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Franco Battiato è riuscito a essere l’immagine div...

Franco Battiato è riuscito a essere l’immagine divina di questa realtà

Breve viaggio estetico nel suo universo attraverso copertine e videoclip

Seduto sospeso su una sedia a dondolo inesistente – un’eco che inevitabilmente mi riporta alle parole di Matte Kudasai dei King Crimson – con lo schienale di una costellazione contenuta in un rettangolo, in un cielo bianco dove si stagliano grandi palme nere. Lui di profilo, con un atteggiamento ai limiti dell’insolenza, perché dell’ascoltatore che comprerà il suo disco se ne infischia (non come quei faccioni del cantautorato italiano ‘80s che ti fissano), sfoggia codino, giacca e cravatta con calzini-dentro-sandali in pelle francescani. Tre parole in basso, l’una distanziata dall’altra in modo quasi esageratamente incoerente dicono ‘la voce/del/padrone’, mentre tre piccoli e affilati triangoli disposti nello spazio tracciano gli indizi immaginari di un triangolo ben più grande il cui vertice superiore sembra proprio combaciare con il cuore di lui seduto. È facile capire di cosa stiamo parlando, è la copertina del disco più conosciuto al mondo di Franco Battiato e uscito nel 1981 per EMI Records. L’immagine è l’elaborazione grafica di una foto scattata da Roberto Masotti ad opera di Francesco Messina, colui che più volte riuscirà a concretizzare visivamente il pensiero musicale di Battiato. Il titolo dell’album non è un richiamo alla nota etichetta discografica (o forse sì ma solo ingenuamente quasi per gioco) quanto un riferimento puntuale alla filosofia gurdjeffiana. E la voce è quella della coscienza che stando alle teorie del filosofo e mistico è soffocata in uno stato di torpore dal quale ci si può risvegliare solo attraverso il lavoro attivo e costante sul sé. Solo così facendo l’uomo edifica la sua anima, in divenire, ascoltando la voce del padrone, la coscienza ‘ordinaria’. Ma torniamo alla copertina perché il retro è ancora più originale: ogni traccia del disco aleggia intorno al compositore simboleggiata da una sua miniatura ogni volta di colore diverso. Il nome della canzone e il ‘santino Battiato’ sono riconducibili con una linea a una parte del corpo, la cui disposizione non sembra affatto casuale: Centro di gravità permanente punta direttamente nel mezzo, Cuccurucucu alla testa. Eccezion fatta per Uccelli e Segnali di vita, collegate ai due elementi dello sfondo, palme e quello che sembrerebbe un airone, piena evocazione siciliana.

La collaborazione con Messina inizia negli anni Settanta per durare praticamente una vita. Da L’era del cinghiale bianco (1979) a LArca di Noè (1982) alla serie Fleurs (1999, 2002, 2008) ad Apriti Sesamo (2012) fino all’ultimo Torneremo ancora (2019). È chiaro che ognuna è frutto della sensibilità di un artista a tutti gli effetti che traslittera visivamente testi e musica di Battiato. Inopportuno ora dilungarsi dunque su altre splendide copertine. Vale la pena, però, citarne alcune che ad oggi rimangono sconosciute per molti. È il caso dei primissimi esordi quando appare un giovane ragazzo siciliano filiforme, di tanto in tanto ritratto in qualche pittoresca cittadina italiana.

Nella prima canzone che incide lo vediamo avvolto in un cappottone, schivo e con l’aria pensosa, appoggiato a una panchina di Parco Lambro (L’amore è partito, 1965). Perfino le tracce hanno le sonorità italiane tipiche di quegli anni, tanto che alcuni ancora si chiedono se sia effettivamente Battiato a cantare (la risposta è ‘sì!!’). Tra le copertine degli esordi (Triste come me/Il mondo va così, 1967; La Torre/Le reazioni, 1967; Fumo di una sigaretta/È l’amore, 1968) vale la pena soffermarsi un istante sull’immagine che appare in Bella ragazza/Occhi d’or (1969). Battiato appare frontalmente seduto a gambe incrociate, in un rifacimento grafico nel pieno gusto pop (una serigrafia?). A elaborarla è il celebre Mario Convertino che con il suo omonimo studio darà vita a molte altre importantissime copertine italiane e per Battiato farà anche uscire la splendida Clic (1974). Non a caso Convertino concepisce in quel periodo lo studio proprio come una factory dove convergono le capacità delle personalità artistiche milanesi underground e culturali. Lo stesso collaborerà infatti anche con Schifano per una serie di pubblicità di cui oggi ahinoi non rimane nulla.

Procedendo negli anni tra quelle meno conosciute c’è poi una vera chicca, l’ultima che citeremo. Franco Battiato (1977) disegnata da Antonio Ballista (!), pianista protagonista degli arrangiamenti in entrambe le tracce. Su di un tetto, appare una porta finestra con una serranda semi aperta a mo’ di negozio, all’interno della quale si scorge a malapena un’ombra. Sopra l’insegna battiato. L’interpretazione rimane misteriosa, sicura la provenienza della musica, dal cielo, o se preferiamo, da qualcuno che ha letteralmente la testa tra le nuvole in quel momento. e Cafè-Table-Musik le due canzoni in album, sono sperimentazione pura di note e voci.

