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Photo Notes: com’è andata a Photo London 2019

Fiera lucida e accuratamente offerta, visitata in una giornata di inedito sole del maggio londinese. Appena conclusa, la quinta edizione di Photo London conferma un trend più che positivo (42.500 visitatori quest’anno, in rialzo rispetto ai 40.000 del 2018) e compensa i massicci sforzi dei fondatori, Michael Benson e Fariba Farshad, a renderla sempre più grande e appetibile: oltre 100 gallerie, partecipanti da ogni angolo del mondo, sono state egregiamente distribuite nei generosi spazi del Somerset House, un autentico castello settecentesco reinventato nel 2000 per diventare l’epicentro della cultura contemporanea britannica. Se possibile.

Nessun chiasso, va detto subito che la fiera sviluppa un bel ritmo, non annoia, nonostante le dimensioni e la distribuzione a scompartimenti stagni dei vari stand. Pure, non si riesce a fare a meno di certa fotografia, magistrale è vero, benché fautrice di un profumo manierista che pregna l’intera fiera, ridimensionando quel «especially the future» sbandierato dalla direzione. Si premiano, comunque, virtù di settore piuttosto sofisticate, tecniche e soprattutto narrative, formando una cifra qualitativa visibilmente alta sul mercato. Interessante, a tal proposito, un copioso stillare di piccoli formati per le pareti di tutta Somerset: non solo polaroid, sempre presenti, ma varie declinazioni “tascabili” spesso con dimensioni fuori standard, denuncia delle velleità analogiche dei fotografi in circolazione.

Meritata e ben compensata l’aspettativa emersa dal padiglione Discovery, dove si concentrano i talenti emergenti proposti da 25 selezionate gallerie, chiaramente internazionali. Qualche nome? Di questa specifica sessione l’inclinazione romantica di alcuni autori prende il sopravvento sulla restante offerta, maggiormente pertinente al contesto ma paradossalmente anche più attuale per l’ambiguità temporale suggerita nel momento storico incarnante l’Eterno Presente nietzschiano: gli scatti in odore di Battaille di TILO&TONI proposti dalla galleria Metronom (Modena); i belli e dannati ritratti di Radek Husak esposti da Dellasposa Fine Art (London) con pose da affresco di un Signorelli, foto evocanti gli studi preparatori rinascimentali in punta d’argento, anche se di argento (vivo) ci sono solo i Sali della gelatina; dulcis in fundo le archeologie del Presente di Marco Maria Zanin portate dalla Spazio Nuovo (Roma).

Tornando al Ground Floor, sarebbe inelegante (e disagevole) proporre un elenco di autori tutto sommato, come detto, di pregio, ma preme citare gli stand efficaci nel rapporto allestimento/opere/spazio, capaci di una certa autonomia espositiva: la galleria Edel Assanti (London) con pochi pezzi riesce a creare un chiaro e concentrato punctum che qualifica i (3) autori; il cupo e malinconico effetto “camera oscura” ricreato da Galerie Johannes Faber (Vienna) dove le fotografie a sfondo nero suscitano un attraente accento ghosts stories; da annotare anche la Robert Mann Gallery (New York) dall’impatto cromatico pastello per descrivere i pallidi bagliori della quotidianità americana.

Sugli eventi collaterali, per quanto il solo show di Stephen Shore meriterebbe il viaggio nella capitale (un po’ ridondante invece il padiglione Women in Photography con i lavori di Rachel Louise Brown, Mary MacCartney e Susan Meiselas) la sorpresa giunge dall’operazione diretta dall’artista Gavin Turk, autore di una selezione pubblica dove svariati artisti (alcuni molto giovani) creano un’opera fotografica in dialogo con il possente uovo di bronzo, firmato da Turk, successivamente le suddette vengono proiettate in loop su quattro schermi circondando la scultura ovoidale: Portrait of an Egg, è l’ironico e riuscito piatto forte della fiera.

Info:

www.photolondon.org

Photo LondonGavin Turk, Oeuvre (Verdigris), 2018, Courtesy Live Stock Market and Gavin Turk

Mary McCartney, Ballerina in Sink, London, 2004 © Mary McCartney

Stephen Shore, ‘Los Angeles, California, February 4, 1969’ (1969) © Stephen Shore. Courtesy 303 Gallery, New York

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