Il trucco non serve, basta la “magia”: Alessandra Spranzi artista/illusionista alla P420

C’è una malinconia nebbiosa, sbiadita e senza dubbio magica in Mani che imbrogliano, mostra che raccoglie un complesso coerente e significativo di opere realizzate da Alessandra Spranzi a partire dal 1995.

Visitabile fino al 19 gennaio 2019, Mani che imbrogliano è la seconda personale dell’artista milanese presso la galleria P420 di via Azzo Gardino a Bologna.

Minime oltre che minimali, le opere di Alessandra Spranzi compongono un gioco di prestigio il cui risultato è semplice, immediato, eppure sorprendente. Come, di fatto, è in qualsiasi spettacolo d’illusionismo in cui il gesto, il movimento fa ricomparire l’oggetto “sottratto”, per un attimo, allo sguardo. Per magia. Perché di questo si tratta: di magia.

Lo spettatore, in tacito accordo con il prestigiatore/artista, abbassa la guardia e si gode l’incanto, quasi come se ne fosse, piacevolmente, investito. Ché il trucco, almeno all’inizio, non è importante. Basta la sorpresa, la magia.

E così i suoi occhi si soffermano solo su ciò che vedono: uno spettacolo fatto di piccole presenze, d’immagini ridotte, di piccoli formati, d’oggetti d’uso comune, gestualità reiterate, movimenti prevedibili e lievi spostamenti.

La magia l’artista milanese la riscopre nella sua collezione di oggetti obsoleti e negletti, trovati, guardati, riguardati fino a consumarsi, ritagliati. Soggetti fotografici inconsapevoli della propria forza estetica. Basti pensare alle immagini che Alessandra Spranzi raccoglie e seleziona, immagini che oggi definiremmo vintage, provenienti da riviste: manuali pratici, libri scientifici, giornali di annunci economici.

L’artista/prestigiatore si appropria di quelle piccole icone apparentemente prive di valore artistico rifotografandole, tagliandole, ingrandendole, stampandole con tecniche diverse da quelle dell’immagine originale, a volte anche sovrapponendole o impiegandole come materiale di partenza per collage.

Da anni – si legge in una sua recente riflessione – lavoro sul potenziale, spesso addormentato o consumato, presente nelle immagini, tornando a guardare e utilizzare materiale anacronistico o povero con progetti ogni volta diversi, che portano alla luce, o svelano, il lato nascosto e irrazionale delle cose e delle immagini. Raccogliere, avvicinare, mettere insieme, far incontrare, è un modo per riorganizzare, o sorprendere, la visione e il pensiero, per rimettere in gioco la natura enigmatica dell’immagine fotografica che continuamente ci interroga.

È su queste rappresentazioni che Alessandra Spranzi applica il gioco di prestigio artistico utilizzando per lo più gesti minimi e piccole manipolazioni. E, esattamente come avviene nell’illusionismo, l’immagine dapprima “sottratta” ricompare. Ma in un luogo differente. E con un diverso senso. Un senso che somiglia, in realtà, più allo stupore che al concetto in sé.

Come quando per magia riappare il fazzoletto, la moneta o il corpo stesso dell’illusionista “fuori scena” fino all’attimo precedente. L’oggetto, o l’immagine che sia, è in realtà sempre esistita, ma la magia sta nella sua ricomparsa.

E solo dopo, alla fine dello spettacolo o, in questo caso, una volta ultimato il percorso mostra, che il focus del visitatore si sposta: dal gioco di magia al trucco, dall’incanto al significato, dall’opera all’artista.

Ad Alessandra Spranzi che con le sue Mani che imbrogliano fa come il più grande illusionista di tutti i tempi, ‘Harry Houdini che proponeva, per 50 centesimi, di insegnare Come leggere al buio biglietti piegati’.

Info:

Alessandra Spranzi. Mani che imbrogliano.
17 novembre 2018 – 19 gennaio 2019
P420
via Azzo Gardino 9 Bologna

Alessandra Spranzi, Sesto continente (Uccelli in movimento), 1996, 9 stampe ai sali d’argento su carta baritata/9 gelatin silver prints on baryta paper, cm.26×38 cad./each, ed.5+2pda Courtesy the artist and P420, Bologna photo credit C. Favero

Alessandra Spranzi, Sul tavolo #105, 2018, stampa a colori su alluminio/c-print on aluminium, cm.30×41 Courtesy the artist & P420, Bologna photo credit C.Favero

Alessandra Spranzi, L’ipnotizzatore di animali (L’insieme è nero), 2017, stampa ai sali d’argento su carta baritata/ gelatin silver print on baryta paper, cm.39×26 Courtesy the artist & P420, Bologna photo credit C.Favero




Naturalia et Artificialia

Occasione per riflettere sulla relazione tra ambiente privato e produzione artistica, tra oggetto creativo e forme della natura, tra ordinario e sorprendente, è Naturalia et Artificialia, mostra curata da Dimora Artica, allestita presso Ca’ Marsala, splendida abitazione situata nel centro di Bologna. Inserita all’interno dell’ambiziosa Design Week di fine settembre, la mostra si ritaglia il suo spazio visionario in cui raccoglie undici opere d’arte, tutte diverse per forme ed implicazioni, realizzate da cinque giovani artisti italiani e racchiuse, tutte insieme, in un’affascinante wunderkammer.

“Invenzione” rinascimentale, la wunderkammer è un luogo privato che ospita oggetti stravaganti di provenienza e tipologia eterogenee, un “teatro” originale ed unico in cui il collezionista mette in scena la propria curiosità. Affinché essa stimoli la curiosità dei suoi ospiti.

