Keith Haring a Pisa

Nell’aria, in giro per il mondo, c’è un gran parlare di graffiti e di opere murali, ma non solo: stiamo assistendo anche a una evidente crescita di immagini distribuite nel circuito urbano, quasi a voler contrastare quel senso di grigio e di tristezza profuso da tante pareti vuote di condomini realizzati negli anni Cinquanta o che imponenti muri di cinta impongono alla nostra vista. Si tratta di immagini (in genere di grandi dimensioni) realizzate sia in termini di interventi autorizzati (come quello dipinto da Gabriele Bonato e realizzato a Trieste nell’ambito del progetto Chromopolis, con il contributo della Fondazione Pittini) e sia con operazioni di tipo illegale o clandestino (si veda per esempio Banksy che della trasgressione e dell’anonimato ha fatto la sua bandiera specifica). I graffiti, nati come fenomeno “estetico” molti decenni orsono, hanno trovato in Keith Haring un particolare cantore ed esecutore. Un grande interprete, senza ombra di dubbio, perché è stato guidato dalla volontà di consegnare il suo messaggio di fraternità e amore al pubblico più vasto e variegato (in una visione molto democratica e onnicomprensiva), senza dimenticare la particolarità esecutiva, perché va detto che Haring non ha mai usato la bomboletta spray e che tutto il suo lavoro, senz’altro molto allegro e colorato, è sempre stato contraddistinto da un segno secco e forte. Ciò ha finito per tipicizzare in maniera insolita anche le sue figure, ovvero le sue narrazioni, intrecciate a più livelli, ma sempre prive di qualsiasi profondità.

Haring è nato nel 1958 a Reading (Pennsylvania) e i primi rudimenti del disegno li apprese dal padre. Dopo aver frequentato la Scuola d’arte di Pittsburgh, si  trasferì a New York e nel 1978 si iscrisse alla School of Visual Arts. In quegli anni iniziò a occupare i pannelli pubblicitari della metropolitana che vedeva inutilizzati. Il disegno è veloce, il tratto è marcato. Ha iniziato con il bianco del gessetto per poi passare al segno del pennarello nero. Il messaggio si legge a colpo d’occhio e lo stile diventa perfettamente riconoscibile tanto che Tony Shafrazi lo inserisce nel programma espositivo della sua galleria di Soho. Nel 1982 Haring tiene la sua prima grande esposizione e al vernissage partecipano Andy Warhol, Roy Lichtenstein, Robert Rauschenberg e Sol LeWitt. A soli 24 anni, Haring viene invitato in Giappone e la sua fama inizia a diffondersi. Realizza non solo sculture di grandi dimensioni per gli spazi pubblici, ma anche dipinti murali per locali notturni e ospedali pediatrici in giro per il mondo. In questo modo le sue testimonianze divengono durature: permangono nella durata di uno sguardo successivo. Molta della sua arte contiene messaggi politici legati all’AIDS, alla droga e all’apartheid. Haring si schiera in prima persona, anche a motivo delle sue scelte di vita e di dichiarata omosessualità. “The Radiant Child” e “The Barking Dog” divengono delle vere e proprie icone, oltre ai cuori trafitti, agli angeli e ai corpi danzanti. Certo, il fenomeno era davvero molto diffuso: basti pensare a  Basquiat (che prima di assurgere alla gloria si firmava con la sigla Samo, ma è corretto ricordare anche Futura 2000 e Fab 5 Freddy, fino ad arrivare a Douglas Abdell, uno strano scultore “di impronta graffitista”. È molto importante sottolineare che nell’indole di Haring non si riscontra un aspetto di spocchia elitaria e che la sua idea di “un’arte è per tutti” non è un semplice slogan, ma una verità radicata nel suo animo, una verità che poi si diffonde fino a toccare (a distanza di chilometri e di anni luce come età e formazione) perfino nelle scelte e nelle modalità di una artista come Laurina Paperina. Ecco, allora, una produzione che esonda: dalle spillette, alle grafiche, ai poster, ai tappeti, alle copertine di dischi, alle t-shirt, coprendo con il suo segno sintetico perfino il corpo di modelli o di qualsiasi superficie gli venga offerta. Ecco, il pensiero dell’autore nasconde una idea di riscatto e rinascita: “La mia speranza è che un giorno, i ragazzini che passano il loro tempo per strada si abituino a essere circondati dall’arte e che possano sentirsi a loro agio se vanno in un museo”.

