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Anthropocene: un viaggio senza ritorno nella terraformazione

Il termine Antropocene deriva dal greco anthropos (uomo) e fu coniato nel 2000 dal chimico e studioso dell’atmosfera olandese Paul J. Crutzen e da Eugene Stoermer. Da allora, anche grazie alle ricerche di un gruppo internazionale di scienziati (Anthropocene Working Group) impegnato nel raccogliere prove del passaggio dall’Olocene – epoca geologica iniziata circa 11.700 anni fa – a una nuova era inesorabilmente segnata dall’ingerenza umana, si discute sulle responsabilità politiche di questo cambiamento e sulle conseguenze che ne deriveranno a medio e a lungo termine. Se dal punto di vista geologico il concetto di Antropocene è ancora in fase di definizione, il fatto che i comportamenti umani condizionino l’esistenza di ogni organismo vivente del pianeta è un dato di fatto incontrovertibile. La specie umana è diventata la singola forza più determinante sul pianeta: l’estrazione mineraria, l’urbanizzazione, la deforestazione, l’industrializzazione, l’agricoltura, la proliferazione delle dighe e la deviazione dei corsi d’acqua, l’over produzione di CO2 e l’acidificazione degli oceani dovuta al cambiamento climatico, la presenza pervasiva e globale della plastica, del cemento e di altri tecno-fossili hanno subito negli ultimi decenni un’impennata senza precedenti e sono destinati ad aumentare ancora se non si riuscirà ad invertire la rotta. Il primo passo per il cambiamento è il raggiungimento di una consapevolezza collettiva della portata dell’indelebile impronta umana sulla terra, i cui effetti sono destinati a perdurare e a influenzare il corso delle ere geologiche future.

Alla Fondazione MAST la mostra Anthropocene indaga l’impatto dell’uomo sul pianeta attraverso le immagini iconiche di Edward Burtynsky, i filmati di Jennifer Baichwal e Nicholas de Pencier e installazioni di realtà aumentata. L’idea nasce nel 2014, quando il fotografo e i due registi si incontrano a Washington DC per la presentazione del film Watermark e decidono di riunire le forze in un grandioso progetto artistico che inevitabilmente sfocia nella ricerca etica e scientifica. L’obiettivo dei tre è dare un’efficace forma estetica ai segni dell’attività umana globalizzata nell’ambiente, guidati dall’idea che l’abuso delle risorse naturali rappresenti non solo una minaccia per il futuro, ma un fattore imprescindibile per comprendere la direzione che sta prendendo la nostra vita. Da allora gli artisti, in costante contatto con l’AWG, hanno viaggiato in tutti i luoghi del pianeta in cui l’antropizzazione è particolarmente evidente e massiva per raccogliere testimonianze inquietantemente spettacolari dell’invasività dei sistemi umani.

Il risultato è un’esplorazione multimediale che travalica i confini del documentario per raccontare in grande scala le incursioni umane a livello planetario. Dalle barriere frangiflutti edificate sul 60% delle coste cinesi alle ciclopiche macchine per l’estrazione mineraria costruite in Germania, dalle psichedeliche miniere di potassio nei monti Urali in Russia alla devastazione della Grande barriera corallina australiana, dalle surreali vasche di evaporazione del litio nel Deserto di Atacama alle cave di marmo di Carrara e alla sterminata discarica di Dandora in Kenya, la terraformazione emerge come inarrestabile epopea negativa in cui l’urgenza di un messaggio che l’umanità non può più ignorare si manifesta con terrificanti visioni di bellezza malata.

