Cathleen Owens. Your own good

Mai come in questo periodo i concetti di cura, benessere e salute psicofisica sono stati così capillarmente incorporati nella nostra dimensione esistenziale e sociale da condizionare in maniera forse irreversibile il nostro approccio al mondo, ora percepito come pericolosa e incontrollabile alterità da cui è necessario difendersi. L’impressione è che le più rigide strategie terapeutiche, spesso declinate in precisi protocolli in cui la componente ideologica, economica e politica sembra prevalere sul reale monitoraggio delle singolarità che rendono ogni individuo unico, vengano messe in atto più come mantra scaramantici che come percorsi mirati di sostegno e di cura. Il superamento delle problematicità viene a questo modo ricondotto a un’impersonale conformità a parametri standard che, inizialmente elaborati come unità di misura e di orientamento, tendono a perdere la loro originaria funzione strumentale per assumere il valore di obiettivi tout court, generando un pericoloso corto circuito in cui le logiche del business finiscono per consolidare insidiosi meccanismi di rimozione.

Si riconnette a queste tematiche Your own good, personale di Cathleen Owens (1992, Stati Uniti), artista e consulente di comunicazione, visitabile nelle due sale dedicate alle mostre temporanee di TIST – This Is So Temporary, virtuoso artist-run space inaugurato agli inizi di febbraio 2021 con la direzione artistica della curatrice Yulia Tikhomirova e dell’artista Michele Liparesi a Rastignano in provincia di Bologna. Lo spazio, situato in una zona caratterizzata dalla presenza di altri capannoni adibiti a studi dai creativi bolognesi, si propone come laboratorio multimediale della contemporaneità ospitando residenze artistiche ed eventi espositivi in cui la ricerca sui linguaggi visivi si traduce nella proposta di “esperienze” in cui il pubblico è chiamato a praticare forme di conoscenza trasversali, all’incrocio tra arte contemporanea e vita sociale. Anche la mostra attualmente in corso si configura come un’installazione performativa, dove il visitatore è accolto nell’anticamera apparentemente asettica di quello che potrebbe essere un centro benessere o uno studio medico, arredato con le più classiche poltrone (comode ma rigide) che abitualmente si trovano nelle sale d’attesa e con poster che illustrano con una grafica dimessa ma rassicurante le linee guida dei trattamenti che presumibilmente verranno proposti nello studio vero e proprio, che riusciamo a intravedere da una porta congegnata per rimanere artificiosamente socchiusa.

A prima vista niente di strano, ma consigliamo di prendere tempo e comportarsi come se si stesse veramente aspettando il proprio turno per l’appuntamento con il terapeuta che supponiamo ci dovrebbe ricevere nella stanza attigua. Ci guardiamo attorno un po’ innervositi, anche perché tutti gli elementi che avevamo in un primo momento forse distrattamente considerato normali, se osservati con più attenzione, iniziano ad assumere una connotazione perturbante. Capiamo che i generi di conforto messi a disposizione del paziente in realtà non sono di nessuna utilità: le riviste con cui dovremmo ingannare l’attesa sono datate e consunte, il distributore d’acqua è vuoto e privo di bicchieri e le locandine alle pareti, su cui campeggia il logo aziendale Your untapped potential – in italiano il tuo potenziale non sfruttato – (il più canonico dei cliché associati alla cura intesa come implementazione del sé), nascondono messaggi contraddittori che fanno collidere l’ovvio con il dubbio e il nonsense. Anche il video trasmesso in loop dallo schermo collocato in un angolo della stanza, con le scritte troppo piccole e l’audio troppo basso per essere fruito dalle poltrone, trasmette ambigui consigli di benessere e crescita personale, che partono dallo stimolo a generare flussi di reddito differenziati affittando una stanza libera di casa o aprendo un’attività  di street food nel garage per arrivare a suggerire di creare non meglio definiti prodotti intellettuali per condizionare le menti altrui e (addirittura) a esternalizzare il fegato.

Entriamo quindi nello studio vero e proprio e la sottile percezione di incongruenza che cominciava a inquietarci durante l’attesa si conferma e si amplifica in una deflagrazione di smarrimento quando scopriamo che il laboratorio di cura è un ambiente distopico e fatiscente, dove arredi da ufficio esplosi e sgangherati si accumulano come residui di un trasloco e sulle cui superfici si affastellano biglietti adesivi su cui leggiamo asserzioni scontate che ricordano gli stereotipi della formazione aziendale e le più superficiali raccomandazioni di psicologia spiccia. Questi luoghi comuni, incontrovertibili nella loro banalità, appaiono completamente svuotati di senso per il loro disordinato sovrapporsi nell’impossibilità di trovare un filo conduttore che le possa relazionare a un percorso di cura e appaiono come estensioni materiali del professionista che su di esse fonda il proprio operato. Anche il terapista-guru (impersonato dall’artista nelle sue performance su Instagram) è fisicamente assente e la sua equivoca esistenza è attestata solamente dai suoi soliloqui autoreferenziali che vengono trasmessi in video da alcuni smartphone abbandonati in giro, la cui compresenza genera un indistinto e babelico sussurrìo. Esploriamo con crescente dispetto ogni anfratto degli oggetti e delle parole, ma i nostri ripetuti tentativi non fanno che frustrare la ricerca di comprensione e il bisogno di significato, fino a che capiamo che proprio la scomoda intuizione della costitutiva contraddittorietà del microcosmo architettato dall’artista (così simile a ciò che potremmo davvero incontrare nella vita reale) e la sfiducia che ne deriva sono la vera cura che Cathleen Owens propone ai suoi pazienti mettendo in atto una calibratissima intersezione semantica di espedienti linguistici tratti da differenti ambiti persuasivi della cultura contemporanea.

Info:

Cathleen Owens. Your own good
a cura di Yulia Tikhomirova e Emilia Angelucci
15/01/2022 – 20/02/2022
TIST Space
via Serrabella 1, Rastignano (BO)

Cathleen Owens. Your own good, installation view, ph Alessandro Arnò, courtesy Tist

Cathleen Owens. Your own good, installation view, ph Alessandro Arnò, courtesy Tist


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