Ed è proprio questo il significato innescato nel percorso artistico voluto da Dimora Artica: nello spazio “intimo” di una casa, Naturalia et Artificialia crea il suo personalissimo teatro dove s’incontrano oggetti che, mediante il gesto dell’artista che s’imprime sulla “natura”, rimodulano il reale.

L’effetto “meraviglia”, intrinseco nel concetto di wunderkammer, diventa qui ponte tra lo spazio privato e ogni singolo micromondo rappresentato dalle opere d’arte. Si aprono, dunque, undici nuovi luoghi da esplorare, in cui il visitatore può immergersi mentre percorre le stanze della casa di via Marsala.

Sono luoghi inattesi quelli Rotolo n. 7 e Fuori campo di Diego Soldà, installazioni che richiamano forme note appartenenti al reale, ma che lo reinventano sorprendendo. Risultato di accumulazioni di materia e colore, le due opere si configurano come inatteso bilanciamento tra ripetizione di gestualità sempre uguale a sé stessa e imprevedibilità del caso. Con una prevalenza della volontà dell’artista che genera nello spettatore l’impressione di un oggetto frutto d’artificio in cui, però, gli elementi che richiamano la natura sono evidenti (la parte colorata di Rotolo n. 7 fa pensare alla sezione interna di un tronco, allo scorrere del tempo e all’accumulazione come crescita).

Negli Inseparabili di Giovanni De Francesco, due opere che uniscono tre elementi molto diversi tra loro (ceramica, cemento e corallo), il rapporto tra naturale e artificiale è declamato, evidente già a partire dall’accostamento dei materiali, uniti insieme dal gesto consapevolmente estetico dell’artista. Così come nei lavori di Daniele Carpi in cui pietre (elementi naturali) trovano un’identità scultorea antropomorfa grazie ad innesti di quarzi, ematite e pittura. I tre busti di Daniele Carpi richiamano la figura del Polifemo omerico, ma anche paesaggi di roccia in cui è il colore a rappresentare l’elemento di meraviglia.

Più orientate verso il paradosso, l’artificio, il mediale, sono le installazioni di Andrea Martinucci che già dal titolo rivelano la loro natura composita proveniente più dal mondo virtuale che dalla realtà empirica: 28012018.jpeg e 24042018.jpeg sono nomi di file su un computer, ma anche date di realizzazione. Indicano il tempo, ancora una volta, e la volontà dell’artista di costruire nuovi sensi a partire da crasi di immagini di diversa provenienza a cui si accostano anche altri materiali, tutti artificiali (plastica e neon).

A metà strada tra riflessione sulla natura, umana questa volta, e paradosso, sono le sculture in ceramica smaltata di Francesco Pacelli, visivamente spiazzanti e concettualmente potenti: un teschio, memento mori con tre bulbi oculari, e due piedi che condividono un unico alluce che li unisce per l’eternità impedendo, di fatto, il naturale movimento motorio. Due allucinazioni che rovesciano il naturale ordine delle cose tramite l’artificio posticcio del sogno-incubo dell’artista.

Natura ed artificio, non a caso il titolo della mostra, si originano “dalla medesima spinta creatrice, che si sviluppa nell’attività dell’uomo come nell’evoluzione della vita, generando una realtà in divenire, costantemente in formazione”. In quest’ottica “i lavori degli artisti s’inseriscono tra gli arredi dello spazio e in rapporto con essi, facendo dell’ambiente domestico un luogo in cui si aprono delle metaforiche finestre sull’altrove, occasioni di evasione e insieme di conoscenza del reale nella sua complessità”.

Info:

Naturalia et Artificialia
a cura di Dimora Artica
25-29 settembre 2018
Ca’ Marsala
via Marsala 34
ingresso su invito

Giovanni De Francesco, Inseparabili, 2017, cemento, ceramica, corallo

Daniele Carpi, Nehmen #5, 2017, poliuretano, pietra, pittura a olio, acrilico

Francesco Pacelli, I have ogten the impression that distraction is the best way to escape, 2018, ceramica smaltata e porcellana, acrilico, resina, legno

Diego Soldà, Rotolo n7, 2016, tempera a strati su perno in acciaio




Laura Grisi e la misurazione del tempo (in)finito

Laura Grisi non è mai stata semplicemente un’esponente della Pop Art italiana. Non è mai stata nemmeno unicamente una scultrice, né una pittrice, una fotografa, tantomeno solo una videoartist.  Laura Grisi ha sempre lavorato nell’ottica lungimirante e complessa che comporta necessariamente l’andar oltre: oltre l’esplorazione, oltre la sperimentazione, sulla natura, il paesaggio, le sue bellezze e le sue leggi, ma anche su qualcosa di più sovrannaturale: le possibilità, le molteplicità. In una “semplice” parola l’infinito.

Scomparsa a Roma lo scorso dicembre, la P420 di Bologna le rende omaggio con una personale, Hypothesis on Infinity, inaugurata lo scorso sabato 7 aprile presso la galleria di via Azzo Gardino. La mostra è, di fatto, un viaggio simbolico e suggestivo attraverso i paesaggi ricreati da Laura Grisi, o meglio attraverso le sensazioni che essi generano, ricostruite dall’artista: non si tratta di oggetti in senso stretto, piuttosto “dell’esperienza dei fenomeni naturali”.

