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Dall’arte nel cesso ai podcasts di Artefatti con Costantino della Gheradesca e Francesco Bonami

Due uomini. Due voci. Una sola parola anzi due: arte e fatti. Vocaboli associabili, simbolicamente, anche alla nota espressione “ready made” che ha sconquassato il mondo dell’arte dal Novecento fino ai nostri giorni: l’oggetto “già fatto”. Dieci episodi gratuiti per questa prima stagione – prodotti da Kidney Bingos con un ciclo di podcast scaricabili su iTunes, Spreaker e su tante altre principali piattaforme, con uno spazio instagram e facebook dedicati interamente ai contenuti dei podcasts. Il collezionista Costantino della Gherardesca, presentato tra i più spendaccioni e sprovveduti del pianeta, e uno tra i più dissacranti critici dell’arte contemporanea, Francesco Bonami, raccontano e svelano, con toni ironici e provocatori, storie, aneddoti, retroscena delle opere e degli artisti, dai meno conosciuti ai più noti: da Duchamp e Courbet fino ai discussi Damien Hirst e Maurizio Cattelan. Questi ultimi poco amati dal giovane collezionista maremmano, ma particolarmente apprezzati dal fiorentino Bonami.

Con toni non affatto accademici né didascalici ma divertenti, proprio Bonami cerca prontamente di riprendere gli interventi gherardiani mossi da quella smodata passione di fede e devozione, che spesso hanno i collezionisti più azzardati verso gli artisti dei quali possiedono alcune opere. In questo caso, secondo il noto curatore, sono artisti conosciuti solo dalle pareti di casa di Costantino della Gherardesca, il quale – si apprende dall’ottavo episodio “Arte e Parole” – lamenta di non avere un cesso grande, ma anzi «un cesso da miserabili» palesando candidamente questo suo personale tormento. Al contempo, dichiara anche il desiderio di presentare un quiz in prima serata e fare tanti soldi come Paolo Bonolis piuttosto che parlare di arte contemporanea con Bonami, che con Bonolis condivide l’iniziale del cognome. Ma il noto curatore oltrepassa con disinvoltura questa provocazione sul confronto fiscale, lanciata bonariamente anzi no “bonamente” dal Gherardesco, il quale nonostante i toni meno formali, ma talvolta slabbrati, riesce comunque a far sussultare con sorrisi gli ascoltatori.

Anche quando, in modo melanconicamente allegro, della Gherardesca parla – nel sesto episodio – di una delle gallerie d’arte contemporanea più stimolanti al mondo come “Experimenter”, fondata a Calcutta nel 2009, e sempre con stile “bonamiano” e senza mezzi termini, proprio Bonami fa riferimento alla sensibilità dei suoi testicoli nel non poter più accettare gli artisti che parlano solo di teoria, riferendosi anche al gallerista indiano Prateek  «che nonostante il nome non è poi così “pratic”» in quanto sembra che faccia il possibile pur di non vendere un’opera al collezionista che non la meriterebbe. Così colui che si è reinventato su instagram – con un numero elevatissimo di follower – con il nome profilo “The Bonamist”, è uno dei curatori italiani più conosciuti al mondo con esperienza internazionale: dal Museo d’Arte contemporanea di Chicago, alla Whitney Biennial of American Art nel e poi ancora curatore di Manifesta 3  e della 50esima  Biennale di Venezia fino a mostre ideate per artisti come Maurizio Cattelan oltre a essere autore – saggista di diversi testi che hanno avuto un discreto successo come l’“Arte nel Cesso” o “Lo posso fare anche io”. Ma soprattutto appartiene alla categoria dei curatori che manifestano una smodata insofferenza per i “cialtroni” venerati da una certa critica, come Banksy, di cui Bonami ha una chiara idea: «Banksy è come l’umido, viene fuori sempre». E lo dice con il tono di chi non può più tollerare l’esagerata santificazione riconosciuta a questo artista senza volto.

