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Voyage / Voyage. Un’osservazione al viaggio per essere “più pazzi, più savi, più allegri o più disperati”

Il viaggio, è noto, è una sfera spirituale fortemente narrativa: a tal proposito, nel volume Viaggio in Italia (1984), il fotografo Luigi Ghirri accompagna gli scatti con testi descrittivi dello scrittore Gianni Celati. Proprio quest’ultimo osserva come il loro comune percorso sia frutto di una osservazione naturale e intensa del mondo che ci assorbe, rendendoci meno apatici, sì da farci “sentire più pazzi o più savi, più allegri o più disperati[1]”. Secondo questa particolare concezione il viaggio emerge come un racconto d’osservazione verso il mondo, dal carattere narrativo e dalla prospettiva sperimentale. Un simile approccio a questo tema è lo stesso che emerge dalla collettiva, intitolata Voyage / Voyage a cura di Porter Ducrist, in programmazione presso Spazio In Situ fino al 16 ottobre 2021, con le opere degli artisti Bertille Bak, Simone Cametti, Giovanni De Cataldo, Luca Grimaldi, Pierluigi Fabrizio, Martin Jakob, Daniel Ruggiero e Thomas Wattebled. Ad accomunare i lavori non v’è uno stile e nemmeno una continuità di linguaggio, bensì una forte volontà di esplorare l’argomento con opere audaci, nate da tabù infranti.

In alcune opere in mostra il paesaggio, elemento di complemento al viaggio, si assoggetta nelle mani dell’artista che lo manipola, al punto tale da sfidare la sua caducità. Così, l’artista Simone Cametti si fa ritrarre in un video con una pompa irroratrice sulle spalle, mentre con una vernice naturale è intento a dipingere en plein air una superficie di 2000 m2  d’erba in una zona del Parco Nazionale del Gran Sasso. Senza troppe congetture Cametti ci invita a riflettere sul colore, che per la pittura da cavalletto è l’elemento dominante, che in questo caso diventa segno e strumento comunicante, capace di veicolare un’idea, quale essa sia, descrittiva, simbolica ed evocativa. Allo stesso modo, Luca Grimaldi si allontana da una sciocca duplicazione paesaggistica, presentando una sezione stratigrafica verticale di un’opera pittorica rappresentante un paesaggio. Proprio secondo questo iperspazio aleatorio, il segno verticale è frammento visivo che evoca il colore e la materia pittorica del dipinto; in questo modo l’artista riflette sull’assurda mimesi tra forma e materia, così da creare un’opera sui generis lontana dai classici metodi rappresentativi. Diversamente, le fotografie di Pierluigi Fabrizio ci fanno tornare a una realtà tangibile, anche se i paesaggi cittadini delle stazioni di pompe di benzina hanno un sentore surreale. Gli scatti potrebbero essere accompagnati da uno statement di Andrè Breton in cui racconta di perdersi per la città di Parigi, lasciandosi guidare dai suoi passi per giungere in luoghi senza alcuno scopo preciso “salvo l’oscura sensazione che è in quel luogo ciò che accadrà[2]”.