Affascinanti, misteriosi tanto da essere difficili da ricondurre ad uno schema, i “fenomeni naturali” di Laura Grisi sono talvolta controllabili, inquadrabili, semplificabili in “materia” (oggetti, sì, in un certo senso, possiamo dirlo), altre volte ingestibili, illusori, quasi paradossali. Ed è proprio quando lavora sul paradosso, e sull’incompletezza fallimentare delle ipotesi, che la Grisi raggiunge i risultati migliori.

Basti pensare a The Measuring of Time, senza dubbio l’opera più suggestiva presente in Hypothesis on Infinite (proiettata sull’enorme parete conclusiva del percorso mostra), in cui l’artista conta, uno ad uno, granelli di sabbia del deserto. Una battaglia persa in partenza, un paradosso, un tentativo fallimentare e per questo profondamente romantico più che scientifico, di imbrigliare la natura partendo dalle sue unità minime: il granello è lo strumento di misura e il gesto sfida il tempo, pur consapevole che l’azione posta in atto non produrrà alcun risultato reale. Ma solo artistico.

Questo splendido video, costruito a spirale (si apre sulle mani della Grisi intente nell’atto di contare, si chiude sempre sulle stesse mani), è accostato, nella stessa sala, a Drops of Water, installazione in cui, tramite un sistema di gocciolamento sul soffitto della galleria, l’artista ricostruisce il fenomeno della pioggia. E l’operazione dà vita ad un’opera profondamente meditativa che fa da contraltare alla misurazione del tempo, richiamandone evidentemente il concetto.

Procedendo a ritroso, la prima sala presenta lavori in cui il processo di “imbrigliamento” della natura e della sua mutevolezza è affrontato in maniera scientifica, quasi matematica. L’obiettivo è difficile, certo, ma in questo caso Laura Grisi non può, né vuole fallire. Anzi, ciò che vuole è esaurire il dedalo delle possibilità esistenti, contarle tutte, finché l’impossibile diventi possibile. E l’infinito diventi finito.

In Pebbles, serie di 150 fotografie, e in From One to Four Pebbles, video di 4 minuti e mezzo, l’artista possiede un numero finito di pietre, le inverte, le scambia, ne muta la posizione finché non ottiene un numero, finito esattamente come gli “oggetti” di partenza, di possibilità. Simile, nei concetti e risultati, è Blue Triangles, serie di fotografie in cui, ancora una volta, Laura Grisi esaurisce drasticamente tutte le circostanze possibili.

In Seascape, finestra su un paesaggio marino, così come in Sunset Light, che rientra nella serie dei Neon Paintings, la Grisi semplifica, non solo la natura e il panorama di partenza, ma anche le infinite possibilità date dalla mutevolezza del mare e del cielo, mai, per natura, appunto, uguali a sé stessi.

Qui le possibilità sono ridotte all’osso: Seascape diventa quasi un lavoro sull’umore, sulla sensazione che l’assistere ad un semplice fenomeno naturale comporta (cielo sereno/coperto, presenza/assenza di nuvole ecc), mentre Sunset Light è un generatore d’emozioni che variano al variare della posizione del visitatore rispetto all’opera.

Matematica, certo. Che non sempre basta. Probabilmente non a trovare un sistema per dare alla natura, regno della mutevolezza per eccellenza, uno schema, una regola. Ma che basta a Laura Grisi, e alla sua personalissima ricerca, a garantirsi un posto unico nel panorama della Pop Art italiana.

Guido Luciani

Info:

Laura Grisi. Hypotesis of Infinity
7 aprile – 2 giugno 2018
P420
via Azzo Gardino, 9 Bologna

Laura Grisi, The Measuring of Time, digital video b/n, installation view

Laura Grisi, The Measuring of Time; Drops of Water, installation view

Laura Grisi, Blue Triangles, installation view

Laura Grisi, Sunset Light; Seascape, installation view




Viaggio nelle novità artistiche bolognesi: l’eros secondo il collettivo “Gli Infanti”

Cosa vuol dire “Eroticamente”? Che forma, o meglio quali differenti forme, può assumere l’erotismo attraverso gli occhi di chi si dichiara bambino? Se a chiederselo sono degli “infanti”, infatti, il discorso artistico si fa complesso e molto interessante.  Curiosi per natura, spinti come sono dalla voglia di fare più che dalla necessità di discutere, “Gli Infanti” hanno inaugurato domenica 19 marzo una mostra/happening, “Eroticamente” appunto, nella sede dell’(autospazio) in viale Pepoli a Bologna.

Il collettivo nasce nel capoluogo emiliano un anno e mezzo fa con una missione chiara: promuovere l’idea di “eterogeneità artistica”. Ed effettivamente il gruppo di giovani artisti proprio della sua stessa “equilibrata” eterogeneità fa il suo più evidente punto di forza. “Siamo infanti. E non sappiamo parlare – dichiarano nel proprio atto di nascita – Dunque agiamo. Siamo infanti. E non pronunciamo molte parole: creiamo”.

E così si arriva ad una serie di esposizioni presso le sedi di circoli ed associazioni bolognesi che culminano con questa mostra: una riflessione comune, con relativo confronto, sul senso dell’erotismo nella contemporaneità. Tra ossessioni e fantasie.

Il medium preferito dall’infante, è evidente osservando la sala principale dell’esposizione, è il disegno, l’illustrazione, le storie narrate con il gesto della mano che, alle volte con cura maniacale dei dettagli, altre solo suggerendo, quasi senza parole, dà forma al mondo.

