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It’s ok to change your mind. Arte contemporanea russa dalla Collezione Gazpromban

Da sempre in Russia l’arte è considerata un fattore determinante per lo sviluppo intellettuale e spirituale della società e un’articolata rete di strutture statali e fondazioni private hanno costantemente investito nella valorizzazione di un patrimonio artistico la cui visibilità, a causa delle forti tensioni politiche internazionali e di un’atavica attitudine da parte della Federazione Russa a considerarsi un mondo a parte, raramente riesce a superare i confini nazionali. Per questo motivo, dopo un breve periodo di interesse generale alla fine anni ’80 sulla scia dell’entusiasmo per la caduta del Muro di Berlino, l’arte contemporanea russa sembra non pervenuta sul radar dell’opinione pubblica internazionale nonostante abbia proseguito senza incrinature la lunga tradizione intellettuale che la contraddistingue. La mostra It’s ok to change your mind, che segna il nuovo corso di Villa delle Rose a Bologna impostato dal neodirettore del MAMbo Lorenzo Balbi, vuole rispondere a questo vuoto conoscitivo con un’indagine sulla scena artistica contemporanea russa che mette a confronto le opere di 21 artisti di diversa generazione realizzate con media differenti nell’arco degli ultimi 20 anni. Il prestito proviene dalla Collezione Gazprombank, un fondo di 800 lavori costituito da progetti artistici completi (e non da singole opere), in alcuni casi commissionati appositamente dal colosso russo dell’energia per dare visibilità internazionale alle nuove frontiere della ricerca artistica.

A 100 anni dalla Rivoluzione d’Ottobre, cosa è cambiato nella percezione che gli artisti hanno del contesto culturale, sociale e politico in cui vivono e che interpretazione danno alla propria identità in relazione alla memoria storica? Se le avanguardie di inizio ‘900 si proponevano come azioni dirette verso un preciso obiettivo ideologico, come si canalizza oggi l’energia artistica nell’epoca dell’indeterminazione quando vecchie tradizioni incontrano culture giovanili globalizzate? I processi fluidi e multiformi dell’arte contemporanea sono ancora veicoli di resistenza all’incertezza esistenziale e spinte al cambiamento sociale? Questi interrogativi scandiscono il variegato percorso della mostra raccontando il multiforme scenario della ricerca artistica delle ultime generazioni in bilico tra riconsiderazione critica di un passato ingombrante, nostalgia della tradizione, desiderio di  cambiamento e sogni distopici di costruire impossibili realtà alternative.

L’aspirazione a una società basata su una reale fratellanza e non su un artificiale livellamento in nome di un’astratta uguaglianza è il tema della performance Égalité di Elena Kovylina, in cui uomini e donne di età, etnia e professioni diverse appaiono illusoriamente allineati in altezza perché schierati su sgabelli le cui gambe sono state tagliate in modo da parificare il livello delle loro teste, come se nella patria del Comunismo l’equità poggiasse su presupposti instabili e sgangherati. Il sogno di un futuro migliore diventa invece l’attesa di un miracolo negli scatti di Olga Chernysheva che riprendono da dietro una serie di donne che indossano pelosi copricapi tipici in mohair colorato, da lontano simili a cactus sospesi nel vuoto.

Le contraddizioni estetiche e concettuali generate dalla persistenza di retaggi tradizionali e reminescenze sovietiche improntano gli scatti di Alexander Gronsky, che ritraggono esotici levrieri afghani incappottati nella neve sullo sfondo di anonimi dormitori di periferia la cui serialità è interrotta dalla presenza di una vecchia dacia non più circondata dalla campagna. Lo stesso surreale contrasto emerge da un’altra performance in cui Kovylina ripercorre il viaggio a cavallo di una promessa sposa che porta in dono al futuro marito un cesto di melograni, simbolo di verginità e fedeltà, nel traffico della Leningrad Highway che collega Mosca all’aeroporto di Šeremét’evo.

