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“Chi sono io?” Autoritratti, identità, reputazione...

“Chi sono io?” Autoritratti, identità, reputazione

Il libro di Concita de Gregorio “ Chi sono io? ” parla di persone, di donne, di donne che hanno fatto della fotografia la loro vita, che con la fotografia hanno capito se stesse, il loro mondo. Non il mondo che è assente ma il loro mondo. I titoli dei capitoli sono significativi. Cerco solo di vedermi, Simona Ghizzoni. Chiedo alle foto chi sono, Anna di Prospero. L’autoritratto è sottinteso. Moira Ricci. La fotografia è stata il mio analista Silvia Camporesi.  Fotografo quello che penso Guia Besana. Queste sono le cinque artiste della mostra ma nel libro abbondano riferimenti ad altre che hanno lavorato nel tempo. Non è un catalogo della mostra, è un libro che parte dalla mostra per analizzare i meccanismi dell’analisi del subconscio. Come si dice a un certo punto, l’artista, guardandosi ha visto qualcosa di terribile che ci ri-guarda. Perché la foto ci guarda e ci riguarda e quindi ci interroga, ci tira dentro e ci chiede di chiederci quello che si è chiesta l’artista. Chi sono?

Travestirsi è un modo per saggiare altri modi di essere. Silvia Camporesi in “Esercizi di stile”, 2006, prende varie identità ispirandosi a delle foto trovate. Che non è il lavoro di Cindy Sherman sulle donne dei B-movies americani, lavoro sul sociale, come dicevamo prima, che qui non c’è. È piuttosto vicino al lavoro di Tomoko Savada che in “School Days” costruisce la foto di una classe con 40 alunne e l’insegnate replicando se stessa in altrettante diverse versioni.

Poi c’è il nascondersi, chiudere gli occhi. E anche qui abbiamo una Sophie Calle che tiene una mano a coprire metà volto nella foto fatta da Jean Baptiste Mondino nel 2003. Ma è una presenza assoluta, un essere nel mondo ancora più intensamente con quello sguardo severo che attira su di sè, sul proprio occhio tutta l’attenzione. Invece nell’”autoritratto con la mia famiglia” del 2011 di Anna di Prospero la madre tiene le mani sugli occhi della figlia che a sua volta  tocca le sue con l’affetto della bambina che vuole riconoscere la mamma anche se sa già che è lei. La madre sembra proteggere la figlia dalla vista del mondo che è solo un riflesso nel vetro dietro cui si trovano. E Guia Besana in “Abigail si sente persa”, Baby blues 2010 mette in scena il gioco del nascondino tra mamma e figlia ripensando a quando era lei la bambina e adesso la mamma. Mentre nella foto “Nascondino con me stessa” 2012  Utami Dewi Godjali, attraverso una serie di sovrapposizioni,“ritrae se stessa mentre si guarda, ti guarda, e tiene per mano una bambina che indica altrove”. Simona Ghizzoni vuole nascondersi nell’armadio in cui si nascondeva da piccola am adesso non ci sta più dentro e le sue gambe sbucano in “Aftermath” 2008.

E poi c’è il doppio. Natalie N. Abbassi con “Driver and driven” 2011 rappresenta se stessa su una macchina. Davanti c’è lei vestita all’occidentale che guida e dietro c’è lei con il velo trasportata.  Anna di Prospero in Autoritratto con i miei amici” 2011 fotografa se stessa e un’amica di cui non si vede il volto, sono tutte e due vestite di rosso, tanto che potrebbero essere la stessa persona. In “Cosa vuoi da me?” 1928 di Claude Cahun  c’è lei, lui, che si guarda (l’artista ha sempre messo in discussione la sua femminilità-mascolinità). In  “autoritratto” 1928 a parte la maschera che nasconde gli occhi ma lascia vedere la boccuccia che si addice alla figura femminile, il ventre si perde e si confonde e si nega nel raso dello sfondo perchè, in fondo, è nel ventre che sta la diversità. Lo specchio è stato usato e riusato dalle artiste del 900. Vivian Maier, ( dice lei stessa, “io fotografo me stessa per trovare il mio posto nel mondo”)  si fotografa riflessa in un pomello lucido, nella sua ombra, in uno specchio in via di trasloco, in una vetrina.

