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Il Surrealismo socialista di Sinisha Kashawelski

Il Surrealismo socialista di Sinisha Kashawelski

Il realismo socialista, sviluppatasi nella terza decade del Novecento, ha incarnato l’arte ufficiale dell’Unione Sovietica e dei Paesi socialisti dell’Europa orientale fino al crollo del comunismo. Questa corrente letteraria e artistica rifletteva gli ideali di interdipendenza tra attività pratica e teoretica elaborati da Marx e Engels, che postulavano un’arte fedele alla realtà sociale, sviluppata a partire da valori tangibili e non da ideali astratti e capace, a sua volta, di creare valori concreti. La funzione principale dell’arte era quella di celebrare il progresso socialista attraverso temi ricorrenti come la lotta di classe, l’alleanza fra contadini e operai, la storia del movimento operaio, la vita quotidiana dei lavoratori. Nonostante Marx ed Engels non intendessero ridurre l’arte a un puro strumento di propaganda e di polemica, questi obiettivi hanno di fatto orientato per decenni l’insegnamento nelle Accademie di Belle Arti verso una rigorosa formazione tecnica e standard figurativi e ideologici molto rigidi. Le conseguenze sono ancora oggi brucianti nelle poetiche di molti artisti contemporanei originari delle aree geografiche storicamente interessate dalla Rivoluzione Comunista, basti pensare al progetto monografico Subversion to Red dell’artista macedone Nada Prlja presentato alla Biennale Arte di Venezia nel 2019, un sovversivo ritorno alle nozioni “dimenticate” di idealismo e ideologia attraverso la rilettura critica dei postulati della teoria marxista e del pensiero di sinistra.

Questa introduzione inquadra il background culturale del macedone Sinisha Kashawelski (1969, vive e lavora a Kumanovo), i cui dipinti combinano la tradizione pittorica macedone e colte citazioni della storia dell’arte con uno stile perturbante di stampo surrealista. Ne suoi quadri, realizzati a olio su tela (ma occasionalmente anche su tavole di legno come le antiche icone del suo Paese natale), stili e suggestioni differenti si amalgamano in intriganti visioni oniriche che guardano con estrema libertà l’arte consacrata dalla storia. I suoi soggetti ricorrenti sono figure umane solitarie, soprattutto femminili, collocate quasi come manichini in mezzo ad altri elementi che fanno parte dell’arredo dello studio del pittore e che vengono ricomposti in essenziali teatrini di oggetti. L’impianto compositivo dei dipinti, caratterizzati da formati alti e stretti e da un punto di vista leggermente ribassato, ricorda quello della grande pittura religiosa del tardo Rinascimento, quando le nicchie dei polittici collocati sugli altari erano abitate da santi e beati già tridimensionali e raffigurati in modo realistico, pur nella complessiva idealizzazione simbolica dell’immagine. Anche i personaggi di Sinisha Kashawelski si ergono in ieratica posizione frontale come idoli enigmatici bloccati all’interno di uno spazio di geometrica nitidezza, reso incongruente dal ricorrente “svanire” delle figure alla base come se il colore si sciogliesse o diventasse nebbia, rivelando la natura illusoria dell’immagine.

Le figure sono caratterizzate dai gesti solenni della pittura sacra o di regime e da peculiari oggetti-attributi che ancora una volta richiamano gli escamotages dell’agiografia figurativa, in cui le vite dei santi erano sintetizzate dagli oggetti che funzionavano da veicoli dei loro miracoli e dagli strumenti del martirio. In questo caso gli attributi sono armi (o cose in sé innocue brandite come tali), simboli comunisti (rappresentati sotto forma di oggetti o mimati dai gesti dei personaggi), libri e slogan propagandistici, ma anche assurdi elementi prelevati dalla realtà secondo un raffinato nonsense di stampo magrittiano. Si tratta di un’operazione pittorica culturalmente piuttosto provocatoria, in cui questi simboli granitici di potere e forza ideologica si sgretolano di fronte ai nostri occhi diventando semplici presenze vuote, quasi dei giocattoli che mettono in scena la storia sotto forma di rebus, con l’intento di sbloccarne il vero significato.

La luce limpida e cristallina che definisce plasticamente i personaggi e gli oggetti a loro collegati in un chiaro tonalismo atmosferico innesca una suggestione di ariosità, ma qui non c’è nulla di naturalistico e tutto vive in una dimensione puramente mentale. Il complesso gioco di interrelazioni tra elementi simbolici, puntigliosità iperrealistiche e lucide allucinazioni, combinato alla raffinata ironia estetica dell’insieme, fa pensare che dipingere per Sinisha Kashawelski sia anche una messa in scena del problema stesso della veridicità dei valori plastici della pittura, condotta con un approccio sempre in bilico tra visione edonistica e propagandistica. Questa ricerca, che diventa inquietante metafora delle ingannevoli manifestazioni della storia, lo porta a creare i suoi idoli pittorici con una maniacale cura dei particolari, carica di intenzioni simboliche, la cui attendibilità viene però subito contraddetta dalle aporie degli accostamenti tra i vari elementi. La strana contaminazione tra idealismo, razionalismo e surrealismo che ne risulta, nasce in lui come reazione a un’eredità storica di cui diffida, ma che sente dolorosamente come irrinunciabile parte di sé.

In queste atmosfere enigmatiche, che suscitano nell’osservatore una sensazione di attesa di chissà quale sviluppo o di una rivelazione ideologica sempre negata, s’innesta la fascinazione dell’artista per il monodico tema del ritratto femminile idealizzato, un’iconografia che sigla il suo stile rendendolo inconfondibile. I volti maliziosamente angelicati delle sue eroine esprimono una sensualità intrigante in sfacciato contrasto con le pose e gli atteggiamenti che ammiccano a quelli delle Madonne e delle sante della storia dell’arte rilette attraverso il filtro del realismo socialista come popolane e operaie. L’estenuata bellezza di queste donne, che sarebbe piaciuta a Salvador Dali per la sua qualità “imbambolata e allucinata da cera”, è calata in una rêverie pseudomistica in grado di reinventare un’intera tradizione formale in termini di svuotante mistero, ma al tempo stesso di smitizzare la portata ideologica di questa operazione di critica culturale in un trionfo di erotismo e dissacrante ironia.

Info:

www.kashawelski.co

Sinisha Kashawelski, Dreaming – Somniantis. Painting, symbolism, oil color, 2019 – 2020

Sinisha Kashawelski, Hope – Speranza. Painting, symbolism, oil color, 2017


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