Così, con i loro toni divertenti, mescolano le loro idee, le intuizioni artistiche più geniali come quelle più imbarazzanti di artisti meno conosciuti, augurandosi che chi li ascolti non scompaia tirandosi giù da un ponte, soprattutto durante l’episodio 5 “Arte e Acqua”, in cui per presentare l’artista Roni Horn si fa riferimento a un particolare turismo di persone – da Francia, Germania, Svezia – che andrebbero a suicidarsi sul Tamigi, a Londra. Ma, subito dopo, ritornano su questa artista che è stata la prima a ideare, dopo anni di studio, una “Library of Water” in Islanda, ovvero un museo dell’acqua in un vecchio edificio con vista sull’oceano, con l’installazione di ventiquattro colonne di vetro, riempite di acqua provenienti da vari ghiacciai islandesi. In pratica, continua Bonami «degli enormi e grandi bicchieri di acqua fresca». E viene fuori anche il malessere di Bonami nel parlare di quelle barche che non affondano mai come i “mari verticali” di Fabrizio Plessi, il cui nome, solo a pronunciarlo, produce in lui la voglia di chiamare la polizia. Invece, lo nomina con garbo, pur “soffrendo”, riferendosi particolarmente a quella barca enorme – con all’interno schermi che rappresentavano cascate di acqua in salita verso il cielo – posizionata all’ingresso della sua biennale del 2003. Fece di tutto per levarla, ma non ci riuscì. Fu più potente quel mare verticale di Plessi che rimase appunto lì.

Evidente fin dal primo episodio come i loro toni siano pieni di quella sana ilarità che, mista a una sostanziosa dote di conoscenza dell’arte contemporanea, restituisce agli ascoltatori una bella dose di narrazione, ormai assente – direi scomparsa – nel mondo delle arti visive contemporanee. E si passa sopra anche a quelle formule gherardesche che si abbandonano tal volta a una certa volgarità, segnalata prontamente da Bonami. Non ci sono, infatti, tabù tematici e linguistici di alcun tipo nelle loro storie di “Artefatti” e nell’episodio sette – “Arte e Morte” – citando il regista Andrei Arsenyevich Tarkovskij, ricordano quanto l’arte prepari l’uomo alla morte, con una forte riflessione sulle morti che non vediamo – tema sempre attuale – con un’opera potente di Teresa Margolles, più amata da Costantino che da Bonami. Opera che la stessa Margolles non volle più esporre: “Entierro”, (Sepoltura, 1999) ovvero un blocco di cemento dentro il quale sarebbe presente un feto abortito da una donna, esposta a continue violenze psicologiche. Insomma, nulla sembra sfuggire ai conduttori di Artefatti – che stanno già preparando la seconda edizione di podcasts – rispetto a ciò che di bello e crudele appartiene all’arte del nostro presente, con un racconto fluente senza censure, sui paradossi e sulle genialità del genere umano, visto da punti di vista non scontati e inediti. E si ha l’impressione di udire qualcosa di nuovo, un’offerta speciale, sugli scaffali dell’ipermercato della informazione mediatica italiana.

Info:

www.podcasts.apple.com/it/podcast/artefatti-il-vero-e-il-falso-dellarte

www.open.spotify.com

Costantino della Gheradesca e Francesco Bonami. Photo: Francesca Turrin

Maurizio Cattelan, Bidibidobidiboo, 1996. Scoiattolo tassidermizzato, ceramica, formica, legno, vernice, acciaio, 45 x 60 x 58 cm. Photo: Zeno Zotti. Courtesy Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Torino.

Damien Hirst, Grecian Nude, da sx a dx, bronzo h 208 cm, marmo rosa h 187,2 cm, bronzo h 193,8 cm. Dalla mostra “Treasures from the Wreck of the Unbelievable” dal 9 apr al 3 dic 2017 a Punta della Dogana a Venezia. Ph E.Vanfiori, courtesy Archivio A.C.


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