Walk in Tokyo, chapter 1: Roppongi

A Roppongi l’Arte è ovunque: praticamente, si respira. Non solo Musei (tra cui i celeberrimi National Art Center of Tokyo, il Mori Art Museum e il Suntory Museum of Art). Non solo una miriade di gallerie private di ottimo livello (fra cui Emmanuel Perrotin, Wako Works of Art, Ota Fine Arts, London Gallery).

Anche tante opere, moderne e contemporanee, che diventano godibili solo attraverso una semplice passeggiata nel quartiere. Vediamone qualcuna, ma vi avverto: la lista non è affatto esaustiva.

Cominciamo il nostro percorso partendo dal piccolo parco, proprio di fronte all’uscita della stazione di Nogizaka (Chiyoda Line), che ospita la casa e il santuario del generale dell’epoca Meiji, Nogi Maresuke, militare che, nel 1912, ligio ai dettami dell’etica samurai, fece seppuku, assieme alla moglie, per seguire l’Imperatore nella morte.

Questo complesso, andato distrutto durante la seconda guerra mondiale, è stato ricostruito nel 1962 con un progetto di Oe Hiroshi, un architetto molto noto in Giappone.

Proprio all’ingresso principale, sulla Gaien-Higashi-dori, troviamo la prima delle opere: una grande scultura di Tsukui Toshiaki (“Hineri・Utsuri・Nagare” 1996), che, in fluida e colorata torsione, armonicamente simboleggia la natura e il lento e inesorabile scorre del tempo.

Proseguendo sullo stesso marciapiede, in direzione Roppongi Crossing, alcune centinaia di metri più avanti, ci attende, nel bel piazzale antistante Tokyo MidTown un “sogno” in bronzo di Kan Yasuda, artista giapponese fiorito a Pietrasanta: “Myomu” (lett. Come un sogno) col suo grande cerchio nel mezzo che avvolge pensieri, ricordi e fantasie. Un’opera, questa, che è possibile ammirare, realizzata in marmo, in altri luoghi in Giappone e anche in Italia, nella Stazione di Pietrasanta, vicino a Lucca.

All’interno del complesso, la scultura in marmo “Ishinki”, un’altra icona della produzione artistica di Yasuda, da toccare: “Il tempo non si tocca – dice l’Artista – ma le sculture si possono toccare. Attraverso le sculture le persone toccano sé stesse”, ricevendo nel contempo, come bambini, tutte le sensazioni che derivano dal tatto.

Nel parco laterale, a pochi metri una dall’altra, prima, sulla sinistra, una scultura in acciaio inossidabile fuso lucidato a specchio del britannico Tony Cragg, “Fanatics”, geometrie riflettenti di forma ovale e sezioni trasversali che nasconde, innumerevoli, profili di persone: contarli diventa una sfida, poi, sulla destra, purtroppo in questi giorni quasi invisibile a causa di lavori in corso, un monumentale  “Fragment No. 5”, in alluminio (210 pezzi) dell’artista tedesco Florian Claar, una grotta (o abisso), insolito e inaspettato, nel bel mezzo della metropoli.

Proseguendo attraversiamo Roppongi Crossing e prendiamo la via a destra. Alla Mori Tower ci attende un gigantesco ragno con il suo sacchetto di uova di marmo. Filiforme e leggera maestosità di una splendida “Maman” in bronzo (1999) dell’immensa artista Louise Bourgeois (francese di nascita ma diventata cittadina americana sin dai primi anni Cinquanta). La scultura è un omaggio alla maternità in genere e a sua madre in particolare: “Il ragno è un’ode a mia madre. Lei era la mia migliore amica. Come un ragno, mia madre era una tessitrice. La mia famiglia era nel settore del restauro di arazzi e mia madre si occupava del laboratorio. Come i ragni, mia madre era molto brava”.

Ai piedi della Mori Tower, imboccando la strada che porta verso Azabu Juban, ecco, sul lato destro della strada la panchina, “Arch”, dell’architetto e designer fiorentino Andrea Branzi, che, contemporaneamente, ri-mette in perfetta simbiosi spazio pubblico e spazio privato, una specie di artistica fessura nello spazio tempo (o, come avrebbe detto Umberto Eco, citando Vonnegut, un “infundibulo cronosinclastico”).

Nelle immediate vicinanze l’ultima opera di cui parleremo: il Kin no Kokoro (Cuore d’oro) del francese Jean-Michel Othoniel, una grande scultura alta quattro metri in bronzo dorato. Inserita, sin dal 2003, nei giardini della Mori Tower, fra il verde e il laghetto, è stata collocata lì per celebrare i dieci anni del complesso e dell’annesso Museo. È la metafora dell’Amore nella sua accezione più ampia, universale: forte e fragile allo stesso tempo. E mutevole è l’opera, così come l’Amore, a seconda dei punti di vista.

Vale la pena investire un po’ del proprio tempo a Roppongi… ancora, cercando, potrete scoprire una “Nereide” di Emilio Greco, il “Guardian Stone” di Martin Puryear, il “Roboroborobo” del cinese Choi Jeong Hwa e tante altre opere ancora.

E dopo tanta ricerca dell’Arte, magari, godere un po’ di meritato riposo… nell’ Arte, fermandosi qualche minuto ne “L’isola calma” di Ettore Sottsass junior.

Info:

www.gotokyo.org/it/destinations/southern-tokyo/roppongi

Roppongi Jean-Michel Othoniel “Kin no Kokoro”, bronzo dorato. Photo credits by Lamberto RubinoJean-Michel Othoniel “Kin no Kokoro”, bronzo dorato. Photo credits by Lamberto Rubino

Tsukui Toshiaki “Hineri・Utsuri・Nagare” 1996. Photo credits by Lamberto RubinoTsukui Toshiaki “Hineri・Utsuri・Nagare” 1996. Photo credits by Lamberto Rubino

Kan Yasuda “Myomu”, bronzo. Photo Credits by Lamberto RubinoKan Yasuda “Myomu”, bronzo. Photo Credits by Lamberto Rubino

Tony Cragg “Fanatics”, acciaio inossidabile lucidato a specchio. Photo credits by Lamberto RubinoTony Cragg “Fanatics”, acciaio inossidabile lucidato a specchio. Photo credits by Lamberto Rubino

Louise Bourgeois “Maman” 1999, bronzo e marmo. Photo credits by Lamberto Rubino

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