Come nei lavori di Mara Santinello che, per questa mostra racconta, con una serie di disegni, di un luogo (comune e allo stesso tempo immaginario), teatro di un “incontro”, o meglio di una “camporella” (termine regionale che fa riferimento ad un “luogo appartato di campagna dove ci si reca per fare l’amore” cfr.). E i disegni sono carichi di pallide e rarefatte suggestioni visive, come fossero immersi in una nebbia che rende tutto opaco, malinconico, quasi magico. E il tratto delicato, etereo, della giovane illustratrice crea un piacevole contrasto con le parole che i due amanti si scambiano durante la camporella.

Ben più “sfrontati” sono i disegni di Riccardo Pittioni, il cui tratto deciso e la tematica scelta permettono di analizzare l’eros da un’altra prospettiva, ben più terrena, ritratta nei suoi aspetti pulsanti, dichiaratamente violenti. Protagonista è il corpo, quasi come fosse uno studio d’anatomia, i suoi “vincoli” e le ferite, presentato nelle sue linee essenziali e nei suoi “segni” marcati, fortemente connotati di carica erotica.

Con i disegni di Pittioni si relazionano i poster di Vinnie Palombino: l’eros, qui, è “colorato”, collettivo, carico nelle sue manifestazioni più dionisiache, rinuncia ad una dimensione realistica, anatomica, in favore di una più coinvolgente dimensione esplosiva.

Virano verso l’immaginifico i lavori di Carmen Ebanista e Francesca Brà, posti non a caso in dialogo tra loro, in cui il mondo dell’eros trova una fusione, oltre che con la fantasia, con la natura e il mondo animale: un eros quasi “fiabesco” quello di Carmen Ebanista, ludico, pur nelle sue componenti conturbanti, quello di Francesca Brà.

Sospesi tra eros e amore sono i lavori di Federica Perazzoli (in arte effeinblue) che lavora sul concetto di barriera, confine, separazione (e fusione) tra due corpi, ma soprattutto tra due spazi, invitando a riflettere sulla relazione come condivisione del proprio spazio personale che, nell’eros come nell’amore, diventa un unico spazio comune.

Al centro, disposti su due tavoli, i lavori di Carlo Junior Scaperrotta Sanabria che unisce la pratica del fotografare a quella della bodyart mettendo “in scena”, da un lato il corpo, l’arte della seduzione e la sua relazione con la dimensione della “fantasia”, dall’altro la vera e propria relazione erotica tra due soggetti ed i loro corpi.

Nell’altra sala, per riconfermare il concetto di “eterogeneità artistica” già espresso nella formazione di “infanti”, e nell’ottica di un evento/happening dalla natura sociale e partecipativa, spazio anche alla videoart, con video e djset di effeinblue, dove l’erotismo si fa più sfacciato nei suoi classici elementi di fantasia seduttiva.

Guido Luciani

Info:

Eroticamente
(autospazio)
Viale Pepoli 62 Bologna




Il corpo come “materiale” fragile: le relazioni allusive Coplans/Crespo alla P420

Un confronto raffinato, audace, che potrebbe sembrare quasi forzato nelle sue armonie e dissonanze, nei suoi punti di contatto evidenti (su tutti, il corpo e le sue relazioni uni/bidirezionali), e i suoi nodi per certi versi sfuggenti.  Un incontro d’amore e, allo stesso tempo, di contrasto tra due periodi, linguaggi e ricerche artistiche apparentemente distanti, in realtà molto più prossimi di quanto si possa immaginare.

Il “palcoscenico” è la P420 di Bologna e la mostra in questione si chiama Foreign Bodies, pensata dal curatore João Laia e fortemente voluta dalla galleria di via Azzo Gardino, che mette in relazione i lavori fotografici di John Coplans (Londra 1920 – New York 2003), curatore e critico d’arte giunto alla pratica artistica all’età di 60 anni, e le opere scultoree della giovanissima artista emergente June Crespo (Pamplona, 1982). Una mostra probabilmente non adatta ad ogni “palato”, complessa e stimolante nei suoi input dalla natura differente e dai legami evasivi.

Il punto di partenza, la rappresentazione del corpo, tema molto caro all’arte contemporanea più attuale, è univoco e chiaro. Fin qui non si può sbagliare. In maniera del tutto evidente, Coplans e Crespo partono dalla forma, il corpo, appunto, per poi scegliere, non solo due media differenti, ma anche due percorsi, due punti di vista e due strade analitiche completamente diverse.

E qui il gioco si fa duro. E solo i più appassionati restano in partita. Perché addentrarsi nella sfida concepita da João Laia prevede l’attivazione di meccanismi che spingono a non subire passivamente la fruizione e lo spazio della galleria, impongono di non fermarsi al primo sguardo. Tutto, in quel palcoscenico che a tratti somiglia ad un ring, sembra dire: vai oltre per capire cosa c’è più profondamente, fermati, anche, se lo ritieni opportuno, ma non solo a ciò che appare. Perché ciò che appare non basterà.

E così s’apprende che, per capire, si deve guardare la mostra da un’altra prospettiva ricorrendo ad una chiave di lettura meno prevedibile, ben più allusiva, e quasi ammiccante. I lavori di June Crespo, sensuali accostamenti tra materiali freddi e caldi, duri e morbidi, “indistruttibili” e fragili (con ovvio riferimento al corpo, femminile, naturalmente), infatti, si collocano in quell’area immaginaria, definita “giusta distanza”, rispetto agli autoritratti di John Coplans. E ad essi ammiccano. Piacevolmente.

