Rosanna Rossi. Vibrazioni sottili

Io non mi assomiglio mai. Come Roland Barthes (e come tutti noi), anche Rosanna Rossi, l’artista cagliaritana classe 1937 ora protagonista da Prometeogallery di Ida Pisani, non si assomiglia mai.

Elsa Barbieri: Vibrazioni sottili è il titolo suggerito da Alfredo Cramerotti che, so, ha subito incontrato il tuo favore. Mi sembra di trovare una straordinaria affinità con quell’idea di ritmo su cui molti critici, di cui hai attirato l’attenzione, hanno posto l’accento.
Rosanna Rossi: Il ritmo è il mio modo di lavorare, viene da ciò che produco. Capita che ci sia un ritmo predeterminato, che seguo fedelmente. Ma può anche cambiare durante la lavorazione, non deve essere necessariamente primario. Cambiando, ovviamente, muta l’effetto generale del lavoro: nel mutamento del ritmo esiste il cambiamento di superficie, di immagine che esce fuori. Accade anche se il ritmo è predeterminato. Non è detto infatti che il risultato sia corrispondente al pensiero iniziale.

Approdi all’astrazione dopo un esordio figurativo, di derivazione espressionista, che risentiva di alcuni eventi di carattere prettamente personale: gli anni della guerra, il trasferimento in Toscana, la docenza nell’ospedale psichiatrico di Cagliari.
Ho insegnato prima al liceo artistico, poi all’ospedale psichiatrico. Ero curiosa di verificare se esistesse una differenza tra uno studente del liceo e un giovane, amante dell’arte, costretto in ospedale. Accadde lì, con uno dei pazienti, una presa di coscienza significativa. Sollecitato a lavorare, uno di loro mi disse che guardando fuori dalla finestra vedeva ciò che voleva dipingere. Non c’era alcun bisogno, secondo lui, di riprodurre qualcosa che esisteva già e che poteva essere guardato. Questo mi allertò circa la necessità della geometria come forma portante di qualsiasi figurazione, non determinata da ciò che appare bensì da ciò che costruisce quest’apparenza. Ogni cosa ha una geometria che la sottende, e questo creò in me un nuovo modo di intendere lo spazio che avevo davanti. Da quel momento la geometria mi ha accompagnata sempre, perché essa è in tutto il mondo, dal filo d’erba, alla pianta, al corpo umano. Non si scappa.

In gergo geometrico la linea è un insieme di punti ottenuti con il movimento continuo di un punto del piano. È alla base di ogni forma. Ed è caposaldo, insieme al colore, di tutto quello che tu hai nel tempo trasposto sulla tela, sulla carta, sulla tavola. E nei tondi.
Da quando ho deciso di percorrere le strade dell’astrazione, la narrazione è esclusa. La linea e il colore sono un fatto per me naturale, il colore diventa linea. E ogni volta è determinato da ciò che voglio dire con la pennellata. Ho anche fatto opere davvero materiche. La serie di tele intitolate Garze, per esempio. In quel caso ho usato la linea nella materia. O la serie Carati, il carato nasce dalla linea e si moltiplica nella linea, con la linea. In principio ero molto più verticalizzata, mi seducevano le superfici che mi permettevano di liberare il corpo e la mente. Il tondo, della cui forma rifiutavo la connotazione femminile, mi racchiudeva. L’ho lasciato per ultimo. È del resto una compiutezza da cui non si può prescindere né uscire. Si rimane all’interno, mentre l’esterno viene percepito come superficie altra.

Torniamo alla linea. Gillo Dorfles nel 1974 scrisse che “le righe, le sottili linee, le bande colorate, che solcano la bianca superficie neutra del foglio, sono per Rosanna Rossi quasi bande d’uno spettro che denunci la presenza di minerali preziosi in un pianeta remoto. Il pianeta – sciogliendo la metafora – è, s’intende, la mente e il cuore della pittrice”. Tu hai saputo non scindere mai mente e cuore, pensiero ed emozione.
Senza l’uno non esiste l’altro. Senza cuore non esiste intelligenza, senza intelligenza non esiste bontà, senza bontà non può esistere una maniera determinata di cambiare il mondo. Perché del resto il punto di partenza è sempre questo voler cambiare il mondo, io stessa volevo cambiare il piccolo mondo che mi circondava attraverso quello che facevo.