Allo stesso modo troppo bisognerebbe dire sull’estetica dei videoclip di Franco Battiato. Da dove cominciare? Per facilitarmi il compito mi addenterò nel tema scegliendo due ambiti: il Battiato ballerino degli anni Ottanta; il post-human e l’accelerazione degli anni Novanta-Duemila. Iniziamo dal primo. Smettiamo di pensare che esistano “balletti alla Battiato”. Basta pensare che quelli che vediamo in Centro di gravità permanente, Voglio vederti danzare, Up Patriots To Arms, La stagione dell’amore, Mesopotamia siano l’incarnazione dell’atteggiamento impacciato dell’intellettuale che fa il simpaticone con piccoli movimenti aritmici e asincroni perché non sa ballare. Questa è solo una credenza al gusto radical chic. Battiato rimane forse il più ritmico ballerino cantante di sempre (Raffaella Carrà è un’altra cosa). Era semplicemente libero e sé stesso. Allo stesso tempo ciò non implica che le sue ‘mossette’ fossero ultra spontanee, anzi. Documentandosi per benino si capisce come in realtà ci siano numerose contaminazioni con le danze sacre di Gurdjieff e quelle dervisce nelle quali Battiato iniziava ad addentrarsi proprio allora. Quei balletti rimangono l’espressione di un ritmo tutto singolare, certo, ma che in fondo, come potrebbe essere facilmente per chiunque, conduce alla conoscenza del sé data dal senso di movimento soggettivo scoperto nel proprio corpo. Quindi spendere tempo a imparare i segreti dei saltelli di Centro di gravità permanente ha senso fino a un certo punto. Poco senso.

Per esemplificare il secondo ambito mi servirò di un album del 2004, Dieci Stratagemmi, che può davvero considerarsi un capolavoro nell’esemplificazione dell’estetica post-human del secondo millennio unita a una sorta di accelerazionismo ante litteram. L’album è un decalogo che descrive con una critica feroce l’atmosfera del periodo e insieme si promette di combatterla attraverso dieci comandamenti. Tra le tracce Ermeneutica è quella che sicuramente tra testo e videoclip è riuscita meglio a interpretare il tutto, dalla politica alla società all’iper progresso tecnologico. E infatti la canzone è seconda nei temi solo a Inneres Auge. Esordisce: «Tensioni di tensioni di frustrazioni si manifestano/nel nostro seme si nascondono si riproducono germi di desideri infetti». Il videoclip si apre con un’immagine dissacrante: due pinguini camminano vicini quando all’improvviso uno dei due colpisce l’altro che cade nella neve. Subito dopo appare Battiato seduto alla scrivania con il volto basso coperto da grigi capelli incolti. Un attimo dopo il contrario, il viso in primissimo piano che quasi insedia l’occhio della telecamera che dall’alto sembra non tenergli testa. Ancora dopo questa sale dal basso mentre Battiato sta leggendo De Mundo Pessimo di Sgalambro. Il video procede alternando momenti di sguardo distopico a citazionismi visivi su macchine, tecnologia, accelerazione-riproduzione e universo. «Tutte le macchine al potere/gli uomini a pane e acqua» continua il brano. Il tutto finisce con Battiato e la cantante del featuring in una stanza dove campeggia un grande schermo a luce blu neon, i due camminano con movimenti robotici fino a scomparire nel retro mentre la luce si spegne e cala il buio. L’umanità è stata oscurata dallo schermo. Le similitudini poetiche con le ricerche artistiche nella video art computerizzata di quegli anni sono molteplici e non possiamo soffermarci. Ciò che davvero stupisce però di Franco Battiato è l’estrema compiutezza della sua opera che dalla musica, dai testi e oserei dire dalla filosofia – che senz’altro può essere imparata a differenza dei balletti – giunge all’estetica visiva delle copertine e dei videoclip resa di certo possibile grazie alla collaborazione con altrettanti artisti. Ma inconfondibile rimane la sua palese sensibilità per il mondo dell’immagine come d’altronde non poteva non essere per lui che voleva «essere un’immagine divina/di questa realtà». E ci è riuscito davvero.

Info:

www.battiato.it

www.discografia.dds.it

www.rollingstone.it/musica/che-viaggio-le-copertine-di-francesco-messina-per-franco-battiato

www.ilmanifesto.it/studio-convertino-un-segno-tra-video-e-musica/

www.movimentidanzesacre.it

Franco Battiato, La Voce del Padrone, copertina,1981

Franco Battiato, La Voce del Padrone, retro copertina, 1981

Franco Battiato, L’amore è partito, copertina, 1965

Franco Battiato, Clic, copertina,1974

Franco Battiato, Voglio vederti danzare, 1982 (Album: L’arca di Noè)

Franco Battiato, Ermeneutica, 2004 (Album: Dieci stratagemmi)


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