Se Coplans racconta di sé, frammenta il proprio corpo in scatti in bianco e nero “parziali”, tagliati, implosi, pur mantenendo evidenti contatti con una dimensione scultorea della rappresentazione, la giovane artista spagnola racconta della donna e delle sue contraddizioni, suscitando nel fruitore sensazioni contrastanti. Soprattutto di natura termico-tattile: si pensi ai calchi di termosifoni realizzati con un materiale dalla natura fredda, calchi accostati, però, a tessuti, per loro natura, invece, caldi.

Quel che emerge, ora, è una relazione dinamica e vincolante tra i lavori dei due artisti presenti in questa doppia personale: in definitiva, per entrambi, si giunge ad una percezione del corpo come “materiale” fragile e forte, come contenitore-oggetto solido ma vulnerabile. E il senso, forse, sta tutto qui, in questo incontro/scontro. In questo palcoscenico/ring.

Guido Luciani

Info:

John Coplans / June Crespo. Foreign Bodies
a cura di João Laia
1 febbraio – 31 marzo 2018
P420
Via Azzo Gardino, 9 Bologna

John Coplans / June Crespo. Foreign Bodies, installation view at P420 Bologna

John Coplans / June Crespo. Foreign Bodies, installation view at P420 Bologna

John Coplans / June Crespo. Foreign Bodies, installation view at P420 Bologna

John Coplans, Elbow, 2000, stampa ai sali d’argento, cm. 89×79 (x2), ed. 1/6




Collocarsi nel tempo e nello spazio: il “viandante” Dessì torna alla Otto Gallery di Bologna

Giallo come materializzazione astratta, artefatta, profondamente “artificiale”, della luce. Spazi come scene e quinte teatrali. E sestanti. Per provare a collocarsi nel tempo e nello spazio. Gli elementi ricorrenti della poetica di Gianni Dessì tornano alla Otto Gallery di via D’Azeglio fino al 15 aprile 2018. Sestante presenta sei lavori appartenenti a periodi diversi della produzione di Dessì, lavori che aiutano a tracciare sei tappe del “viaggio” di ricerca del gentleman romano, sei momenti, sei hic et nunc in cui fermare l’incedere artistico in un preciso momento per guardarsi indietro, nello spazio oltre che nel tempo. Come farebbe il viaggiatore, con lo stesso sguardo curioso, quasi nostalgico. E con l’esigenza, necessaria per qualsiasi artista, di trovare la propria collocazione in quell’esatto punto: il sestante, appunto.

Una “navigazione” in solitaria, quella di Dessì, da anni in bilico tra stimoli astratti ed informali e necessità figurativo-simboliche, tra gesto libero, rivoluzionario e controllo della ragione. E il viaggio, nonostante la notevole coerenza, ben studiata all’interno del percorso mostra, evidenzia momenti eterogenei, profondamente autonomi seppur in costante dialogo tra loro, che rendono giustizia alla personalità complessa dell’artista romano.

La produzione di Dessì si è sviluppata, infatti, come afferma il critico e storico dell’arte Lorand Hegyi, “fra l’analitico-metodologico-rigoroso ed il sovversivo-scettico-indipendente. Benché egli operi inevitabilmente all’interno di un processo d’innovazione linguistica necessaria quanto permanente, esprime ancora gli elementi di una riflessione interna all’eredità della pittura europea di valore”.

Il “viandante” Dessì porta alla Otto Gallery di via D’Azeglio un’Arte che rivendica il suo essere la materializzazione di uno sguardo visionario sul mondo, l’allontanamento consapevole dal concreto alla ricerca di uno spazio tridimensionale in cui collocarsi. Non a caso è facile, guardando le grandi tele esposte, percepire immediatamente le “origini” scenografiche di Dessì. Ogni opera è come una scena, una finestra, un’apertura verso un’altra realtà. Come nel famoso Studio giallo (2003) e  in Vista (2012), grande composizione a carboncino divisa da spesse “cornici” scure.

È lo stesso autore ad aver segnalato questo legame “con l’infisso di una finestra. In definitiva un affaccio su ciò che ho prodotto negli anni, il disegno della mia opera”.

In mostra anche una scultura, Ritratto (2014/15), in perfetto dialogo dinamico con Studio giallo, e due opere recenti della produzione di Dessì, “ospitate” nella terza stanza della galleria, due Conversation piece (2017) che permettono uno sguardo sugli ultimi sviluppi pittorici della ricerca del pittore romano.

Guido Luciani

Info:

Gianni Dessì. Sestante
20 gennaio – 15 aprile
OTTO Gallery Arte contemporanea
via D’Azeglio 55 Bologna

Gianni Dessì, Studio giallo (2003), installation view

Gianni Dessì, Ritratto (2014/15)




Anche a Bologna il fenomeno dell’arte “condominiale”: la “ricetta” di Maionese

Dieci giovani artisti emergenti, un inconsueto happening “familiare”, una strana casa-galleria alle porte di Bologna. E maionese. Quanta ne volete. Il progetto di Sofia Campanini, Sissj Bassani e Veronica Armani, Maionese, appunto, è una boccata d’aria fresca all’interno del panorama delle arti visive bolognesi, un esperimento irriverente e originale che dà spazio ad un gruppo di giovani artisti.  E ad una linea curatoriale che sta prendendo piede, finalmente, anche in molte città italiane con progetti di mostre, esposizioni-cantiere e residenze artistiche che oltrepassano i canali classici del sistema dell’arte per spostarsi in condomini, nuclei abitativi e luoghi “privati”. Ne emerge una nuova forma di divulgazione pubblico/privata dell’arte dalla forte carica innovativa, seppur con evidenti richiami vintage.