Rosanna, ho cercato di capirti come donna e come artista, due identità che in te convivono come fossero l’una sinonimo dell’altra. C’è un legame indissolubile tra la tua carriera e la tua vita, e le tue opere ne sono la prova. Sono capaci di farsi carico della presenza di chi le guarda e al contempo, senza invadenza alcuna, di restituire la tua anima artistica.
Giusto. Qui si tratta della mia volontà di comunicare ma senza forzature né pugni. Seguendo la logica ho reso la comunicazione nella maniera più semplice e tranquilla.

Come riesci a non assomigliarti mai e, al tempo stesso, ad essere così coerente?
Perché sono autentica, posso dirlo? (ride, ndr). Questa era l’immagine che volevo di me. Ho sempre voluto mantenermi coerente senza privarmi della libertà di essere ciò che in quel preciso momento volevo essere. La diversità esiste e io, quando lavoro, cerco di dare me stessa nella totalità e soprattutto con la verità. Sempre.

La sensazione che lascia Rosanna Rossi è che questo “sempre” sia da riferirsi al passato e a ciò che ha fatto come anche al tempo futuro e a quello che ancora farà. Vibrazioni sottili realizza un desiderio che ha richiesto tre anni di studio e ricerca e ben restituisce una carriera artistica improntata alla sperimentazione continua da oltre sessant’anni. Attingendo alla metafora della progressione musicale si dà testimonianza della realtà di Rosanna Rossi che, avendo sempre proceduto in direzione astratta, con un forte contenuto intellettuale oltre che un preciso impegno civile, è perfettamente in sintonia con lo spirito di Prometeogallery e più che mai attuale nel dibattito sull’arte e sull’identità femminile oggi. Lei che “non si assomiglia mai”, che ha attraversato un coerente, e sempre manifesto, divenire processuale, ha saputo trasformare l’opera in un nuovo alfabeto di forme e colori, spazi e superfici che continuamente risvegliano la capacità immaginativa, restituendo, puntualmente, una bellezza armonica e mai provocatoria.

Info:

Rosanna Rossi. Vibrazioni sottili
25 settembre – 05 novembre 2019
Prometeogallery di Ida Pisani
Via Privata G. Ventura 6, Milano

Rosanna RossiRosanna Rossi, Vibrazioni sottili. Senza titolo (Bande Colorate), 1972, acrilico su tela, 150×200. Courtesy: Prometeogallery di Ida Pisani

Rosanna Rossi, Vibrazioni sottili. Senza titolo (Spaghi), 1978/79, spago su carta Arches, 49×49 cm cad. (Installazione 6 e 9 pezzi). Courtesy: Prometeogallery di Ida Pisani

Rosanna Rossi, Vibrazioni sottili. Installation view (sx/dx): Senza titolo (Bande Colorate), 1982, acrilico su tela, 150x150cm / Senza titolo (Omaggio a Klimt), 1982, acrilico su tela, 200×150 cm / Acqua, 1979/80, pastelli su tela di lino, 200×150 cm. Courtesy: Prometeogallery di Ida Pisani

Rosanna Rossi, Vibrazioni sottili. Installation View (sx/dx): Senza titolo (Forma Sonata), 2007, acrilico e olio su tela di lino, 200×150 cm / Senza titolo (Beautiful Lines), pennarello su tela, 150×120 cm. Courtesy: Prometeogallery di Ida Pisani




Ekaterina Panikanova. Attraversando il mio giardino

A chi segue sentieri già battuti, rinunciando alla ricerca di una propria, e altra, strada da percorrere coraggiosamente, Ekaterina Panikanova tende la mano per accompagnarlo ad attraversare il suo giardino, dove ogni passo non conduce a una meta ma è esso stesso meta, nel momento in cui fa procedere in avanti.

Attraversando il mio giardino, la mostra a cura di Marina Dacci, sembra essere la concreta messa in opera della risposta all’interrogativo che il senso comune ha adattato dal capolavoro di Gauguin: Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? E in un certo senso la soluzione, una, è racchiusa nella polarizzazione, forse tra le più distintive del campo umano, tra natura e cultura.

