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Steven Pippin. Work (Within a Work)

Steven Pippin. Work (Within a Work)

L’artista ingegnere Steven Pippin (nato nel 1960 a Redhill, nel Surrey, nel Regno Unito) lavora con complessi assemblaggi meccanici e strutture cinetiche, che usa in modo poetico o come metafore per descrivere dinamiche sociali e fenomeni fisici indagati nei loro risvolti esistenziali. Dopo aver conseguito la laurea in ingegneria meccanica al Charles Keen College di Leicester, ha studiato scultura alla Chelsea School of Art di Londra e nel 1999 è stato selezionato tra i finalisti del Turner Prize. Nella maggior parte delle sue opere l’interesse per il processo di realizzazione di un’idea e il concetto dietro ad essa sono più importanti del prodotto finito, che presenta (a prima vista) un aspetto macchinoso non immediatamente riconducibile all’arte. In realtà gli oggetti apparentemente ostici che l’artista offre allo spettatore nascondono una raffinata ironia e un’intrigante fascinazione speculativa che porta alle estreme conseguenze la verifica della coerenza tra il funzionamento di un macchinario o di un sistema, la sua struttura interna e la forma esteriore che appare sempre scompaginata da una serie di sollecitazioni meccaniche e concettuali. Le sue creazioni consistono in semplici apparecchiature prelevate dalla vita quotidiana che vengono modificate in modo da forzarne i limiti o da costringerle ad assolvere compiti completamente diversi da quelli per i quali sono state progettate, oppure per farle diventare ingranaggi di articolate macchine celibi con funzione simbolica o metaforica. Nella ruvida essenzialità estetica di questi congegni convergono l’intento dell’artista di rendere chiaramente leggibili anche ad un pubblico non preparato processi complessi senza fuorvianti digressioni e la sua volontà di enfatizzare il risvolto poetico della banalità quotidiana lasciando spazio all’immaginazione dello spettatore.

La mostra Work (Within a Work) attualmente in corso alla Galleria Enrico Astuni riunisce una selezione di opere realizzate negli ultimi 28 anni variamente incentrate sul meridiano di Greenwich, asse concettuale attorno al quale si articolano meditazioni filosofiche, esperimenti scientifici, sculture cinetiche, performance e sperimentazioni fotografiche. I lavori esposti esplorano l’insospettabile labilità del confine tra arte e scienza reinterpretando modelli fisici e astronomici in modo allegorico senza introdurre nessuna deroga all’esattezza scientifica oppure rielaborando con intento filosofico comuni dispositivi da ufficio o d’appartamento per verificarne le intrinseche implicazioni esistenziali.

Alcuni lavori indagano il concetto di specularità e riproduzione, come Carbon Copiers (2004), installazione che unisce due identiche fotocopiatrici Olivetti in modo che lo schermo di vetro per la lettura dei documenti di ciascun apparecchio coincida perfettamente con quello dell’altro o Cannoned doppelgänger scanner (2005) in cui due scanner piatti molto simili si compenetrano a vicenda fino a formare un oggetto unico. Questi inusuali amplessi tra macchinari normalmente considerati asettici sprigionano una conturbane sensualità e alludono al tema del doppio inteso come auto-rispecchiamento del sé nell’altro. Lo sdoppiamento inteso come scissione dell’io che esce da sé per guardarsi da fuori e auto-rappresentarsi è invece la suggestione più forte di Sinar Simultaneous 50:50 (2013), una macchina fotografica analogica tagliata in due parti lungo l’asse dell’obiettivo in modo che ciascuna metà potesse scattare simultaneamente una fotografia della parte opposta. L’esasperato edonismo dell’apparecchio che ha scelto di perdere la propria integrità per “vedersi” è immortalato nelle due stampe fotografiche che testimoniano la perfetta riuscita dell’esperimento.

In singolare controtendenza con la rivoluzione digitale Pippin si dagli anni ’80 rivolge il proprio interesse alle tecniche fotografiche arcaiche e si dedica alla produzione di immagini sviluppate in armadi, frigoriferi, vasche da bagno, lavatrici e altri oggetti quotidiani trasformati in camere oscure. Il WC in ceramica esposto in mostra ad esempio, Untitled (1990), richiama la performance The Continued Saga del 1993, in cui l’artista durante un viaggio ha utilizzato una toilette sul treno London-Brighton come laboratorio di fotografia e studio. In Launderama Ipso Facto (1989) invece Pippin filma il ciclo di lavaggio di una lavanderia automatica di Greenwich per poi sviluppare la pellicola estratta dalla cinepresa all’interno della stessa lavatrice a gettoni azionandola nuovamente dopo aver inserito il preparato di elaborazione e il fissatore al posto del detersivo. A questo modo la pellicola sperimenta il processo che inizialmente stava riprendendo e il film si fonde con il suo soggetto fino a comporre un unicum inscindibile. Anche qui il risultato dell’azione è meno importante del processo e ciò che affascina l’artista è la possibilità di spettacolarizzare i procedimenti fotografici fino a raggiungere una dimensione alo stesso tempo epica ed empirica, potenzialmente alla portata di chiunque.

Alcune opere si presentano come macchinari complessi in cui la schiettezza del messaggio crea un ironico contrasto con la sofisticata elaborazione tecnica della struttura. In Executive Toy (1999) ad esempio vediamo un apparecchio televisivo rotante, che trasmette la rivoluzione di un mappamondo, collocato al centro di un meccanismo che riproduce la rotazione dell’orbita terrestre in cui la Luna è impersonata da uno stilizzato business man ipnotizzato dal televisore. Oppure come Geostationary TV (1996-1998), un macchinario di grande precisione tecnica che coordina la triplice rotazione di un televisore a colori, un lettore DVD e di un planisfero virtuale o New Consternation (1999/2007), un modello del sistema solare in cui la Terra è sostituita da un televisore e la luna da un uomo seduto a osservare.

In altri casi invece l’artista si affida a un radicale minimalismo di mezzi come in Vernal Equinox (2013), scatto fotografico in cui una performer allinea il proprio sesso con il Meridiano di Greenwich mettendosi a cavallo della linea che ne segnala l’esatta ubicazione, mentre Halley’s meridian line (2006) consiste in un carteggio in cui l’artista protesta per l’inappropriato posizionamento della targa che segnala il Meridiano Longitudinale di Halley sulla facciata del Royal Observatory di Londra accompagnato da immagini che ne documentano la rimozione e lo spostamento.

 

 

 

Info:

Steven Pippin. Work (Within a Work)
22 settembre 2018 – 5 gennaio 2019
Galleria Enrico Astuni
Via Iacopo Barozzi 3 Bologna

Steven Pippin, Carbon copiers, 2004

Steven Pippin, Cannoned doppelgänger scanner, 2005

Steven Pippin, Sinar 50-50, 2013

Steven Pippin, Vernal equinox, 2013

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