I moduli architettonici e le grafiche rivoluzionarie che propagandavano il volto ufficiale dello stato sovietico ritornano nella produzione di molti artisti che oggi scompongono quelle forme nelle loro unità minime per  destrutturarne il messaggio ideologico in modo da poterle successivamente assemblare in nuove strutture che superano l’impasse del passato pur conservandone il ricordo.  Così Alexandra Galkina riprende citazioni di forme e cromie suprematiste per costruire oggetti stilizzati che celebrano la femminilità in chiave pop, mentre le sculture di Anatoly Osmolovsky riproducono torrette di carri armati indagando lo stile di una progettazione industriale avulsa dalle sue funzionalità iniziali. Alexandra Paperno rievoca gli appartamenti standardizzati dell’epoca comunista in una serie di dipinti che analizzano le piante dei moduli abitativi che componevano le krushchevki, edifici prefabbricati realizzati negli anni ’50 in ottemperanza alle direttive del sesto piano quinquennale che si proponeva di eliminare gli eccessi nel campo del design e delle costruzioni. L’astrazione evidenzia l’obiettivo di efficienza e risparmio su cui si fondavano i progetti originali e indaga l’idea di uno spazio metaforicamente stretto e le sue possibili implicazioni nel presente. Le stesse abitazioni ispirano a Irina Korina le sculture della serie Smiles, amichevoli creature domestiche ricavate dall’ironico assemblaggio di materiali e arredi provenienti da un passato austero. Ancora la grafica e la rielaborazione dell’autarchico isolamento dell’URSS sono al centro del progetto Empty Knowledge di Daria Irincheeva, una biblioteca ideale composta da 90 quadri-libro in cui l’artista riproduce a memoria le copertine dei libri presenti della sua casa di San Pietroburgo durante la sua infanzia nell’era della post-perestrojka, un catalogo di informazioni parziali perché passate al vaglio della censura e ormai obsolete.

Il duo Mishmash, basandosi sugli scatti del fotografo italiano Giacomo Infelise, descrive Mosca in un insieme di astrazioni pittoriche indiziarie derivanti da dettagli architettonici che lo spettatore può liberamente combinare per appropriarsi del paesaggio urbano e costruire la propria personale rappresentazione mentale della metropoli russa giocando a riconoscerne gli spazi reali. Il frammento, questa volta ispirato al consumismo, impronta anche il lavoro di Svetlana Shuvaeva, il cui progetto It’s ok to change your mind, slogan a sua volta tratto da una pubblicità Ikea, intitola la mostra: una serie di quadri modulari riprendono icone commerciali e telematiche suggerendo come la potenziale illimitatezza del mondo materiale generi in realtà combinazioni poco diversificate di input che determinano gli esiti sempre prevedibili della nostra presunta libertà di azione. Riflette su quest’aspetto anche il progetto I am di Alina Gutkina, in cui alcuni giovani descrivono se stessi attraverso oggetti e brand direttamente inscritti sui loro corpi, mentre le Polaroids della stessa autrice mostrano il definitivo dissolversi delle radici culturali ritraendo ragazzi atteggiati e abbigliati secondo i codici omologanti delle sottoculture giovanili che sembrano annullare le specifiche problematiche dei loro peculiari contesti di provenienza. Se i social e la rete sono la via di fuga più immediata, Sergey Bratkov immagina un assurdo viaggio sulla luna per gli abitanti del quartiere Bogorodskoe di Mosca, inconsapevolmente fotografati e proiettati in solenni scenari spaziali illustrati da rigorose didascalie non-sense.

Info:

It’s ok to change your mind
Arte contemporanea russa dalla Collezione Gazprombank
a cura di Lorenzo Balbi e Suad Garayeva-Maleki
20 gennaio – 18 marzo 2018
Villa delle Rose
Via Saragozza 228/230 Bologna

Olga Chernysheva, Waiting for the Miracle (series), 2000 4 colour analogue photo prints on Fuji photopaper 100 x 150 cm each Gazprombank Collection

Alexander Gronsky, South Tushino (from the series Border), 2009 pigment printing, Hahnemuhle Fine Art Paper, knurling on foamboard 100 x 80 cm, 110 x 90 cm framed Gazprombank Collection

Alexandra Galkina, Lipstick, 2009 acrylic and oil on canvas 130 x 130 х 2,2 cm; 150 x 100 х 2,2 cm; 40 x 80 х 2,2 cm Gazprombank Collection

Anatoly Osmolovsky, TYPE 99A2 China (from the series Hardware), 2016 bronze and nichel sculpture  25 x 34 x 10 cm Gazprombank Collection

Irina Korina, Rocking Chair (from the series Smiles), 2007 MDF, wood, linoleum, plastic, metal 120 x 90 x 45 cm Gazprombank Collection

Svetlana Shuvaeva, It’s OK to change your mind!, 2016 acrylic on canvas 30 x 30 cm each Gazprombank Collection


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