Fabio Sandri. IO|N (IO-NOI)

Con l’allentarsi delle restrizioni per il contenimento della pandemia riprende e cresce il programma espositivo promosso dal brand del design Gaggenau insieme al progetto non profit per l’arte in Italia Cramum. La nuova rassegna artistica, intitolata “EXTRAORDINARIO” è curata anche quest’anno da Sabino Maria Frassà. Il progetto ha origine dall’intento di esplorare il ruolo complementare di arte contemporanea e design come strumenti di indagine del presente e di progettazione del futuro. Il primo appuntamento della manifestazione, che nei prossimi mesi vedrà coinvolti gli artisti Fulvio Morella, Francesca Piovesan e il duo TTozoi, è la grande mostra “IO|N” nello showroom milanese di Gaggenau DesignElementi dedicata al maestro dell’off-camera Fabio Sandri, la cui pratica utilizza l’ingannevole oggettività dell’immagine fotografica come mezzo di rilevazione/rivelazione del labile confine tra l’individuo e il mondo esterno. Come spiega il testo critico del curatore Sabino Maria Frassà, per Sandri non esiste alcun grado di separazione tra l’io e l’altro da sé: nei suoi lavori, basati sull’esposizione diretta della carta fotosensibile alla luce ambientale, le due entità si fondono in un infinito NOI, un continuum visivo dove i corpi formano un tutt’uno con le loro ombre e proiezioni nello spazio circostante.

Emanuela Zanon: Da oltre vent’anni la tua ricerca nel campo della fotografia è incentrata sull’idea di fotosensibilità, cioè sull’esclusione dell’intermediazione della macchina (con i suoi apparati hardware e software di manipolazione dell’immagine) per consentire una piena autonomia all’azione della luce sulla carta fotosensibile. Quali considerazioni ti hanno orientato verso questa scelta?
Fabio Sandri: Il materiale fotosensibile, la carta fotografica, e la produzione dell’immagine o della forma tramite questo medium, ben rappresenta per me una questione plastica, cioè una domanda sulla materia possibile e rappresentativa per la costruzione dell’immagine. Ritorno spesso nello spiegare che per me il materiale fotografico è un precipitato di esperienza e di materie, le immagini da me costruite sono la memoria dei materiali e dunque anche di una Storia. Il materiale fotosensibile che caratterizza la mia ricerca da quasi trent’anni mi sembra contenga tutta questa complessità e rappresentanza; mi piace utilizzarlo al vivo, direttamente, e non solo come supporto finale di un meccanismo o di una riproduzione, ma proprio come produzione prima, in atto. È una materia viva dunque… una questione plastica appunto.

La mostra si apre con l’opera intitolata NUCLEO (IO) (2020), un tuo autoritratto realizzato esponendoti a una luce zenitale all’interno di una gabbia metallica inquadrata da una telecamera, le cui riprese hanno impressionato la carta fotografica sulla quale erano proiettate in tempo reale. Cosa hai riconosciuto o scoperto di te nell’impronta che hai lasciato sul supporto fotosensibile?
Non intendo l’autoritratto come mia rappresentazione, ma come gesto in prima persona che è fatto da chiunque fruisca del dispositivo da me creato, che non è l’opera finale, ma il tramite attraverso il quale si “costruisce” l’immagine. Il dispositivo “Nucleo (Io)” in questa mostra non è in azione ma è solo presentato come strumento per raccontare l’immagine (inedita) che abbiamo scelto di esporre. È un’immagine che nasce anch’essa per accumulo e concentrazione, anche se poi ho scelto di scansionarla e lavorare sul digitale. In questo caso mi interessa la costruzione dell’immagine tramite un’esperienza di stasi che permette un’immersione dentro a un processo di empatia che va oltre all’immagine intesa come fatto solamente visivo; è un processo di costruzione che per forza implica il “resistere”, una concentrazione e una stasi e uno sforzo nel farla. Il materiale fotosensibile rappresenta una resistenza che necessita di un’insistenza e una stratificazione da cui nasce l’immagine finale, che in questo caso tende a una forma centrale, la cerca come forma rappresentativa, come un nucleo iniziale da cui partire, un nucleo generante che dà l’idea di un possibile sviluppo ulteriore e va oltre il fatto figurativo. Infine, per me non è mai un problema mostrare come costruisco l’immagine, non ci sono segreti, anzi mi piace condividere la consapevolezza riguardo al mio lavoro.

Un luogo comune che ancora oggi condiziona lo statuto artistico della fotografia è il fatto che essa sia il modo più verosimile per ritrarre il mondo che ci circonda. Nonostante le tue immagini non siano leggibili secondo i canoni del realismo tradizionalmente inteso, trovo che la restituzione “grezza” degli effetti dell’incontro del soggetto con la luce, in cui vengono inclusi anche le ombre, i movimenti e il pulviscolo atmosferico, arrivi a un livello più profondo di obiettività, che prescinde dalla convenzione della finestra albertiana (o dello schermo) attraverso i quali il nostro sguardo è abituato a interpretare la realtà. Cosa vorresti dirci a riguardo?
Sì, della fotografia mi interessa l’automatismo e un possibile grado di obiettività… Una tendenza al concreto e al realismo se così si può dire… Un’attitudine e una volontà più che una certezza, dal momento che si tratta sempre e comunque di una trasformazione del reale… Uno scarto o un derivato… Un precipitato io lo chiamo, ma è la direzione e l’intenzione che mi permette di rappresentare ciò che mi interessa ed è anche un liberarsi di altri orpelli e lavorare con poco.