E poi c’è il nudo. Che nel caso di Francesca Woodman, “senza titolo” 1976 è anche doppio perchè in una squallida stanza lei, nuda, seduta su una sedia, è raggiunta dalla sua ombra.  Simona Ghizzoni inAftermath” 2008 è nuda con le foglie sulla schiena e si sente senza protezione e vulnerabile. Katharina Eleonore Behrend è una pioniera del nudo partecipando nei primi del ‘900 a gruppi di nudisti.  Nel 1908, in “Autoritratto” emerge da un vello come la Venere dalla conchiglia, il suo cielo è un drappo nero e la scena si allarga a mostrare una porta e la parete perchè non vuole essere avulsa dal contesto, dal mondo, è li perchè ha creato una scena in cui mettersi in scena con la sua assoluta femminilità. Il nudo di Helene Amouzou, profuga del Togo, si dissolve nella parete, sembra voler scomparire, non farsi vedere, mimetizzarsi. Così è la sua vita. E poi c’è il cercarsi, nell’acqua. Ci sono molte foto di Elina Brotherus che si rapporta con l’acqua. Qui si cita “The Lake” 2007. l’artista presa di spalle guarda giù nell’acqua ma non si vede, noi non vediamo il riflesso e non sappiamo se c’è. Poi nel 2012 con “L’Etang” l’artista scende nell’acqua fino alle caviglie e allora vediamo sempre lei di spalle ma riflessa dentro. È azione. Invece  Simona Ghizzoni è seduta ai bordi dell’acqua di un lago in mezzo al quale incombe la figura di un rudere. È una meditazione, su chi sono io, forse quello che vedo. Mentre Guia Besana prende il posto dell’acqua che dovrebbe scendere da uno scivolo. O è una sirena portata a riva tra la poseidonia. Indossa una coda che aveva regalato alla figlia che voleva essere sirena. La stessa artista affronta l’altro tema fondamentale che è quello del tempo. In “Untitled#1/Me. Le ore” 2014 si fotografa a mezz’ora di distanza e accosta i due scatti. Concita De Gregorio cita John Berger “La scelta non è tra il fotografare x o y: bensì tra il fotografare nel momento x o nel momento y” e continua “Lo dice il lessico, le parole che usiamo quando parliamo di immagini – quando le realizziamo. Tempo di esposizione, memoria, velocità di percezione e di esecuzione. Essere li in quel momento. Ogni verbo, fermare, cogliere, segnala un’azione che gareggia col tempo”. E aggiungiamo la sospensione. Molte artiste si sono fotografate sospese nello spazio e quindi nel tempo. Natsumi Hayashi in “Today’s Levitation” 29.04.2011. Francesca Woodman in “Senza titolo” 1977-78. e Silvia Camporesi in “Skywalker, Indizi Terrestri” 2005, o in “Deep, Down by the Water” 2010. Quando andiamo dallo psicanalista facciamo una ricerca sul tempo, lo sezioniamo, andiamo a cercare quel momento che è stato una svolta, un passaggio importante, uno shock. Noi siamo il nostro tempo. E ancora la favola. Moira Ricci con “A Lidiput” 2003 ritrae se stessa affondata nella sabbia contornata da tantissimi minuscoli bagnanti appunto come lillipuziani. E Gaia Besana in “Avvelenate” 2015 ci mostra alcune Biancaneve morte vicine a tante mele avvelenate. Da una statistica risulta che in Italia siamo 60 milioni e che ci siano nelle nostre case 60 milioni di animali considerati come dei famigliari. C’è anche un gioco che si basa sul “che animale sei?”. Ebbene, anche questo è un modo per conoscersi. Simona Ghizzoni fotografa una giraffa. Anche lei si sente fuori scala, fuori posto.

E poi ci sono gli autoritratti sfacciati, quelli che ci sbattono in faccia dei volti sofferenti come quelli di Nan Goldin, di Graciela Iturbide, di Melanie Bonajo mentre in “Eleonora”  Silvia Camporesi, ancora una volta, con le bende sugli occhi, prende le parti di un’ipovedente. Nel bel video trailer sentiamo risuonare le voci delle artiste … nelle tue foto di te sei contemporaneamente autore, soggetto, e pubblico … le donne  si guardano, riflettono, si riflettono, si sdoppiano, generano a partire da dentro … un autoritratto non deve essere necessariamente un ritratto di me stessa può essere una ricerca di identità attraverso altro … gran bella mostra e gran bel libro!

Info:

Istituzione Fondazione Bevilacqua la Masa
Maria Livia Brunelli Home Gallery
Contrasto
per la mostra
“Chi sono io?” Autoritratti, identità,reputazione.
Fotografie di Simona Ghizzoni, Anna di Prospero, Moira Ricci,  Silvia Camporesi,  Guia Besana,
Testi di Concita de Gregorio
a cura di Maria Livia Brunelli e Alessandra Mauro
2 dicembre 2018 – 3 febbraio 2019

Anna Di Prospero, Self-portrait with Eleonora, 2011, Stampa inkjet fine art, 100×67 cm, edizione di 6 + 2 PA © Anna Di Prospero

Guia Besana, Condition #10 from series UNDER PRESSURE © Guia Besana

© Moira Ricci, A Lidiput, stampa lambda su plexiglass, 240×60 cm, 2003, courtesy Giovanna Calvenzi/l’artista

Simona Ghizzoni, Series Aftermath, untitled 2008 © Simona Ghizzoni

Silvia Camporesi, Studio per Ofelia, 2004 c-print cm 70×100 © Silvia Camporesi

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