Ora, il lavoro di Keith Haring ritorna alla ribalta con l’omaggio che il Palazzo Blu di Pisa gli dedica e l’appuntamento non suona insolito, visto che l’autore, proprio a Pisa aveva  soggiornato, nel 1989, per dipingere su una parete del convento di S. Antonio, il celeberrimo murale ‘Tuttomondo”. Quel progetto nacque da un incontro del tutto casuale, avvenuto a New York nel 1987 tra l’artista e il giovane studente Piergiorgio Castellani: lo studente propose a Haring di realizzare qualcosa di “grande e stabile” in Italia e l’artista accettò, fu così che prese forma il Keith Haring Italian Project, un dipinto monumentale, un inno alla gioia, che copre una superficie di 180 metri quadri. La mostra al Palazzo Blu, firmato da Kaoru Yanase, è stata realizzata dalla Fondazione Pisa in collaborazione con MondoMostre e con la straordinaria partecipazione della Nakamura Keith Haring Collection. La mostra presenta per la prima volta in Europa una selezione di opere, più di centosettanta, provenienti dalla Nakamura Keith Haring Collection, la collezione personale di Kazuo Nakamura, che si trova nel museo dedicato all’artista, in Giappone. Fanno parte della collezione, e sono in mostra a Pisa, opere che vanno dai primi lavori di Haring fino agli ultimi, molte serie complete quali Apocalypse (1988), Flowers, (1990) e svariati altri disegni, sculture nonché grandi opere su tela come Untitled (1985). L’esposizione ripercorre l’intera carriera artistica di Haring e l’ampia gamma di tecniche espressive da lui indagate – pittura, disegno, scultura, video, murales, arte pubblica e commerciale – iniziando dai disegni in metropolitana, Subway Drawings, 1981-1983 (gesso bianco/carta/pannelli di legno) che restano tra i suoi lavori più noti e acclamati, fino al portfolio delle diciassette serigrafie dal titolo The Bluprint Drawings, la sua ultima serie su carta che riproduce le prime e più pure narrazioni visive nate nel 1981, pubblicata nel 1990, un mese prima della sua morte.

Fabio Fabris

Info:

Keith Haring, Opere dalla Nakamura Keith Haring Collection
12/11/2021 – 17/04/2022
Palazzo Blu
Lungarno Gambacorti 9, Pisa
+39 050 916961
info@palazzoblu.it

Keith Haring (il terzo da sx) con assistenti, intento all’esecuzione dell’opera murale “Tuttomondo”, Pisa 1989, © Foto Daniela Meucci, Collezione Cineclub ArsenaleKeith Haring (il terzo da sx) con assistenti, intento all’esecuzione dell’opera murale “Tuttomondo”, Pisa 1989, © Foto Daniela Meucci, Collezione Cineclub Arsenale

Inaugurazione dell’opera murale “Tuttomondo”, Pisa 1989. © Foto Archivio Frassi, Fondazione Pisa, Palazzo Blu

Keith Haring, Retrospect, 1989, serigrafia su carta, 117 x 208 cm, ed. 42/75. Courtesy of Nakamura Keith Haring Foundation © Keith Haring Foundation

Keith Haring, Dog, 1986, acrilico e serigrafia su legno, 127 x 96 x 4 cm, ed. 4/15. Courtesy of Nakamura Keith Haring Foundation © Keith Haring Foundation


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