La fotografia analogica appare oggi quasi definitivamente scalzata dalla digitalizzazione che ha rivoluzionato negli ultimi decenni il nostro approccio alle immagini. Come collochi la tua ricerca all’interno di questo dibattito?
Non credo sia questo il discorso o il dibattito, se poi esiste davvero, cioè il confronto o superamento di una tecnica su un’altra. Come ho detto il materiale fotosensibile è efficace per me per una sua residua fisicità e semplicità, ma utilizzo anche alcuni processi digitali come la scansione e l’inversione automatica digitale che trovo molto interessanti… il problema non è lo strumento ma il come si utilizza uno strumento. Ad esempio, nel lavoro inedito “Nucleo (IO)” presentato in questa mostra impiego la scansione e l’inversione digitale del negativo, per indagare un’ulteriore dimensione o sviluppo dell’immagine. Questa immagine trattiene infatti in ogni caso il carattere di stratificazione che a me interessa far emergere: i colori sono il frutto della complementarità con l’impronta del video su carta bianco e nero che assume colori di una sorta di ossidazione, da cui poi deriva il colore finale dell’immagine.

Il percorso della mostra si conclude con INCARNATO / FILTRO (2009-2021), opera site-specific ripensata per Gaggenau dopo una prima performance fotografica realizzata nel 2009. Al centro dello spazio espositivo hai collocato un artigianale apparecchio stenopeico formato da una serie di scatole di cartone incastrate una dentro l’altra a formare un filtro, sul fondo del quale hai posizionato un foglio fotosensibile che lascerai a impressionarsi per tutta la durata della mostra. Il processo sembra portare alle estreme conseguenze lo stravolgimento del concetto di tempo in relazione al medium fotografico già presente negli altri tuoi lavori: non più la fissazione dell’istante irripetibile e fugace, ma la condensazione di una durata tradotta in simultaneità. Quale obiettivo persegui con questa azione partecipata?
A differenza di quello che può sembrare, non si tratta di stenoscopia e non c’è alcuna ottica, nemmeno quella di un semplice foro, ma è semplicemente una nicchia d’ombra, una cavità ottenuta con scatole di cartone montate una dentro l’altra, un ingombro-cavo che mi permette una rarefazione della luce, un filtraggio concentrico ottenuto attraverso i perimetri ripetuti e in progressione o espansione. Io preferisco però intenderli come “concentrazione”, ovvero servono a creare una resistenza fisica al limite della forma dell’immagine ottenuta dall’impressione della luce del luogo durante tutto il tempo della mostra. È un’immagine che si forma nel tempo, che racconta di un NOI non antropomorfo né antropocentrico, in cui la luce è filtrata attraverso queste pareti di cartone non totalmente coprenti. Non è altro che un dispositivo che mostra un’attitudine e una stratificazione come processo per generare l’immagine… Anche qui un nucleo iniziale. Alla fine del tempo di esposizione rimarrà il resto di questo lavoro, cioè ne farò un’inversione digitale che trasformerà la “calda” materia fotosensibile in un’immagine di azzurra lontananza.

Info:

FABIO SANDRI. IO|N
a cura di Sabino Maria Frassà
7 giugno – 29 luglio 2021
Gaggenau DesignElementi Hub
Corso Magenta 2 (cortile interno)
Milano
Visite aperte al pubblico nel rispetto delle norme sanitarie vigenti e solo su appuntamento previo contatto email o telefonico:
E-mail: gaggenau@designelementi.it
T. +39 02 29015250 (interno 4)
lunedì – venerdì | Ore 10:00 – 18:30

Cover image: Fabio Sandri, Nucleo (Io), 2020, installation view at Gaggenau DesignElementi Hub, Milano © Francesca Piovesan, courtesy l’artista, Gaggenau e Cramum

Fabio Sandri, Nucleo (Io), 2020, © Francesca Piovesan, courtesy l’artista, Gaggenau e Cramum

Fabio Sandri, Autoritratti, © Francesca Piovesan, courtesy l’artista, Gaggenau e Cramum

Fabio Sandri, Stanza Avvolgimento, 2010 © Francesca Piovesan, courtesy l’artista, Gaggenau e Cramum

Fabio Sandri, Stanza, 2008 © Francesca Piovesan, courtesy l’artista, Gaggenau e Cramum

Fabio Sandri, A.T.L., 2010, © Francesca Piovesan, courtesy l’artista, Gaggenau e Cramum

Fabio Sandri, INCARNATO / FILTRO, 2009-2021, © Francesca Piovesan, courtesy l’artista, Gaggenau e Cramum


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