The Bass Museum of Art, Miami Beach

The Bass Museum of Art è stato inaugurato nel 1964, grazie a una iniziale donazione fatta dai coniugi John e Johanna Bass alla città di Miami Beach. John Bass, nel ruolo di presidente della Fajardo Sugar Company di Puerto Rico, non è stato un semplice amatore di un particolare genere, visto che le opere collezionate negli anni denotano una curiosità a 360 gradi, ma di certo aveva i mezzi per sostenere e promuovere la cultura contemporanea, non solo nel ruolo del collezionista, ma anche in quello del generoso donatore che dal nulla ha “inventato” questo museo per la città di Miami Beach. Poi, lo stesso Bass ha diretto il museo fino al 1978, anno del suo decesso.

The Bass è, oggi, un’organizzazione senza scopo di lucro, esente da tasse, accreditata dall’American Alliance of Museums e fu inaugurato formalmente nella Miami Beach Public Library, un edificio Deco risalente agli anni Trenta e progettato da Russel Pancoast. Nel 2001 l’edificio originario fu completamente ristrutturato su progetto di Arata Isozaki, raggiungendo così i 16mila metri quadri di superficie espositiva. Successivamente, nel 2017, il museo è stato sottoposto a un ulteriore restyling, aumentando di nuovo gli spazi espositivi e dotandosi di una cafeteria e di spazi educativi. Il dialogo del museo con la cultura contemporanea di stampo internazionale è parte del suo statuto, ma le finalità educative sono oggi una priorità e vanno viste come una sfida da condurre giorno per giorno. Le sculture, disseminate in varie parti della città, all’interno del progetto “Art Outside” (sostenuto finanziariamente da Funding Arts Network), sono parte di questo concetto divulgativo, visto che si impongono allo sguardo di ogni passante e ne catturano l’attenzione. Si tratta di opere monumentali, e nei tempi della pandemia da Covid-19, il percorso va visto come una vera e propria mostra che si sviluppa dal museo fino al Collins Park, includendo lavori di Ugo Rondinone, Jim Drain, Sylvie Fleury, Lawrence Weiner, Susan Philipsz, Abraham Cruzvillegas, Glexis Novoa e Karen Rifas.

Segnaliamo anche la mostra “The Willfulness of Objects”, con opera dalla collezione del museo, alcune acquisite di recente, e incentrata sul tema degli oggetti di uso quotidiano. Alcuni di questi “segni visivi” fanno parte della poetica “dell’oggetto trovato”, poi alterato, riciclato e trasformato, come testimonianza delle innumerevoli sfaccettature della natura umana, della storia e dell’ambiente che ci circonda. Le mutazioni della forma, dell’uso e del valore dell’oggetto ne alterano il significato, l’identità e il significato personale o culturale, apportando valori nuovi o che ne sconvolgono anche il senso originario. Lavorando con oggetti esistenti o di uso comune (come ad esempio perle, una pompa di benzina, un congelatore commerciale e una borsa di patate) questi artisti creano opere che comprendono diversi media, dimensioni e formati che variano dalla scultura alla pittura all’assemblaggio, tanto che affiora sulla bocca il desiderio di parlare della banalità dell’oggetto (trasformando quindi alle nostre esigenze le parole di Hannah Arendt). Occupando il secondo piano del museo, le opere indagano una serie di questioni sociali e formali, tra cui: un futuro incombente pieno di detriti materiali e disastri naturali, la volatilità della libertà, la frammentazione degli organi politici e civici e le possibilità alchemiche di arte ed espressione. Pertanto, ogni singola opera ci invita a riflettere sull’eredità e la malleabilità delle forme e sul loro significato. L’idea duchampiana del ready made (sebbene notevolmente trasformata) rimane in sottotraccia, così come tutte le poetiche poveriste degli anni Sessanta sulla contaminazione di materiali extrartistici. La mostra comprende opere di Allora & Calzadilla, Jose Bédia, Abraham Cruzvillegas, Cerith Wyn Evans, Lara Favaretto, Mark Handforth, Tracey Moffatt, Paola Pivi, Pedro Reyes, Karen Rifas, Mika Rottenberg, Jamilah Sabur, Xaviera Simmons, Eli Sudbrack, Adrian Villar Rojas, Danh Vō e Haegue Yang. La mostra è curata da Silvia Karman Cubiñá e Leilani Lynch, ed è stata realizzata grazie alla sponsorizzazione di Phillips.

Infine ricordiamo “Work from Home” che raccoglie le opere di nove artisti: Nathalie Alfonso, Amanda Bradley, Leo Castañeda, Morel Doucet, Mark Fleuridor, Gonzalo Fuenmayor, Nice’n Easy, Michelle Lisa Polissaint e Roscoé B. Thickè III. “Work from Home” è curata da Leilani Lynch ed è stata realizzata con il sostegno di Citizens Interested in Arts e Miami Salon Group, ed è stato realizzato con la collaborazione di City of Miami Beach Art in Public Places, Miami Beach Urban Studios – Florida International University, The Wolfsonian – Florida International University e W South Beach.

Fabio Fabris

Info:

The Bass Museum of Art
2100 Collins Avenue
Miami Beach, FL 33139
info@thebass.org

The Bass Museum of Art a Collins Park. Ph  Zachary Balber, courtesy The Bass

Sylvie Fleury, Eternity Now, 2015, intervento sulla facciata del Museo. Neon e cornice metallica, dimensioni ambientali. Collection of The Bass. Ph Silvia Ros, courtesy The Bass

Lawrence Weiner, SHELLS USED TO BUILD ROADS POURED UPON SHELLS USED TO PAY THE WAY, AT THE LEVEL OF THE SEA, 2008. Dimensioni ambientali. Collection of The Bass. Ph Zaire Kacz, courtesy The Bass

Ugo Rondinone, Miami Mountain, 2016, roccia, pittura, acciao,  h 1280 cm. Collection of The Bass. Ph Zachary Balber, courtesy The Bass


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