Il 20 ottobre scorso la prima edizione, recentemente il secondo appuntamento, lo scorso primo di dicembre. E in cantiere un terzo happening previsto tra febbraio e marzo 2018. Pensato ed ideato come contenitore di idee, progetti e lavori eterogenei, l’evento di dicembre è stato realizzato seguendo una ricetta che mixa coerenza espositiva e libertà d’espressione, nelle forme e nei contenuti.

C’è la fotografia con Focu, il flusso di coscienza per immagini della giovane Rosa Lacavalla, un’appassionata dedica alle contraddizioni della Sicilia, la “terra che continua a bruciare”, il racconto di un’esperienza di un viaggio e, allo stesso tempo, una riflessione potente su un luogo complesso, disarmante per le sue bellezze segrete e i suoi drammi (s)conosciuti. Tra ritratti, paesaggi che bruciano o si sfaldano davanti ad una luce fioca, quasi febbrile, i protagonisti di Focu sono la terra ed il cielo in dialogo contraddittorio e costante. E, naturalmente, il fuoco.

Si concentra sul corpo in maniera originale il lavoro foto-grafico (il trattino qui diventa essenziale) di Giovanni Scarantino ed Emanuela Bucceri, Body recording and digital color images, un progetto che unisce il mondo dell’arte fotografica e quello dei grafici fondendo immagini dalla natura diversa per suggerire un’associazione tra la documentazione tecnica e quella più strettamente riguardante il corpo. Lo scopo del progetto, che nasce dalla volontà d’indagare il processo d’archiviazione dei negativi fotografici, diventa un’occasione per lavorare ad una nuova foto-grammatica.

Forte la presenza dell’installazione con i Rituali quotidiani di Marta García Mansilla, serie di opere realizzate in fil di ferro che, con il pretesto di ripercorrere la giornata tipo di un individuo nella società contemporanea, riflettono sull’idea antropologica della ritualità, sul suo significato, e su quei gesti e quelle abitudine che uniscono e allo stesso tempo dividono l’essere umano dai suoi simili. Il caffè, la sigaretta, un quaderno d’appunti, sono tutti “fatti” comuni e allo stesso tempo testimonianze uniche di un momento preciso nel tempo.

A cavallo tra pittura ed arte digitale è Il non palpabile del siciliano Giovanni Di Giovanni, un quadro che raffigura una scultura incompleta in cui la parte “mancante” è sostituita da un piccolo schermo che riproduce in loop un video che richiama il concetto di infinito. Raffinata esteticamente e concettualmente, l’installazione, perfettamente collocata nello spazio della casa-galleria, possiede una potente carica ipnotica.

Altrettanto ipnotica è la sala che mette in dialogo due lavori di videoart, profondamente diversi ma potentemente speculari. Nel suo Omaggio a Duane Michaels (l’artista visionario che con le sue “sequenze” ha sfidato l’immobilità fotografica), Giorgio Gieri, ricorrendo ad una serie di GIF, lavora sul tempo e sulle associazioni mentali, mentre Simona Saggion, con Red Velvet, riflette attorno al concetto di violenza. E il video è carico di una potenza visiva estetica conturbante e al contempo disturbante.

E c’è, infine, spazio anche per la performance del duo PARSEC (Martina Piazzi e Sissj Bassani), una ventata di spiazzante ironia e, insieme, una riflessione sul movimento, sul gesto, sul corpo e sulla contemporaneità; la serigrafia, con Impronta n.1 e Impronta n. 2 di Irene Belladonna in cui, strizzando l’occhio al Klein di ANT 130 Anthroprométrie del 1960 il corpo, o meglio il suo segno bidimensionale, diventa linea di confine, astrazione e deformazione; e per l’illustrazione con i disegni di Roberta Muci (conosciuta come Joe1 negli ambienti Underground).

Guido Luciani

Bologna opens to “condominium” Art: the recipe of Maionese

Ten emerging young artists, an uncommon familiar happening, a strange house-gallery at the gates of Bologna. And mayonnaise. As much as you want. The new project wanted by Sofia Campanini, Sissj Bassani and Veronica Armani, Maionese (the italian word for mayonnaise), is fresh air inside Bologna’s Art panorama, an irreverent and original experiment that wants to give space to a group of young artists.  And to a curatorial idea that is finally emerging also in many italian cities with projects of exhibitions and art residencies that go beyond the usual art channels in order to open to condominiums, blocks of flats and private places. It’s a new for of divulgation, in between public and private spaces, with strong and innovative energy, even with vintage connections.

On the 20th of October the first edition, recently the second happening, on the first day of December and a new project coming on February/March 2018. Thought as an ideas background, the December happening has been created by following a recipe that mixes expositive coherence and freedom of expression about form and contents.

There is space for photography with Focu, a stream of consciousness by images realized by Rosa Lacavalla, a passionate “serenade” to Sicily’s contradictions, “the burning land”, a tale about a trip experience and, at the same time, a strong reflection on a complex place, charming for its hidden beauties and its unknown dramas. A serie of portraits, burning landscapes with a feeble light in which sky, fire and ground are dialoguing protagonists.

It’s about human body the original photographic work created by Giovanni Scarantino and Emanuela Bucceri, Body recording and digital color images, a project which connects photography to the statistical world go graphics by melting different images in order to suggest an association between technical documentation and the one more specifically related to human body. The project, born to analyze the archiving process of photographic negatives, works on the formulation of a new photo-grammar.

