TTOZOI. Fiori Invisibili

Nella mostra Fiori Invisibili, realizzata a cura di Sabino Maria Frassà in collaborazione con Cramum al Gaggenau DesignElementi di Roma (seconda tappa della rassegna “EXTRAORDINARIO”), il duo artistico operante con lo pseudonimo TTOZOI, composto da Stefano Forgione (Avellino, 1969) e Giuseppe Rossi (Napoli, 1972), presenta gli ultimi esiti della sua ricerca, incentrata sull’ambivalenza vita-morte insita nella natura e su una processualità guidata dal criterio del cosiddetto “vuoto d’intervento”. Gli artisti creano i loro lavori a quattro mani miscelando materie organiche (farine, acqua e pigmenti naturali) su tele di juta e lasciandole agire in condizioni protette all’interno di teche sigillate per circa 40 giorni. Una volta terminato il processo di fioritura spontanea dell’opera, scavano nelle tracce biologiche dei processi da loro innescati per farne emergere l’immagine e l’essenza. Il risultato è una sorta di pittura involontaria sempre diversa, in quanto condizionata dalle variabili esterne specifiche del luogo di esecuzione, che trattiene l’impronta del suo ambiente di origine e il segreto del passaggio silenzioso di una vita nel mondo.

Emanuela Zanon: La vostra formazione culturale esula dall’ambito artistico (Stefano Forgione è laureato in Architettura e Giuseppe Rossi in Economia) e siete entrambi autodidatti. Come avviene il vostro incontro e come si è precisato il vostro orientamento creativo in direzione di questa particolarissima accezione dell’arte astratta? 
TTOZOI: La nostra è un’amicizia ritrovata grazie all’arte. La passione per l’arte ci ha fatto rincontrare! Amici da adolescenti e poi persi di vista per impegni universitari prima e lavorativi dopo. È curioso come per anni entrambi abbiamo vissuto e lavorato a Milano e Padova senza mai incontrarci. Poi, nel dicembre del 2009, ci siamo trovati casualmente a casa di un amico comune e da quel momento abbiamo riscoperto la passione reciproca per l’arte, con interminabili chiacchierate, confronti e idee fino a notte inoltrata. Fu quella sera che parlammo delle “muffe su tela”, la cosa ci ha entusiasmato e da lì a poco è iniziata la nostra “sperimentazione”…. tutto il resto è stato il frutto di caparbietà, sacrificio e soprattutto crederci davvero. Per noi TTOZOI, rappresenta il desiderio artistico di sempre, una presenza nell’Arte, grazie al racconto insostituibile della natura.

Nel 1954 Francesco Arcangeli pubblica sulla rivista “Paragone” un articolo intitolato Gli ultimi naturalisti, nel quale riconduce all’ambito informale l’estremo sussulto della pittura di natura. Per il critico “natura è la cosa immensa che non vi dà tregua, è uno strato profondo di passione e di sensi in cui si trovano all’unisono felicità e tormento”. I vostri lavori, che dal punto di vista estetico richiamano in modo sorprendente la pittura di quegli anni, sembrano essere l’esito di un’operazione di segno opposto: non più la natura imitata attraverso un linguaggio indiretto e allusivo, ma un processo naturale che genera un analogo impasto di vita e di morte. Cosa vorreste dirci a riguardo?
A osservare una nostra tela ci siamo fermati tante volte: da lontano, poi un po’ più vicino, fino a sfiorarla con la punta del naso…. tre prospettive, tante angolazioni, infinite percezioni…. Eppure, quel piccolo quadrato è divenuto una superficie così potente da restarne intrappolati. Inspiegabile, almeno all’inizio, sorpresi più dall’estetica che dalla sua reale essenza. Nel tempo, asciugando pian piano ogni sovrastruttura, come monaci zen siamo riusciti a superare la mera “visione dell’opera” realizzando che ognuna di esse è uno spazio finito – come quello terrestre nel quale viviamo. La nostra sopravvivenza più ancestrale è stata possibile grazie all’istinto primordiale della ricerca di cibo (come lo ricercano le spore sulla tela) e l’evoluzione umana è stata guidata delle conquiste del territorio (come lo spazio “invaso dalla muffa”, che nasce, si nutre, si sviluppa, si muove …VIVE… e poi “muore” –memento mori – in cui tutto è artisticamente compiuto). Ciò che abbiamo ricercato artisticamente è la traccia, il pattern che resta sulla tela in quanto memoria di una vita (vera) vissuta fra le trame di juta e consegnata alla nostra sensibilità di coglierne ogni impercettibile vibrazione… Oltre il visibile.