Nata nel 1975 in Russia e diplomata all’Accademia di Belle Arti di San Pietroburgo, da più di vent’anni Panikanova vive a Roma, teatro della sua puntuale ricerca di libri, quaderni, testi scolastici e divulgativi che trova nei più che tradizionali mercatini delle pulci e dell’usato. Tutti inerenti all’istruzione, all’educazione o alla religione, quelle sfere dunque che indirizzano gli individui a un ideale comportamentale ipotetico, conformandoli a una serie di codici convenzionalmente riconosciuti, questi scritti vengono ripresi e ricontestualizzati dall’artista che li dipinge a china e acrilico con una serie di soggetti che riemergono dalla sfera intima dei suoi ricordi di infanzia.

All’ingresso del suo giardino Panikanova dispone un video-cameo che stimola un ricordo del movimento planetario, che da sempre affascina la mente umana. E come sullo schermo i due palloni fluttuano lentamente nell’acqua di una piscina, così ci si muove verso l’opera a parete site specific intitolata Sopra(v)vento. Sviluppato su tre livelli differenti, la carta acquerellata, i libri su di essa inchiodati e una proiezione video, il lavoro impone di concentrarsi sul vento come elemento naturale, ora proiettato su carta dopo che l’artista lo ha filmato quando soffiava con forza nella campagna dell’Agro Pontino, facendo stormire le fronde degli alberi di eucalipto.

Conoscitrice dell’habitat che la circonda, Panikanova non ha scelto casualmente l’eucalipto ma, ormai naturalizzata, sa di quell’antica credenza – radicata fin dai tempi della bonifica – che gli attribuiva proprietà purificatrici. È così, con il suono e il movimento tanto vigorosi da ipnotizzare, che solletica chi guarda a prendere il sopravvento, liberandosi della costrittiva repressione del proprio inconscio. Ormai schiuse le porte della dimensione immaginifica, l’attraversamento del giardino sembra concretizzarsi quando si raggiunge la grande installazione con cui l’artista si mette alla prova, sperimentato il medium e l’uso di materiali finora a lei estranei.

I palazzi di bicchieri, veri e propri contenitori di ricordi che resuscitano memorie infantili e tradizioni familiari, insieme alle torri di libri pieni di storie, gli elementi del regno animale, le macchie monocromatiche che riportano al test di Rorschach, i nidi portatori di vita e quei merletti, riprodotti in ceramica e porcellana sul modello dell’umile attività femminile, così uguali a funghi e muffe da confondere: ogni cosa dà forma al tappeto del giardino chimerico di Panikanova in cui il ciclo naturale sembra compiersi armoniosamente.

Forse anche inebriati dal senso di benessere che pervade uno spazio dove natura e cultura sono complici e non si escludono, sollecitati ad accogliere l’idea di fine come trasformazione, non resta che passarci attraverso per poter davvero indagare la propria personalità, vagliando il funzionamento del pensiero, esaminando la realtà e misurando la capacità di rappresentazione corretta di sé, e degli altri, nelle relazioni. La delicatezza e la complessità che definiscono la passeggiata inducono a proiettarsi fuori da sé.

Verso L’Altrove, per esempio, come suggerisce il titolo dell’altro video-cameo, a pochi passi dall’installazione, dove una bambina su un’altalena dà le spalle a chi la guarda mentre un’altra figura, femminile seppur invisibile, li osserva. Liberati da qualsiasi interferenza, è questa la prima, e concreta, occasione che si offre per mettersi alla prova e rapportarsi a una presenza altra. Chi è? Non è dato sapersi. Come del resto mai conosceremo la forma di quell’istanza che inevitabilmente ci direziona e ci modella. Possiamo, al massimo, ipotizzarla.

E viene il dubbio che essa somigli a un libro, nero in superficie, come quello che Panikanova ha inchiodato al muro in ingresso. Simile a quel libro, solo in apparenza l’individuo è definito da un insieme di proprietà, secondo una logica meramente proprietaria e disgiuntiva: oltre ci sono tutte quelle relazioni tra opposti che si implicano reciprocamente e che chiamano a sempre nuovi, anche se nascosti, processi di identificazione. Attraversare il giardino di Panikanova significa allora scoprirli e scoprirli significa che Io è (libero di essere) altro – prendendo in prestito – e trasformando – le parole che scrisse Arthur Rimbaud.

