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Pipelines Across Permafrost. Geologia e giustizia ...

Pipelines Across Permafrost. Geologia e giustizia climatica nelle immagini di Mary Marringly

Quando un picco montuoso si mostra rovesciato o uno specchio d’acqua diventa luogo di connessione tra il cielo e la terra, anch’essi sottosopra, lo sguardo sembra intraprendere un percorso senza indicazioni predefinite. Tuttavia nelle quattordici fotografie della serie “Pipelines Across Permafrost” (2020) l’immaginazione di Mary Mattingly, artista nata nel 1978 che vive e lavora a Brooklyn, non ha nulla di onirico, e la provocazione che mette in campo non si limita a un turbamento temporaneo dell’osservatore – non si sa da dove iniziare a guardare – ma vuole parlare di un tempo al di là della durata umana: il tempo della Terra.

In “Pipelines Across Permafrost” ogni immagine è una sequenza che racconta la storia del luogo rappresentato: una storia complessa, quindi, che l’artista restituisce utilizzando direttamente la tecnica del montaggio. Ogni fotografia è il risultato di una stratificazione in cui più immagini si uniscono alchemicamente in una fluida linea del tempo. Qui vengono meno il centro e il punto di fuga, perché ogni luogo evade dall’estetica da cartolina e viene restituito nella sua portata geologica: gli scopi di Mattingly sono infatti andare oltre la semplice documentazione, cercare di inserire la durata nello spazio dell’immagine, e soprattutto testimoniare come l’antropizzazione forzata possa causare accelerazioni drastiche nei ritmi naturali della terra. Guardando queste fotografie si percepisce come la natura si trovi ad oggi in una posizione intermedia: forte della potenza di un tempo ancora non umano e allo stesso tempo fragile nei confronti di tutte quelle ideologie attuali che la considerano come passivo terreno di estrazione: un esempio di questo cortocircuito è ‘Pipelines Crossing Permafrost’, in cui, adottando un punto di vista dall’alto, l’artista sembra creare una continuità tra la linea di una spaccatura della calotta artica dell’Alaska e la silhouette di un oleodotto.  Due ‘segni’ inseriti nella verticalità rigida di un’unica immagine, davanti cui l’osservatore è spinto ad adottare una visione olistica che si smarca sia da un protagonismo assoluto della natura, sia da una denuncia esplicita dell’ideologia “estrattivista” al tempo dell’Antropocene.

L’artista rimane in questo intermezzo, mantenendosi su un discorso prettamente visuale in cui la fotografia si stratifica allo stesso modo della terra su cui si posa il suo obiettivo: immagine geologica che parla di tempo profondo. Anche il resto della serie nasce a partire da questa sottile provocazione in cui la natura si mostra sempre plurale e plastica secondo ritmi temporali impossibili da perimetrare. Una volta racchiusa questa complessità nello spazio dell’immagine, essa si rende accessibile, e proietta l’incontro con l’osservatore in un altrove lontano dal tempo del presente attuale. Così questo sfasamento permette di allontanarsi sia dall’immediatezza di un report fotografico, sia dal lirismo di un diario di viaggio, per posizionarsi su una prospettiva più ampia: una percezione inedita a cui Mattingly invita senza alcuna sentenza definitiva, e nella quale è racchiusa tutta la valenza politica di “Pipelines Across Permafrost”. In tempi dove prevalgono le narrazioni della catastrofe irreversibile e del presente senza direzione, Mary Mattingly apre un confronto critico con quella che la geologa e scrittrice Marcia Bjornerud definisce ‘un’infantile indifferenza e una parziale incredulità riguardo al tempo precedente alla nostra comparsa sulla Terra’.

La provocazione dell’artista è silenziosa, quindi, tutta risolta a livello percettivo, nell’attimo in cui lo sguardo si trova disorientato mentre abbraccia la pienezza della Terra che abita, scoprendosi attore in una storia millenaria. L’artista lascia intuire questa nuova prospettiva che oltrepassa la temporalità moderna, e dedica queste fotografie alle persone che hanno fatto di questa consapevolezza una chiara voce politica volta alla tutela dei luoghi rappresentati. Ritornando sulla fotografia presa ad esempio, ‘Pipelines Crossing Permafrost’, si nota come il titolo si completi con la seguente formula: “For Neetsa’ii Gwich’in elder Sarah James and the fight against oil development in Alaska’s Arctic National Wildlife Refuge”; e così vale per tutte le altre fotografie della serie. Ancora un’ulteriore espressione del legame che unisce l’essere umano alla Terra, questa volta espresso alla luce della speranza futura, con una dedica verso chi si mobilita affinché quel tempo profondo in cui tutti siamo immersi non cambi radicalmente i suoi ritmi che hanno sempre assicurato continuità alla vita sul nostro pianeta.

Le immagini geologiche di Mary Mattingly sono storie di consapevolezza e speranza: una nuova prospettiva in cui il linguaggio dell’arte utilizza i suoi codici per parlare di giustizia climatica e di tutela del pianeta, a patto che lo sguardo accetti di perdersi, anche solo per poco, nella pienezza di quel tempo che da sempre abita, e di cui sembra essersi dimenticato.

Info:

www.marymattingly.com


Mary Mattingly (Da sinistra a destra), The Gualcarque River, 2020. Chromogenic dye coupler print, 72 x 18 inches. For Berta Cáceres, her daughter, and their work continuing the fight against the Agua Zarca dam along the Gualcarque River in western Honduras on teritory inhabited by the indigenous Lenca Peoples; A Controlled Burn, 2020. Chromogenic dye coupler print, 60 x 18 inches. For the stewards of traditional ecological knowledge that have worked for generations promoting healthy forest growth with controlled fire application; Rematriation, 2020. Chromogenic dye coupler print, 72 x 18 inches. For the Green Belt Movement, led by Nobel Peace Prize winner Wangari Maathai. Maathai received the Nobel for leading an effort to plant 30 million trees in Africa, that has led people to do similar work around the world. © Mary Mattingly, Courtesy Robert Mann Gallery

Mary Mattingly (Da sinistra a destra), Pipelines Crossing Permafrost, 2020, Chromogenic dye coupler print 44 x 14 inches, For Neetsa’ii Gwich’in elder Sarah James and the fight against oil development in Alaska’s Arctic National Wildlife Refuge; Remediating El Cerrejon, 2020, Chromogenic dye coupler print 52 x 14 inches, For Jakeline Romero who works towards environmental justice and clean water in Columbia in an ongoing struggle against El Cerrejon, the largest open-pit mine for thousands of miles; The Lookout, 2020, Chromogenic dye coupler print, 72 x 18 inches, For José Isidro Tendetza Antún, Shuar leader and Ecuadorean activist who fought against El Mirador, the gold and copper mine sited on southern Amazon rainforest lands belonging to the Shuar Peoples. The mine is projected to destroy around 450,000 acres of rainforest. © Mary Mattingly, Courtesy Robert Mann Gallery


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