Joseph Montgomery. Human Stain

A tre anni di distanza dall’ultima personale, Joseph Montgomery (1979, Northampton, MA, Usa. Vive e lavora a New York) torna a Bologna alla galleria CAR DRDE per presentare gli ultimi esiti della sua ricerca, incentrata sull’esplorazione delle possibilità immaginifiche e concettuali del processo pittorico attraverso rigorosi assemblaggi di elementi sintattici primari caratterizzati da un’ambigua complementarietà tra il principio seriale dell’archetipo e l’irripetibilità del pezzo unico. Se da un punto di vista emozionale il suo lavoro appare orientato a un’enfatizzazione della sensualità insita nei materiali che trova la propria ragion d’essere nella necessità di una riattivazione emotiva della memoria e dell’archivio mettendo in atto un’opposizione (che potremmo definire quasi romantica) alla saturazione delle immagini che contraddistingue la nostra epoca digitale, da un punto di vista progettuale l’artista non teme di confrontarsi con la predeterminazione degli algoritmi che ne costituiscono il fondamento, trasformandone l’implicita coercizione in inesauribile fonte di ispirazione. Il titolo della mostra Human Stain, che in italiano potremmo tradurre come Macchia Umana, suggerisce la compresenza di questi due aspetti della sua poetica intersecando un esplicito richiamo al processo artigianale della tintura e, più specificatamente, alla fase preparatoria della pittura tradizionale in cui il mordente viene applicato al supporto su cui poi verranno stesi i colori, e un’idea dell’intervento manuale come imprevedibile interruzione delle logiche predefinite del software.

A proposito di questa intuizione si potrebbe individuare un interessante parallelismo tra l’approccio al fare artistico di Joseph Montgomery e la teoria atomistica del clinamen, concezione metafisica elaborata dai filosofi greci Leucippo e Democrito, poi ripresa dal poeta latino Lucrezio nel De rerum natura, in base alla quale la realtà (nel nostro caso l’opera) è composta di atomi eternamente in movimento, i quali – aggregandosi e disaggregandosi a seconda del casuale spostamento delle particelle indivisibili dalla loro verticale linea di caduta – danno origine ai differenti corpi e al loro divenire in termini di nascita e di morte. L’analogia appare particolarmente stringente nelle opere della serie Shim painting, realizzati su supporti scultorei “a fisarmonica” formati dall’assemblaggio di listelli di legno, su cui successivamente l’artista stende diverse patine di colore. Anche qui il termine inglese shim è ambivalente perché rimanda sia alle zeppe di legno utilizzate come spessori per rimediare a un dislivello, per turare provvisoriamente un buco o per surrogare qualche parte mancante, e sia ai listelli di piombo con cui in tipografia, nella vecchia stampa linotype a piombo fuso, si riempivano gli spazi lasciati vuoti nella composizione e (soprattutto) ai codici che nella programmazione digitale intercettano i protocolli con cui vengono realizzati e integrati i software applicativi e che consentono di modificarne i parametri, gestirne o reindirizzarne le operazioni o eseguire programmi su piattaforme software diverse da quelle per cui sono stati sviluppati. Il ritmo delle sequenze modulari dei listelli assemblati da Joseph Montgomery è generato da un programma liberamente fruibile sul suo sito (shimindex.com), attraverso il quale chiunque può ottenere la rappresentazione grafica del proprio shim impostandone i criteri a partire da determinato numero di elementi catalogati in un archivio, predisposto dall’artista senza alcuna rivendicazione autoriale, che ne raccoglie tutte le combinazioni possibili. In questo caso l’«inclinazione» atomistica che dà vita all’opera è la scelta umana arbitraria della composizione a cui si aggiunge l’irregolarità della pelle pittorica, in una raffinata dialettica di casuali coincidenze e difformità tra le venature del legno e le tracce delle setole del pennello. Il risultato finale riesce a essere sempre sorprendente senza derogare alla prevedibilità del processo, come accade in Image Six Hundred Three (2021), dove una tela dello stesso blu intenso che ricopre il legno racchiude come una cornice la composizione tridimensionale impedendo alle ombre di espandersi e innescando un’ironica inversione concettuale rispetto alla funzione del più tradizionale dei supporti pittorici e del complemento che normalmente lo delimita.

In altri lavori, come ad esempio Image Six Hundred Twenty Three (2019-2021) lo shim diventa la rappresentazione pittorica di un solido metafisico sospeso nell’impalpabile vischiosità di una pellicola cromatica sottilissima, ma scabrosa e capace di celare con la sua labile consistenza un ulteriore universo pittorico inaccessibile allo sguardo che traspare solo a tratti dalle sue lacune. In Image Six Hundred Twenty Two (2021) invece il modulo è oggetto di una rappresentazione astratta che ne traduce le volumetrie in andamenti lineari acquerellati di superficie accennando alla sua esistenza attraverso un profilo aperto, sempre in relazione con un fondo matrice dove “accade” una pittura fatta di sovrapposizioni, abrasioni e trasparenze. Per omogeneità di spessori cromatici e di intenti accosterei quest’ultimo lavoro, nonostante l’approccio all’immagine sembri a prima vista radicalmente differente, a Image Six Hundred Twenty Nine (2021) o a Image Five Hundred Ninety Nine (2020), pezzi emblematici della produzione più recente dell’artista che rielaborano con strumenti pittorici immagini preesistenti tratte dal suo archivio personale, come foto del suo studio, di mostre o di opere realizzate in precedenza. Il rimando alla dimensione del quotidiano e del privato, attivato dall’esplicito inserimento di immagini dove compaiono dettagli riconoscibili di ambienti reali, ha in realtà origine nella medesima volontà di stratificare e sovrapporre che costituisce la più profonda ragion d’essere dei lavori precedenti, intendendo tale sedimentazione come quello spessore fisico, materico e concettuale che costituisce l’habitat e l’essenza della pittura. A questo modo anche l’immagine fotografica stampata su carta da lucido viene utilizzata, al pari dei diaframmi colorati trasferibili delle opere astratte, come uno strato pittorico da incidere, raschiare, sporcare e ritagliare che interpreta con approccio multimediale la canonica procedura di dipingere per velature. La dichiarata instabilità e fragilità degli strati è controbilanciata dall’estrema precisione con cui Joseph Montgomery calibra le loro reciproche relazioni (intese anche in senso tridimensionale) permettendogli di creare suggestive intersezioni tra differenti sistemi di segni e riferimenti che trovano inedite modalità di coesistenza in nome della pittura.

Info:

Joseph Montgomery. Human Stain
09.10.2021 – 11.12.2021
CAR DRDE
via Azzo Gardino 14/a Bologna

Joseph Montgomery, Image Five Hundred Ninety Nine, 2020 (left) and Image Five Hundred Forty, 2020 (right), courtesy CAR DRDE

Joseph Montgomery, Image Six Hundred twenty Nine 2021, acrylic and pigment on canvas, frame, cm 62.55 x 52.40 x 2.55, courtesy CAR DRDE

Joseph Montgomery, Image Five Hundred Fifty Six 2018-2020, shim – gouache, acrylic, pigments, paper on cedar and plywood, 40.65 x 55.88 x 4.45 cm, courtesy CAR DRDE

Joseph Montgomery, Human Stain, installation view at CAR DRDE, courtesy CAR DRDE


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