Info:

Ekaterina Panikanova. Attraversando il mio giardino
A cura di Marina Dacci
20 giugno – 31 luglio 2019
z2o – Sara Zanin Gallery
Via della Vetrina 21, Roma

Ekaterina Panikanova. Attraversando il mio giardino, 2019
Installation view, room 1

Ekaterina Panikanova. Soprav(v)ento, 2019
disegno su carta, libri, acrilico, inchiostro, chiodi, video, loop dimensioni site specific
Installation view, room 2

Ekaterina Panikanova Attraversando il mio giardinoEkaterina Panikanova. Attraversando il mio giardino, 2019
Installation view, room 3

Ekaterina Panikanova. Attraversando il mio giardino, 2019
Installation view, room 3

For all images: Courtesy z2o Sara Zanin Gallery, Rome
Ph. by Giorgio Benni




Elisa Sighicelli. Storie di Pietròfori e Rasomanti

Non vuole raccontare alcuna storia ma, con Storie di Pietròfori e Rasomanti, Elisa Sighicelli rivolge l’invito puntuale a osservare. La mostra, a cura di Denise Maria Pagano, è il secondo episodio di una trilogia sugli spazi – dopo Palazzo Madama a Torino e prima dell’intervento al Castello di Rivoli su Villa Cerruti – e si snoda in otto sale, trasformate eccezionalmente in spazi magici, del Museo Pignatelli, tra le rarissime case-museo di Napoli che dal 2010 si connota anche come Villa Pignatelli – Casa della fotografia. Sfatando la credenza di una funzione documentaria e meramente riproduttiva, Sighicelli, tra le artiste italiane più apprezzate internazionalmente, non usa la macchina fotografica in maniera forzatamente artistica e rappresentativa, bensì lascia, sapientemente, che agisca come uno strumento capace di registrare tracce di presenze autonome, squarciando il velo delle sue potenzialità come materiale, ancor prima che come medium.

Le trentatré fotografie in mostra, realizzate ex novo, non sono solamente immagini, ovvero il prodotto di una tecnica e di un’azione, ma anche – e soprattutto – veri e propri atti iconici. Sono immagini, è vero. Ma immagini attive, dalla straordinaria forza semantica, che non si limitano al gesto della produzione propriamente detta, perché anzi includono l’atto della ricezione e della contemplazione, ricercano uno spazio di fruizione più ampio, bramano un’interazione quasi fisica. Ed è dall’incontro con gli specifici e assolutamente non convenzionali materiali su cui sono stampate, dal raso fluttuante, al travertino poroso, fino al marmo lucente, che queste fotografie trovano nuova vita, che riverbera silenziosa nel gioco di riflessi, di penombre e controluce, come in un caleidoscopio imprevedibile di forme e colori.

La sensazione è che Sighicelli, cogliendo le infinite possibilità del mezzo fotografico quale insostituibile strumento critico di analisi, capace di influire sull’interpretazione visiva del reale, lo ponga a fondamento di un percorso che riflette sulla relazione degli oggetti nello spazio, esaltandone la capacità trasformativa ed evocativa. Di fatto, i soggetti immortalati diventano qui, ora, oggetti su più livelli, esposti, indagati e risolti secondo l’intenzione di rilevare-rivelare ogni manifestazione rappresentativa e percettiva della realtà.

Due fotografie su marmo di un trapezoforo umano, come due punti di vista diversi di un unico corpo, introducono alla mostra, solleticando lo spettatore a non prescindere dalla corrispondenza tra il soggetto e il supporto. Nelle prime sale, che sembrano abitate da forme fantastiche e illusionistici effetti di luce e movimento, si incontrano una serie di stampe su raso, luminoso, vivo, instabile, che si muove.

Della Sala da ballo di Villa Pignatelli, Sighicelli, lasciandosi guidare dalle proprie impressioni, sfrutta le potenzialità quasi magiche di alcune specchiere, rese disomogenee dall’ossidazione, per creare un filtro dall’effetto pittorico, capace di trasformare il caratteristico stile neoclassico dell’architettura in una serie di immagini fantasmatiche, ove si esaltano le luci dei cristalli di lussuosi lampadari e vibrano i colori. Dalla collezione di vetri di Murano di Villa Floridiana fotografa dettagli con due fuochi differenti, abilmente posti l’uno di fronte all’altro, per consegnarci l’impressione di un afterimage che continua ad apparirci nella visione anche dopo che la vista dell’originale è cessata.

