James Collins. Occultation

La galleria CAR DRDE dedica l’ultima mostra prima della pausa estiva all’artista britannico James Collins (Darlington, 1992), alla sua prima personale in Italia. Occultation presenta gli esiti più recenti di una ricerca incentrata sulla materializzazione di una potente ipotesi di simbiosi tra pittura e scultura e sull’esplorazione delle possibilità espressive e delle implicazioni concettuali che scaturiscono da questo connubio.

Ogni opera è il risultato di una complessa sovrapposizione di strati di vernice a olio che creano una superficie frastagliata, ruvida e con un pronunciato aggetto verso la terza dimensione, su cui l’artista interviene incidendo articolate composizioni di segni, interpretabili come mappe o simboli di un misterioso linguaggio non ancora codificato. James Collins concepisce la pittura come un processo alchemico in cui il rimescolamento delle proprietà tattili e visive dei materiali, innescato dall’accumulazione/accostamento delle masse e dai loro reciproci assestamenti durante la fase di essicazione, genera una pasta cromatica energetica e metamorfica in cui gli interventi grafici dell’artista, messi in atto in diversi momenti dello sviluppo dell’opera, modellano spessori che individuano forme ibride in bilico tra l’astrazione e la figurazione. Anche se a prima vista il fermento della superficie e il carattere primitivista dei segni incisi potrebbero richiamare alla mente le Hautes Pâtes (1945-1946) con cui Jean Dubuffet, affascinato dal modo istintivo di dipingere degli alienati mentali, liberava lo slancio vitale insito nella materia pittorica, negli accidentati bassorilievi di colore di James Collins gli affioramenti selvaggi della pittura sono arginati da un approccio razionale che concede al caso solamente calcolati e localizzati margini di azione. A differenza delle sperimentazioni del maestro francese dell’Informale, con cui sembra condividere l’intuizione che “ogni materiale ha il proprio linguaggio”, i lavori dell’artista britannico, pur comunicando un’analoga impressione di immediatezza, sono l’esito di un’attenta (ma non rigida) progettualità che si attua nell’attesa e nell’osservazione dei comportamenti della materia, in relazione ai quali manifesta una totale disponibilità a rinegoziare equilibri, relazioni, intenzioni e accadimenti.

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare in seguito a un’osservazione superficiale, James Collins non è interessato a far esplodere la sregolatezza di un’espressività primordiale, ma a recepire la vitalità di un corpo pittorico espanso che travalica i confini della singola tela per cercare un provvisorio assetto identitario nel riconoscimento delle relazioni empatiche e strutturali che intercorrono tra le opere di una stessa serie, su cui l’artista lavora contemporaneamente, concentrandosi su ciascuna di esse a rotazione. Quest’interconnessione è allo stesso tempo rafforzata e messa in discussione dal disegno, concepito come griglia di orientamento che permette allo sguardo dell’osservatore di rilevare alcune delle infinite presenze implicite nella densità della sostanza cromatica. Se da un lato la gabbia di segni scavata dall’artista potrebbe far pensare a una traslazione in chiave pittorica della “scultura per forza di levare”, qui non si tratta di liberare la purezza di un’idea dal “soverchio”, ma di riconoscere la preesistenza di tutte le immagini nella materialità del colore e di operare una scelta capace di approssimarsi all’impossibile conciliazione tra arbitrarietà e necessità. Non a caso il colore nero intenso che accomuna le opere in mostra ricorda il suolo fangoso del sottobosco, umbratile terreno di gestazione di organismi naturali in grado di condizionarsi reciprocamente anche a distanza secondo meccanismi a noi ancora sconosciuti, le cui logiche potrebbero essere assimilate alle dinamiche dell’ecosistema pittorico elaborato da James Collins.

Per sottolineare l’ossimorica convivenza tra l’aspirazione alla struttura e la consapevolezza della sua transitorietà, l’artista intitola Liquid Engineers tutti i suoi lavori, identificati da numeri seriali che suggeriscono una scansione cronologica, ma anche le successive propagazioni di una matrice sempre attiva nel replicarsi per scissione. Per questo ogni quadro è un contenitore di materia magmatica che, pur essendo in costante connessione telepatica con i suoi simili, costituisce un universo a sé stante e del tutto autosufficiente. Il fertile humus pittorico depositato sulla tela sorprende per la varietà dei riflessi e delle interazioni tonali che diversificano la visione in un’infinita gamma di apparizioni cangianti: dagli anfratti più bui nascono imprevedibili guizzi metallici che destabilizzano la scansione della profondità, lattiginose iridescenze ristagnano per un attimo in superficie prima di essere percettivamente riassorbite dal colore che circonda il loro affioramento, mentre lampi di colore puro percorrono le creste superficiali degli aggregati di materia come se volessero tuffarsi nello spazio antistante. Questa miscela già di per sé esplosiva viene ulteriormente galvanizzata dall’esplicitazione dei condotti che innervano dall’interno lo spessore della pasta attraverso le incisioni che l’artista opera nello strato superficiale ancora molle con l’intento di scoprire alcune delle arterie cromatiche che pulsano sotto la pelle del dipinto. Ogni lavoro incorpora quindi una storia arcaica di occultamento e rivelazione, che per James Collins sembra coincidere con una sorta di mitologia della pittura declinata come infinito processo di integrazione tra il fare e il guardare.

Info:

James Collins. Occultation
24 June – 11 September 2021
CAR DRDE
via Azzo Gardino 14/a Bologna

James Collins. OccultationJames Collins, Occultation, installation view at CAR DRDE, ph. Manuel Montesano, courtesy CAR DRDE, Bologna

James Collins, Liquid engineers #36, 2020, oil on panel, 22 x 30,5 cm, ph. Manuel Montesano, courtesy CAR DRDE, Bologna

James Collins, Liquid engineers #34, 2020, oil on canvas in mid steel artist frame, 102 x 72 cm, ph. Manuel Montesano, courtesy CAR DRDE, Bologna


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