Diversamente, il video di Bertille Bak è fortemente realistico, al punto tale da emergere per il suo carattere postumano: l’opera è frutto di una residenza nel porto di Saint-Nazaire e ragiona sui meccanismi celati dietro l’industria crocieristica. L’artista inscena una cerimonia meccanica del mondo con gli automatismi propri delle catene di montaggio utili alle costruzioni delle navi da crociera, ritraendo, nel contempo, anche i futuri fruitori-clienti. Così, attraverso un gioco continuo di riappropriazioni e reinterpretazioni, di identità anonime che si sovrappongono e che ora convivono con ironia e serena provocazione, egli tende a indagare le matrici delle rivoluzioni consumistiche, sociali ed economiche. Un’altra riflessione che accomuna gli altri artisti in mostra è quella di utilizzare l’arte come strumento capace di esternare forze ed energie creatrici, proprio secondo la visione di Gilles Deleuze secondo cui “nell’arte non si tratta di riprodurre o di inventare delle forme, bensì di captare delle forze[3]”. Giovanni De Cataldo, da far suo, presenta una scultura dall’impatto urticante, lasciandoci nel dubbio che si tratti di una scultura celebrativa di un particolare fasto. A seguire, ben si comprende che l’opera, invece, è caratterizza per un’occorrenza catastrofica: poiché trattasi di un frammento di guardrail di un’azienda che realizza dei crash test, che viene qui proposta secondo una strategia ironica, il cui uso primario è denaturalizzato. Anche Martin Jakob, da parte sua, rende visibili le forze che non “lo sono”, che, nello stesso tempo, hanno la capacità di plasmare, esponendo la forma acquisita dal gesso liquido colato dentro una cassa in legno nel corso di un viaggio che lo ha portato in loco. Con questa opera l’artista racconta la giostra mediatica del viaggio, forse a voler dimostrare che l’universo, ma anche il mondo dell’arte, è manicheo: si oppongono ordini, niente è determinato e tutto è antagonista, e anche il viaggio, è privo di regole e scevro da ogni dialettica estetizzante. Daniel Ruggiero, per quel che lo riguarda, è il fautore dell’opera Urbangame, un Piaggio Ape prestato a essere uno spazio espositivo nomade in quanto accoglitore di interventi artistici. L’artista, lavorando sull’artificio, costruisce un’opera dall’aspetto giocoso e dalla natura allucinatoria; la minicar è sormontata da due sportelli che simulano due alettoni, così l’opera si presenta come un gadget nelle mani dell’artista-demiurgo, produttore di un universo oggettuale argentato e dall’aspetto giocoso.

Si tocca, infine, la liricità con l’opera fotografica di Thomas Wattebled, da cui emerge una sottile capacità di cogliere la figurazione romantica dell’esistenza e la sua natura aleatoria: l’artista, difatti, esegue un autoritratto sfuggente, dopo aver attivato l’autoscatto a dieci secondi, egli scappa e si fa fotografare mentre si allontana dall’obiettivo. L’azione performativa ci ricorda che lo scatto fotografico consiste nel fermare l’attimo, cogliere il momento che per sua natura è sfuggente, cristallizzarlo in un movimento rapido per poterlo condividere e trasmettere nel futuro. L’artista rappresenta la fuga e il suo blocco momentaneo, proprio a voler dar corpo alla bellezza poetica di questa inesplicabile congiunzione che risulta ammaliante, sino a spingerci a voler essere anche noi fautori di un’evasione lontano dalla nostra esistenza.

Al termine di questo percorso espositivo siamo chiamati a riflettere su come attorno al viaggiare il curatore sia stato capace di costruire una concatenazione seducente, nata da una riflessione e da una coerente selezione artistica sul tema del viaggio, che viene enucleato dalle sue regole. Inoltre, in armonia con la programmazione dello spazio, quanto esposto in questa in rassegna risulta una coerente riflessione dell’arte come manifestazione di una idea pura, in alcuni casi fuori di sé, in altri casi priva di un contenuto simbolico, ma pur sempre nata da un acuto ragionamento verso il reale e la natura dell’uomo. Sembra, quindi, evidente che il tema del viaggio, così sviluppato, sia un’attenta speculazione sulla natura dell’essere umano, in quanto occasione di scoperta interiore, quasi a rivelarci “più pazzi, più savi, più allegri o più disperati.”[4] Una conclusione del genere potrebbe sembrarci assurda, ma forse anche no, poiché al termine di ogni itinerario, sia esso spirituale sia verso mete geografiche, ci si incontra sempre con il territorio del caos.

Maria Vittoria Pinotti

[1] Gianni Celati, Verso la foce, Universali Economica Feltrinelli, Milano, (1989), 2020, pp. 9-10
[2] André Breton, Nadja, Giulio Einaudi Editore, Torino, (1972), 2021, p. 24
[3] Gilles Deleuze, Francis Bacon. Logica della sensazione, Macerata, Quodlibet, (1995), 2020, p. 117
[4] Gianni Celati, op. cit. p. 9

Info:

Voyage / Voyage
a cura di Porter Ducrist
26 giugno – 16 ottobre 2021
Spazio In Situ
Via San Biagio Platani 7, 00133, Roma
Per visite e informazioni: spazioinsitu.it | insitu.roma@gmail.com

Voyage / Voyage a cura di Porter Ducrist

Per tutte le immagini: Voyage / Voyage, 2021, installation view presso Spazio In Situ, Roma, Photo Credit Marco De Rosa, Courtesy Spazio In Situ


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