E ancora, dal Museo delle Carrozze, immortala alcuni particolari dei fanali delle carrozze in modo così ravvicinato da sfocare fino a destabilizzare la vista, restituendo una viva impressione di fluidità. Così si definiscono i contorni di un universo magico, a tratti onirico, capace di farsi sostanza e impressionare, con sempre nuovi spessori. Oltre la villa, al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e alla Centrale Montemartini di Roma, Sighicelli ha scattato le fotografie esposte nelle ultime sale. Stampate su marmo e travertino, sono i gesti e le pose curvilinee e muscolose dei corpi antichi della scultura classica, tra cui due dettagli del Toro Farnese rappresentanti il supplizio di Dirce, insieme a finezze di tombe e a un particolare della facciata della chiesa del Gesù Nuovo di Napoli.

Volumetrie, porosità e venature di oggetti invariabilmente bidimensionali ci confondono trasmettendo l’idea di tridimensionalità. Ma non vi è cortocircuito alcuno tra realtà e rappresentazione. Ciò che percepiamo come immediato è, infatti, un rapporto mediato tra esperienza e medium. Esse impegnano la realtà così come la realtà può essere intesa oltre la rappresentazione, tutto dipende dall’uso che ne si fa per percepire il reale. È dunque la facoltà di riconoscere in esse la loro materialità e la loro tangibilità, nello spazio reale, a restituirne la portata: l’intenzionalità, e non il tempo della ripresa, garantisce la durata di queste fotografie, oltre che come testimonianza, come realtà stessa del nostro tempo.

Elsa Barbieri

Info:

Storie di Pietròfori e Rasomanti
Elisa Sighicelli
A cura di Denise Maria Pagano
Promossa dal Polo Museale della Campania diretto da Anna Imponente e da Incontri Internazionali d’Arte
Museo Pignatelli
Riva di Chiaia, 200 – Napoli
30 maggio – 22 settembre 2019

Elisa SighicelliElisa Sighicelli. Storie di Pietròfori e Rasomanti
Installation view at Museo Pignatelli, Napoli. Ph credits: Sebastiano Pellion di Persano

Elisa Sighicelli. Storie di Pietròfori e Rasomanti
Installation view at Museo Pignatelli, Napoli. Ph credits: Sebastiano Pellion di Persano

Elisa Sighicelli. Storie di Pietròfori e Rasomanti
Installation view at Museo Pignatelli, Napoli. Ph credits: Sebastiano Pellion di Persano

Elisa Sighicelli, Untitled (9074), 2018 100 x 80 x 4 cm Photograph printed on marble
By permission of Ministero per i Beni e le Attività Culturali – Museo Archeologico Nazionale di Napoli
Courtesy l’artista Credito fotografico Sebastiano Pellion di Persano




Matteo Fato. Il presentimento di altre possibilità

Un terribile incantesimo. Terribile, sì. Ma non lasciatevi, vi prego, ingannare dall’accezione dispregiativa che comunemente pregiudica l’uso di questo termine, al contrario, imprimete nelle menti ciò che Søren Kierkegaard scriveva ne il Diario: “l’angoscia è il primo riflesso della possibilità, un batter d’occhio, e tuttavia possiede un terribile incantesimo”. Con queste parole Matteo Fato, uno tra gli artisti più interessanti della scena artistica contemporanea, dà il benvenuto allo Studio Museo Francesco Messina, palcoscenico d’occasione della mostra Il presentimento di altre possibilità, a cura di Sabino Maria Frassà. Affine all’idea di uomo che è tanto più grande quanto più profonda è la sua angoscia, ben intesa come il rapporto generale con il mondo che l’individuo produce nel suo intimo, Fato non ha fatto in fretta ciò che doveva fare ma si è preso tre anni di tempo per preparare una mostra che traduce visivamente la sintesi razionale della sua visione totalizzante di pittura.

Vincitore del Premio Cramum nel 2016, egli si è avvalso della possibilità di esporre in quello che per vent’anni è stato lo studio dell’artista del Novecento italiano Francesco Messina, per ricavarne la libertà di un approccio auto-riflessivo, cercando di fare proprio lo spazio ospitante anziché invaderlo. E ci è riuscito, superando brillantemente l’infida sfida di una verifica a posteriori che può sprigionare nuovi significati ma anche possibili incongruenze. I quattro piani del museo diventano un circuito lirico-temporale in cui si rintracciano i termini della riflessione che Fato ha condotto sulla pittura e sulle sue articolazioni tecniche, cromatiche e spaziali, con accenti installativi nei suoi esiti più intensi.

