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“Ri-” come ricominciare. La galleria A plus A di Venezia riparte dai giovani artisti

Ri-, come riprendere, rinascere, risorgere; Ri-, come rielaborazione di quanto appena trascorso. Ma soprattutto come ritornare e riaprire, rinnovati: questo lo spirito della galleria A plus A, a Venezia, che dopo il lungo periodo di lockdown inaugura nei suoi spazi una nuova mostra, con “le opere più eccellenti dei pittori Giulio Malinverni, Maddalena Tesser e Bogdan Koshevoy”, tre giovani artisti che vivono e lavorano a Venezia, accomunati dagli studi all’Accademia di Belle Arti presso l’Atelier F del professor Carlo Di Raco, e da un linguaggio figurativo. In mostra, fino al 20 settembre 2020, le “pitture e sculture inedite per la rinascita e la buona sorte”, tutte realizzate nel corso degli ultimi mesi, e la cui superficie dipinta riflette da un lato la condizione letargica e rallentata della quarantena, e dall’altro il desiderio di libertà ed evasione, mondi onirici e visioni future di una realtà post Covid-19.

Nell’opera di Giulio Malinverni (nato a Vercelli nel 1994) scenari, paesaggi e ritratti sono un richiamo esplicito alla pittura italiana del Rinascimento (un immaginario iconografico con il quale, spiega l’artista, è stato a lungo in contatto, provenendo da una famiglia di artisti e restauratori e avendo studiato come tecnico del restauro degli affreschi e dei materiali lapidei) i cui riferimenti letterali sono tuttavia digeriti in maniera estremamente personale. Tutt’altro che vuoto manierismo, gli spazi rappresentati sono scenografie intrise di esperienze autobiografiche e di rimandi all’attualità, come il riferimento alla marea eccezionale che nel novembre 2019 ha colpito Venezia, presente nella tela Buriana. Nel lavoro di Malinverni (che questa primavera ha il dono dell’ubiquità — presente al contempo in città anche con la personale Lo sguardo di Giano, a cura di Daniele Capra, e la mostra collettiva I dreamed a dream, Chapter 2, a cura di Domenico De Chirico, entrambe alla galleria Marignana Arte) elementi realistici si amalgamano con una certa dose di surrealtà e senso dell’umorismo (in Pelo di Primavera, ad esempio, le strane presenze fluttuanti sono allegoria dell’allergia ai pollini dell’artista). Fitta è anche la rete di rimandi simbolici, che in questa sede trova la sua massima espressione nel suo Cassone del buon augurio — riproposizione contemporanea di uno dei più caratteristici complementi d’arredo della tradizione rinascimentale italiana — con la narrazione di un ciclo vitale che, partendo da un’iniziale condizione di isolamento sociale, si conclude con una felice rinascita.

L’universo che Maddalena Tesser introduce in galleria è invece popolato esclusivamente da figure femminili: con la serie Le Onde, composta da numerosi ritratti realizzati a tecnica mista su carta, proprio come nell’omonimo romanzo di Virginia Woolf, ciascun personaggio si mostra isolato nel proprio soliloquio, a definire la sua identità all’interno del perimetro dell’opera. Sfilano davanti a noi uno dopo l’altro i tanti ritratti femminili monocromi — nostalgici come vecchie fotografie in bianco e nero — le cui fisionomie sono attinte da un archivio di figure provenienti dal mondo della letteratura, dalle riviste e dalle pubblicità, dalla storia dell’arte e da diversi orizzonti culturali. Centrali, come fattore identitario e di differenziazione tra le varie epoche storiche rappresentate, i capelli e le capigliature, e che nel dittico R-umors tornano protagonisti come forse non lo erano dai tempi di Domenico Gnoli. Ruba la scena la grande tela magmatica Atto I: Cauchemar, sorta di tableaux vivant dalle atmosfere anni Sessanta, le cui comparse appaiono isolate e in attesa, immerse in un tempo ovattato e sospeso da quarantena domestica. Senza dialogare, le giovani donne sembrano attendere sullo sfondo cremisi che si faccia da parte quel sipario che le divide dal mondo esterno, mentre quel pavone sullo sfondo, forse, allude proprio a un ritorno alla vita.

Hanno luogo in suggestivi spazi aperti invece gli episodi del mondo onirico di Bogdan Koshevoy (nato a Dnipro, Ucraina, nel 1993), in bilico tra il reale e il fantastico. Unico aggancio rimasto con la realtà è il ritratto di edifici ucraini, fil rouge delle opere in mostra, ricordo trasognato e omaggio dell’artista alla sua città natale, Dnipro. I paesaggi acidi, nei toni artificiali del blu e del verde, sono popolati da piccole figure impegnate in azioni improbabili — gesti non meno enigmatici di quelli che potremmo compiere nei nostri sogni più profondi. In Driver’s Education, una donna è china a lustrare la riva di un lago, mentre in Chi va piano…(sorta di versione 2.0 di Der Blaue Reiter di Kandinskij), protagonista è un cowboy disarcionato dal suo cavallo, al trotto sullo sfondo di uno strano reame fiabesco. E ancora in Runner’s high, un gruppo di persone ha dato il via a una bizzarra gara di corsa, immerso in un’atmosfera notturna costellata di bagliori misteriosi. In Banana Test, invece, dei bagnanti celebrano la gioia di vivere e la ritrovata libertà a mollo nelle acque psichedeliche di una fontana; tra questi, c’è chi troppo avventatamente si tuffa di testa, mentre qualcun altro, nella tela di fronte, si copre gli occhi con la mano, per non vedere.

Info:

RI-
10 giugno – 20 settembre 2020
A plus A Gallery
Calle Malipiero
San Marco 3073
Venice 30124, Italy
aplusa.it

Exhibition view _ri-_, A plus A Gallery, opere di Giulio MalinverniExhibition view. ri-, A plus A Gallery, opere di Giulio Malinverni

Giulio Malinverni, Cassone del buon augurio, 2020

Maddalena Tesser, Atto I: Cauchemar, 2020

Bogdan Koshevoy, Chi va piano…, 2020

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