Il metodo principale utilizzato per le riprese è quello della veduta aerea ad altissima definizione realizzata con strumenti tecnologici d’avanguardia, che permette una visione d’insieme eccezionalmente nitida e un’incredibile precisione nei dettagli se esaminati con sguardo ravvicinato. Questa tecnica, combinata con la dimensione ambientale delle stampe e con gli inserti di realtà aumentata accessibili tramite l’App AVARA in alcuni punti chiave delle immagini, permette di creare un’esperienza immersiva che amplifica la veridicità di questi scorci mozzafiato. I murali sono stati realizzati combinando centinaia di fotografie in modo da creare panorami perfettamente a fuoco in tutta l’estensione dell’immagine che travalica il campo visivo e la lunghezza focale dell’occhio umano in un’estrema derivazione postmoderna del Sublime di ottocentesca memoria.

Se il cosiddetto progresso scientifico, finanziato dagli interessi capitalistici, sembra inarrestabilmente orientato a spingere le risorse del pianeta ben oltre i loro limiti naturali, alcune visioni di paesaggi incontaminati presenti in mostra ci ricordano come erano questi luoghi in un emblematico invito a chiederci come possiamo prevenirne l’estinzione. Anche qui l’obiettivo fotografico e la telecamera sono utilizzati al massimo delle loro possibilità per documentare i meravigliosi ecosistemi che riescono a sopravvivere nonostante tutto -nonostante noi- negli angoli più remoti del mondo ed enfatizzare la bellezza della biodiversità che stiamo rischiando di perdere.

Particolarmente significativo a questo riguardo è la serie di scatti realizzati con fotocamera subacquea alla barriera corallina di Pengah, nel Komodo National Park in Indonesia, una delle più pure ancora in vita. Le condizioni climatiche del luogo preservano la straordinaria varietà di quel delicatissimo ecosistema, che ospita il 25% di tutte le specie marine. Con il supporto di una squadra di sommozzatori, Burtynsky ha scattato centinaia di fotografie a oltre 18 metri di profondità dalla superficie dell’oceano per poi realizzare uno stupefacente mosaico di immagini che ne riproduce la vastità a grandezza quasi naturale permettendo al tempo stesso di coglierne ogni minimo dettaglio, invisibile a occhio nudo per l’assenza di luce. All’incredibile ricchezza cromatica di questo panorama fanno da contrappunto le estensioni video di Baichwal e de Pencier che osservano la Grande Barriera Corallina Australiana per mostrare lo sbiancamento dei coralli dovuto all’aumento della temperatura e dell’acidità delle acque marine.

L’approccio estetico ineccepibilmente neutrale dei tre artisti, che coinvolgono il grande pubblico come testimone degli effetti, solitamente nascosti, dell’impatto della civiltà sul pianeta in modo spettacolare ma senza lasciar trapelare nessuna presa di posizione ideologica, vuole contribuire in modo eloquente ad animare il dibattito sulle possibili soluzioni di questo problema globale.  Fiduciosi come Burtynsky che l’arte sia “un potente meccanismo che dà forma alle coscienze” non possiamo che invitarvi a visitare questa mostra e ad avventurarvi con coraggio nei luoghi in cui si sta già plasmando il nostro prossimo futuro.

Info:

Edward Burtynsky, Jennifer Baichwal, Nicholas de Pencier. Anthropocene
a cura di Sophie Hackett, Andrea Kunard, Urs Stahel
16 maggio – 22 settembre 2019
Fondazione MAST
Via Speranza 42, Bologna

AnthropoceneEdward Burtynsky, Dandora Landfill #3,  Plastics Recycling,  Nairobi, Kenya 2016

Edward Burtynsky, Phosphor Tailings Pond  #4, Near Lakeland,  Florida, USA 2012

Edward Burtynsky, Carrara Marble Quarries,  Cava di Canalgrande #2,  Carrara, Italy 2016

Edward Burtynsky, Makoko #2, Lagos,  Nigeria 2016

Edward Burtynsky, Oil Bunkering #4, Niger  Delta, Nigeria 2016

For all the images: photo(s) © Edward  Burtynsky, courtesy  Admira Photography,  Milan / Nicholas  Metivier Gallery,  Toronto

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