Nella mostra Fiori Invisibili vediamo paesaggi ancestrali quasi monocromatici dove forme organiche si coagulano, turbinano e si dissolvono generando bellezza e fragilità. Se Burri negli anni ’50 adoperava materiali naturali (tra cui anche le muffe) come colori o come elementi dotati di una specifica consistenza tattile e volumetrica modificati da una certa forma di energia, nella vostra pittura i processi naturali agiscono per autodeterminazione, manifestando sulla tela un codice linguistico puro che suscita nell’osservatore sensazioni contrastanti, in bilico tra familiarità e alterità. Quali aspetti vi affascinano maggiormente di questo processo alchemico? 
Quando il curatore Frassà ci propose questo titolo ce ne innamorammo subito. Noi lavoriamo sull’invisibile e sull’ignoto… Il non sapere mai dove ci porterà il processo naturale. Siamo i primi a sorprenderci per la bellezza che il processo naturale ci rilascia, innamorandoci dell’opera. Sembrerebbe presunzione, ma non lo è affatto. Le nostre opere hanno una percentuale di influenza della natura sulla tela che travalica la nostra intuizione o capacità creativa. “Dopo Picasso c’è solo Dio” disse Pablo… I TTozoi cercano di lavorare con Dio – diciamo noi – e non è una presunzione ma un dato certo e inequivocabile. Il nostro duo in realtà è un trio dominato dalla Natura e da ciò che ci circonda. Proprio per questo abbiamo trovato forte l’intuizione di Sabino di inserirci in questo ciclo di mostre dopo un maestro come Fabio Sandri (ndr mostra IO | N a Milano) che ragiona, seppur con strumenti diversi, su questo altro, che per noi è la natura, l’aria che ci circonda e che “governa” la nostra esistenza.

La mostra a Roma prende avvio da una performance che avete realizzato una settimana prima dell’apertura, in cui avete preparato una serie di nuove tele di fronte a un pubblico di invitati. Le opere, che ora sono presenti in galleria all’interno di sacchi di cellophane che li precludono allo sguardo, saranno svelate in settembre, quando la muffa avrà compiuto il suo ciclo vitale, e diventeranno il fulcro di un successivo riallestimento dell’esposizione. Che valore ha l’attesa nel vostro processo creativo e cosa guida i vostri interventi di post-produzione dello strato materico cresciuto sulla tela?
Tecnicamente il “fare nulla” o meglio il “vuoto d’intervento” è – a rigor di termini –  l’esatto opposto del processo artistico comunemente inteso. Nel senso generale, infatti, fare l’artista significa essere uno che forgia, plasma, monta, compone, disegna, colora. Insomma, uno che genera le cose con forza attiva. Allora come si scioglie la contraddizione di chi, come noi, usa il tempo alla stregua di un colore della tavolozza? Come si coniugano la produzione e il riposo? L’esegesi biblica chiarisce assai bene il punto: Dio non crea il mondo in sei giorni e il settimo si riposa. Dio crea il mondo in sette giorni, di cui uno, l’ultimo, lo passa a starsene fermo e buono a vedere quello che aveva combinato negli altri sei. Ciò sta a significare che il vuoto d’intervento non è cosa diversa dall’intervento, ma è parte integrante (culminante, diremmo) di esso. Da generatore di vita a spettatore di quella stessa vita… Spettatore di un ambiente vitale e vivibile che noi tutti occupiamo nel tempo e nello spazio, proprio come il “popolo eletto di batteri” che, al pari di ogni altro elemento pittorico, hanno forma, superficie, colore, densità e vita autonoma. È proprio il “segno” di questo “vissuto” che guida il nostro intervento pittorico, sempre rispettosi dell’equilibrio spontaneo dell’opera a noi riconsegnata, a tal punto – a volte – da limitarci alla mera “ripulitura”, senza intervento alcuno sul perfetto manifestarsi naturale. Tutto, dunque, prende forma attraverso l’attesa di un intervento sul vuoto, un nulla dotato di spazio che ciascuno di noi occupa, osserva, suggerendo volumi, colori… Materia per amplificarne la dimensione ipotetica e la potenzialità d’esistenza.

Cosa avete imparato dall’osservazione dei meccanismi biologici alla base del vostro lavoro e quale messaggio pensate che le muffe possano consegnare all’uomo contemporaneo?
Le muffe – come medium – suggeriscono un messaggio sull’eternità. Il nostro progetto “Genius Loci” nasce dall’osservazione delle diverse manifestazioni naturali di luogo in luogo, in quanto condizionate dalle variabili esterne specifiche del sito di esecuzione. Opere uniche, in esemplari limitati e irripetibili in quanto realizzate “on site” solo in occasione dello specifico progetto (ad es. Anfiteatro di Pompei, Reggia di Caserta).  Ogni opera diviene, quindi, una finestra dentro l’archeologia del tempo, con una declinazione di “salvataggio dall’estetica in purezza”: è così che, in un viaggio tendenzialmente infinito, vogliamo “scrivere” il nostro racconto, offrendo l’opportunità  a chiunque  di poter acquisire un “pezzo di storia” grazie alla mappatura dei luoghi più rappresentativi della Terra, attraverso opere realizzate in perfetta sinergia tra l’imponenza architettonica del luogo e il cuore caldo che abita idealmente le sue fondamenta.

Info:

TTOZOI. Fiori Invisibili
a cura di Sabino Maria Frassà
30/06/2021 performance con artista e invitati
05/07/2021 – 17/11/2021
Gaggenau DesignElementi – Lungotevere de’ Cenci 4, 00186 Roma

TTOZOI. Fiori Invisibili, foto ©francesca piovesan, courtesy gli artisti, Cramum e Gaggenau

For all the images: TTOZOI. Fiori Invisibili, installation view at Gaggenau DesignElementi Roma, foto © Francesca Piovesan, courtesy gli artisti, Cramum e Gaggenau


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