Strong is the presence of art installations with Rituali Quotidiani (daily rituals) by Marta García Mansilla, a serie of works created with wires that, by using the opportunity of retracing a typical day of a common individual, reflects on the anthropological idea of rituality, on its meaning, and on every habit which connect and at the same time divide human beings. A coffee, a sigarette, a block notes are common “matters” and unique symbols of a precise moment in time.

Between painting and digital art is Il non palpabile by Giovanni Di Giovanni, a painting portraiting an incomplete sculpture in which the missing part is a small screen reproducing a loop video that refers to the concept of infinity. Aesthetically and conceptually sophisticated, Di Giovanni’s installation, perfectly collocated in the space of the house-gallery, has got a powerful hypnotic energy.

Hypnotic is also the last room of Maionese in which there is a dialogue between two different but powerfully “symmetrical” videos. In his Omaggio a Duane Michals (a famous visionary photographer), Giorgio Gieri, by using a serie of GIF, works on mental associations and matters of time, while Simona Saggion, with Red Velvet, reflects on violence. And her video is full of visual  perturbing and disturbing power.

During the happening, the performance duo PARSEC (Martina Piazzi and Sissj Bassani) gave a breath of fresh air with flooring irony and an interesting reflection on movement, gesture, body and on contemporaneity. Space to serigraphy with Impronta n.1 and Impronta n. 2 by Irene Belladonna who, clearly referring to Yves Klein’s Anthropométrie, gives to the shape of a body the meaning of a barrier line, abstraction and deformation. To complete the exhibition the illustrations of Roberta Muci, known in the underground background as Joe1.

Guido Luciani

Maionese, exhibition view, ph. Giuseppe Casalinuovo

Focu, project and photography by Rosa Lacavalla

Maionese, detail, ph. Giuseppe Casalinuovo

Maionese, PARSEC performance, ph. Giuspepe Casalinuovo




Il Tatto Interno: dentro ed oltre il corpo. La pittura “impalpabile” di Alessandro Saturno

Delicata, malinconica, “aerea”. La pittura di Alessandro Saturno, giovane artista napoletano in mostra alla Labs Gallery di Bologna, è una pittura consapevole e raffinata. E Inner Touch, mostra curata da Leonardo Regano, con più di 30 opere in esposizione, è una consapevole e raffinata riflessione sul corpo, sulla materia e sulla relazione che tra questi ultimi intercorre.

Il “tatto interno” dell’artista campano (l’Inner Touch che dà il nome alla mostra) va dentro il corpo per “arginarlo”, cristallizzarlo, renderlo immortale seppur nei confini di una superficie limitata, quella della tela. Ma va anche oltre il corpo il “tatto interno”, travalicando il mero dato fisico in favore di una dimensione eterea ed impalpabile. Saturno dà ad esso una forma per poi scomporla, smaterializzarla, sfumarne contorni e concetti. Non a caso per il pensatore Daniel Heller-Roazen, colui a cui si deve la formulazione del concetto di inner touch, il tocco interno è ciò che lega l’essere umano alla percezione di sé stesso e degli altri.

Ad accogliere il visitatore è Inner Shape, piccola ed intensa tela che anticipa, senza però “spoilerare”, i temi del percorso artistico dell’artista campano. Qui, i contenuti anticipati sono soprattutto di natura formale: Saturno suggerisce a chi varca la soglia della galleria l’atmosfera e il mood che caratterizzeranno tutto il percorso mostra. E se in Albedo, lavoro dalle dimensioni più ambiziose, inizia a comparire l’idea di “forma”, suggerita da una figura ricurva, quasi embrionale, dai colori delicati, è solo nelle opere successive che si fa avanti, deciso, il corpo.

Dopo Frammento, due piccoli quadri affiancati in cui Saturno accenna due volti che richiamano la bellezza classica, emerge il segno forte della grafite di Body’s Theory che marca, nella delicatezza di un fondo tenue, la serie di ventuno disegni. I contorni del corpo femminile sono individuati dal segno scuro che si disperde, compone e ricompone per poi smaterializzarsi in uno sfondo dalle tinte tenui, quasi “aeree”.

Torna prepotentemente, anche in Sospesa e Grembo, l’idea di smaterializzazione del corpo femminile, colto quasi nell’attimo che precede il suo abbandonarsi, sciogliersi, ricongiungersi, in un certo senso, con la sua forma più pura: in Sospesa è il corpo stesso, isolato, cristallizzato, fuso con uno sfondo malinconico, in cui emergono con forza segni rossi che pretendono attenzione, in Grembo il riferimento è alla natura di materna accoglienza del corpo in cui è lo sfondo a diventare un delicato prolungamento, quasi un’aura, della figura protagonista.

Sembrano, invece, suggerire una lieve e piacevole variazione rispetto al fils rouge fin qui delineato, o forse un’apertura verso nuovi possibili strade, le opere Fuga ed il trittico Eidos. La prima è una piccola tavola, installata curiosamente molto più in basso rispetto alla linea degli occhi (a richiamare il concetto di fuga espresso nel titolo), in cui compare un volto delineato con tratti e toni delicati che rendono gli elementi del viso sfuggenti e quasi “scivolosi”.

In Eidos, tre sono le tele che raffigurano tre volti di donna “classica”, affiancate a formare un trittico che colpisce per la sua sfacciata contemporaneità. Il colore, qui, pur mantenendo forte coerenza con l’atmosfera malinconica di Inner Touch (i volti richiamano ancora la figura dalla bellezza classica, così come “classico” è il punto di vista dell’artista che ritrae i visi frontalmente), sembra rinunciare alla pacata delicatezza degli altri lavori in favore di una più decisa manifestazione. I volti, gli sfondi, così come le pennellate decise che rafforzano i contorni delle tre figure, sembrano urlare ammiccando, quasi inconsapevolmente, alla Pop Art.