La pittura, il disegno e l’incisione si confrontano infatti con quei materiali che in passato erano considerati semplici supporti o strutture, come il legno, lo specchio e il neon, e che oggi sono diventati linguaggio trovando espressione in una progettualità site-specific. Il suggerimento che all’ingresso siamo invitati a cogliere – e che ci portiamo a casa nella forma di un poster che Matteo Fato e Gianni Garrera ci regalano – è che “Non è l’Arte che imita la Natura, ma la Natura che imita l’Arte”. E se “La produzione è il compimento della contemplazione” allora è così, arricchiti di questa preziosa suggestione, che al piano terra contempliamo quattro opere, realizzate tra il 2012 e il 2019, che sintetizzano il corso della serie dei dipinti dei busti, focale nella ricerca artistica di Fato da quando, all’incirca dodici anni fa, per caso e per fortuna, trovò e fece suo un busto abbandonato.

Corre veloce l’occhio del visitatore verso la traduzione della fisicità della pittura in una massa organica cerebrale che contraddistingue l’imponente Eresia (del) Florilegio (2018). Opera emblematica non solo perché l’eresia del florilegio esorta a meditare sulla possibilità dell’errore, per scongiurare il rischio di un’arte senza vita, ma anche perché la presenza – tipica, nel titolo – di un segno di interpunzione stimola una lettura rallentata e riflessiva. Non trascurando l’installazione costruita intorno all’oggetto con cui gli incisori calibravano il chiaro-scuro, la pigna, Cose Naturali (Pigna) e Senza Titolo (Argilla), saliamo i due piani attraversando incisioni calcografiche, disegni e stampe a contatto da foto stenopeiche della serie (osservando la parola) (2005-19) che ci conducono a (Il presentimento di altre possibilità) (2016-19), scultura in multistrato e pittura olio (3 anni di accumulo) che dà il titolo alla mostra. Il busto sembra porre l’accento sul significato parziale di ogni possibile, lasciando un segno definitivo che sottrae terreno alla dimensione del finito e apre alla ricerca dell’infinito.

Scendiamo, infine, al piano interrato, dove l’occhio cade fin dai primi passi che muoviamo all’interno del museo, richiamato da un volume, ampio e frammentato, che si cerca di ripristinare nella propria immaginazione. È un cavalletto, sì, scomposto. Perché è proprio dentro al suo studio che l’artista dispensa vita ed energia, ordendo trame di immagini che si danno in maniera indiretta. Per gli angeli più alti (2015/19) è l’ultima colossale opera della serie qui esposta di riproduzioni di un cavalletto antico, avviata nel 2011 con (Osservando la Parola) e ripresa tra il 2012 e il 2014 con (Corna di bue). Quello che si cela dietro questi cavalletti, nella stanza più nascosta dello spazio, è la più recente opera, Ritratto di un Autoritratto (2019), che rende la collezione, preesistente ed esposta, di autoritratti di Francesco Messina, un oggetto di studio, di rappresentazione e di installazione. Così si conclude la sintesi che Matteo Fato ha allestito, operando una serie di scelte nella consapevolezza che in esse, una volta compiute, si è giocato la possibilità di dare una direzione e uno sviluppo al proprio percorso artistico, lasciando il presentimento di altre (e future) possibilità.

Elsa Barbieri

Info

Matteo Fato. Il presentimento di altre possibilità
A cura di Sabino Maria Frassà
Studio Museo Francesco Messina
24 maggio – 23 giugno
In collaborazione con Cramum

La mostra è resa possibile grazie al supporto di: Galleria Monitor Rome / Lisbon; Sanpaolo Invest-Private Bank; Masciarelli Tenute Agricole; PARCO1923 e PTC-Professional Trust Company

Matteo Fato

Matteo Fato, solo show, Il presentimento di altre possibilità
A cura di Sabino Maria Frassà
Assunto di Gianni Garrera
veduta dell’installazione
Studio Museo Francesco Messina, Milano
photo Michele Alberto Sereni Courtesy Monitor, Rome – Lisbon