesi di diversi pub visitati dall’artista.

In Green bar (2016) invece Tracey Snelling rappresenta la sua versione di un vecchio bar di Berlino: nel video nella finestra che fa da sfondo si intravedono Charlotte Moorman e Nam June Paik, pionieri della performance e della videoarte, impegnati in una sessione di action music in una strada della capitale tedesca, mentre la musica che fa da sottofondo è un estratto di “Bad Karma” di Axel Thesleff.

Un’altra opera estremamente iconica è Flaghouse room #2 (2016), che richiama l’interno di una casa dipinto con il tema della bandiera americana che l’artista aveva visto vicino Albuquerque. In questo caso, ambientando elementi dal forte valore simbolico e identificativo della cultura americana in un contesto sporco e squallido, l’artista pone l’accento sulla contrapposizione tra apparenza e realtà che costituisce il retroscena di ogni rappresentazione ufficiale.

Di impronta più letteraria, Rainy Night (2013) si basa sul poema “As one listens to the rain” di Octavio Paz (alcuni versi del quale vengono riportati anche a lato della scultura). Dalle finestre del secondo piano di un vecchio edificio demodé si intravedono un video tratto da un film anonimo dove una modella balla, quasi fosse una musa ispiratrice dell’artista. La canzone di sottofondo è tratta dal film francese “Diva” del 1981 diretto da Jean-Jacques Beineix.

Info:

Tracey Snelling. Metropolis
23 febbraio – 13 aprile 2019
Studio la Città
Lungadige Galtarossa 21, Verona
Orari: da martedì a sabato, dalle 9:00 alle 13:00 e dalle 15:00 alle 19:00

Tracey SnellingTracey Snelling, Metropolis, 2019 installation view at Studio la Città, Verona

Tracey Snelling, Tenement Rising, 2016 legno, stampe a getto d’inchiostro, vernici, luci, schermi LCD, lettori multimediali, altoparlanti, trasformatore 325 x 240 x 135 cm

Tracey Snelling, Flaghouse Room #2, 2016 legno, stampe a getto d’inchiostro, vernici, luci, schermo LCD, lettore multimediale, altoparlante, trasformatore 18 x 35 x 24 cm

Tracey Snelling, Serial Killer Room, Fantasy Mirror Room, Club, 2018 legno, stampe a getto d’inchiostro, vernici, luci, schermi LCD, lettori multimediali, altoparlanti, trasformatori  20 x 80 x 26 cm

Per tutte le immagini: foto Michele Alberto Sereni courtesy Studio la Città – Verona

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