Tatto ed impalpabilità, interno ed esterno, corpo ed anima: si confermano queste le affascinanti dicotomie che si muovono sinuosamente dentro ed oltre la pittura di Saturno.

Guido Luciani

Info:

Alessandro Saturno. The Inner Touch
a cura di Leonardo Regano
25 novembre 2017 – 10 gennaio 2018
Labs Gallery
via Santo Stefano 38 Bologna

Alessandro Saturno, Inner Shape, courtesy LABS Gallery

Alessandro Saturno, Frammento, courtesy LABS Gallery

Alessandro Saturno, Fuga, courtesy LABS Gallery




“Casi aperti” e utopia: la Storia secondo Francesco Arena

Coinvolgere lo spettatore all’interno di una parte rimossa della memoria storica e civile, sottrarre gli eventi all’irrimediabile limbo della dimenticanza. Le due priorità nel percorso artistico di Francesco Arena sono dichiaratamente ambiziose. E quasi utopiche. Al centro della poetica del trentanovenne artista pugliese, recentemente in mostra a Londra, Madrid e New York (e dal 17 novembre a Napoli presso lo Spazio Trisorio), ci sono eventi che hanno costituito un trauma assopito per la collettività. Arena li seleziona, raccoglie e colleziona con l’intento di rimetterli in gioco, piuttosto che come monumenti, come “casi aperti” su cui bisogna tornare a riflettere.

Così avviene, ad esempio, per la sua installazione del 2004: 3,24 metri quadrati, dove l’artista ripercorre il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro, mediante un’opera che mescola iperrealismo, arte povera e minimale. Arena ricostruisce, secondo le dimensioni reali a cui il titolo allude, la cella di via Montalcini, l’appartamento romano in cui Moro fu tenuto prigioniero per 55 giorni, fino alla sua morte. L’individuale e il collettivo, il passato personale e la Storia vengono fusi insieme per creare un’unica dimensione in cui concentrazione, geometria e solidità diventano i cardini di una dimensione metaforica storico-personale.

Altre opere richiamano l’attenzione su punti cruciali del Novecento quali, ad esempio, il comunismo, meditato nel suo aspetto storico e antropologico tramite le costruzioni con vari materiali della serie Falce e martello (circa 130 pezzi costruiti tra il 2007 e il 2008), la morte dell’anarchico Pinelli. E, infine, Genova (foto di gruppo), in cui Arena, partendo dalla testimonianza fotografica ufficiale del gruppo dei dieci leader presenti al G8 di Genova del 2001, realizza in fango di marmo dieci forme a base quadrata di 40×40 cm e altezza varia (da 0,5 cm a 22 cm). “Le forme – ha dichiarato lo stesso Arena – sono concepite immaginando Carlo Giuliani vivo: se solo potesse salirvi, potrebbe guardare negli occhi ogni singolo capo di Stato”.

Qual è la ragione più profonda che ti ha spinto ad approfondire tematiche storiche nel tuo percorso d’artista?
Tutto è venuto un po’ per caso. Ogni artista ha una sua ossessione e, alla lunga, quest’ossessione domina il lavoro. O meglio, il lavoro è un modo per dominare l’ossessione. La mia prima opera, 3,24 mq, si confrontava con un “fatto storico”. Solo in seguito mi sono reso conto di quella che invece è diventata la tematica che lega tutta la mia produzione: lo spazio inteso come luogo fisico nel quale gli avvenimenti accadono e gli uomini si muovono. Ho cercato di addomesticare questi luoghi per poi avvicinarmi a luoghi sempre più familiari allo scopo di mischiarli ed in un certo senso “sporcarli” con la storia collettiva.

“Ri-scoprire” la Storia per comprendere l’attualità: quanto è importante questo aspetto nella tua ricerca?
Conoscere il passato per capire il presente mi sembra che fosse il sottotitolo di qualche trasmissione televisiva di quand’ero bambino o forse era il sottotitolo dell’enciclopedia di casa dei miei. Fondamentalmente l’idea della Storia come chiave per l’attualità è corretta anche se la Storia stessa è estremamente complessa piena di sottostorie e di appendici che nessuno legge perché apparentemente inutili. Spesso è a partire da queste sottostorie che nasce un lavoro, in particolare dalla mia sottostoria, che è quella che mi illudo di conoscere meglio. La Storia non è poi così mutevole, anzi è spaventosamente uguale a sé stessa e questo rende il suo ciclico riproporsi la chiara prova che l’uomo è un essere fantastico capace di costruire e distruggere qualunque cosa; è in grado di inventare Dio per poter dare la colpa della sua dabbenaggine a qualcun altro.

Esiste nelle tue opere una volontà reale di cambiamento del passato/presente? 
Le mie opere cambiano me, a volte un’opera mi fa cambiare completamente idea su una cosa. Capire la realtà dimensionale di qualcosa permette di percepirla diversamente, immaginare una distanza percorsa da altre persone visualizzando una propria distanza in rapporto a quella percorsa dall’altro, può cambiare qualcosa e lasciarci intuire che, spesso, le dinamiche che spingono gli uomini a comportarsi in un dato modo sono molto più antiche e condivisibili di quanto ci potremmo aspettare.

Guido Luciani

Francesco Arena, Corridoio, 2012

Francesco Arena, Genova (foto di gruppo), 2012

Francesco Arena, Falce e Martello, 2008/2009

Francesco Arena, 3,24 mq, 2004