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Sibylle Ciarloni: dove mettere in fila i pensieri

Sibylle Ciarloni: dove mettere in fila i pensieri

Sibylle Ciarloni, scrittrice, artista, curatrice e architetto del dialogo, sta lavorando per lanciare un programma di residenza sulla costa adriatica italiana dedicato all’Arte Relazionale. Usando le sue parole, ResidenzaLAB è una stazione di ricerca con un laboratorio di pubblicazione. Il concetto di questa residenza estesa è semplice da immaginare: gli artisti lavorano assieme a persone interessate della regione, creando un’opera di arte pubblica. L’obiettivo più importante è quello di inventare, trovare e sperimentare pratiche di dialogo per documentarle e riflettere su di esse rendendole disponibili al pubblico. In tre anni di incontri ripetuti di più giorni nello stesso luogo, si svilupperanno relazioni e le tracce della collaborazione saranno visibili nella regione. Le ispirazioni e i risultati saranno documentati e raccolti in un libro e pubblicati online. L’autrice sta ancora cercando di finanziare l’idea e di trovare cinquantacinque collaboratori privati e fondazioni pubbliche o private.

Sibylle Ciarloni, ritratto, 2024. Courtesy Sibylle Ciarloni

Erka Shalari: Come mai hai scelto come casa e base di lavoro questo luogo vicino al Mar Adriatico?
Sibylle Ciarloni: La riva, per me, è fondamentale per mettere in fila i miei pensieri. A volte ho bisogno della regolarità di un orizzonte, avendo avuto davanti troppe montagne ed edifici. Stavo cercando di impostare una pratica di dialogo in Svizzera, dove stavo prima. Lì, ho partecipato a residenze, lavori e viaggi all’estero, e per alcuni anni ho fatto parte di un atelier a Berlino. Dopo più di quaranta anni in Svizzera e alcuni calcoli incerti, ho trovato questo posto, che ora è il mio posto. Tuttavia, lo conoscevo già da tempo, perché è da dove proviene il mio amore e dove il mio amore vive ora con me e con un altro amore, il nostro cane. Questo legame significa molto per me, mi piace fare comunità, e sono fortunata ad avere tutto questo ora: un orizzonte regolare attraverso il quale posso pianificare progetti e avvenimenti per il futuro. La nostra casa ha un tetto dove sedersi con gli altri per fare amicizia, pensare insieme o cucinare i pomodori per fare la salsa. I problemi della città sono lontani, e quando ne ho bisogno (cosa che accade), prendo il treno e vado al nord. «È bello avere una base in Italia», mi ha detto l’artista e co-fondatrice di Art Workers Italia AWI, Elena Mazzi, quando l’ho incontrata a Modena durante i miei studi curatoriali. Ed è vero. Quando sono arrivata qui, la mia speranza era di trovare un po’ del testo di quella canzone molto elegante di Soap&Skin: «Nurse me, feed me, release me, in Italy». (Curami, nutrimi, liberami, in Italia). Però che dire, l’Italia è una cosa enorme, con un sacco di immagini ideali. Quando mi sono trasferita qui, sapevo che mi sarebbe piaciuto fare progetti di arte relazionale e, in fondo, segretamente speravo di diventare, con uno pseudonimo, una scrittrice molto famosa. Poi c’è stato il Covid e ho pensato: «Wow, e ora, come si fa?». Nel settembre del 2022 ho iniziato i miei studi di curatela presso la Fondazione Modena Arti Visive, si trattava del mio turno per portare avanti le mie idee. L’arte relazionale è quel tipo di arte in cui al centro non c’è il vendibile ma l’esperienza di un gruppo. Non si tratta di un’immagine ma di un’immaginazione.

ResidenzaLab, impressioni del territorio. Courtesy ResidenzaLAB e Sibylle Ciarloni

La Svizzera ha quattro lingue. Questo ha avuto un impatto sulla tua vita e sul tuo modo di pensare?
Certamente sì. Abbiamo sempre avuto un minimo di tre lingue. Inoltre, un tempo la Svizzera era una terra che la gente lasciava. Ora è un luogo in cui la gente viene a vivere. Sono cresciuta in classi con bambini provenienti da Spagna, Italia, Jugoslavia, Germania, Turchia e Argentina.

Come si fa a riunire le persone? Su cosa ti focalizzi, per esempio, quando organizzi un “workshop di Pomodoro” o quando pianificavi una serata nel tuo ex Salon Billa a Baden? Come si può lavorare insieme su qualcosa?
Mi piace incontrare le persone e divertirmi; mi piace entrare in contatto con loro e farle entrare in contatto tra di loro. Nella connessione c’è una sorta di possibilità e speranza, quindi, attiva le nostre funzioni cerebrali; voglio dire che le connessioni ci porteranno lontano. A ogni pensiero collaborano reti di neuroni. Non c’è un punto centrale che registra il singolo pensiero, ma un pensiero è sempre sparso nel cervello. Un gran numero di segnali elettrici si diffonde pertanto nella nostra testa. Imparare, scambiare, aver creato insieme un momento in cui tutto va veramente bene, questo è ciò che cerco nella mia attività mettendo in contatto le persone. Non sono affatto competitiva, e non esserlo – credo – è un’abilità per il nostro futuro. Mettendo insieme le persone, bisogna sapere come si presenta e quanto si determina una persona agli occhi degli altri prima o durante l’incontro: è un momento delicato. Dire, per esempio: «Ehi, questo è Tom, sa davvero come fare una parmigiana perfetta» è diverso dal dire «Sa tutto di Dada o di Kae Tempest». Per il mio gusto, è sempre meglio quando ognuno fa/ha molti momenti di autopresentazione in cui le cose possono essere dette o meno. Adoro quando gli italiani dicono: «Faccio cose». È molto aperto, significa che fai qualcosa e hai dei progetti, poi vai oltre dicendo altro su di loro o dichiarando che hai un canarino. Una volta ho incontrato una donna nella stessa casa in cui ho vissuto per una settimana ad Alicudi, ci siamo divertite molto senza conoscere le “preferenze” dell’altra, se non i nostri nomi. Ci siamo scambiate nomi e numeri di telefono solo alla fine di quella settimana. Siamo ancora in contatto, e credo che questo sia dovuto anche al nostro libero scambio di idee durante i primi giorni in cui ci siamo incontrate. Ma per rispondere alla domanda: quando lavoro su qualcosa con altre persone, mi piace essere molto ben preparata, arrivare con notizie e libri letti e pensieri pronti. Tuttavia, ogni volta dimentico tutta la preparazione nel momento in cui l’incontro avviene, perché amo dare spazio a ciò che può accadere.

ResidenzaLab, impressioni del territorio. Courtesy ResidenzaLAB e Sibylle Ciarloni

Non è facile definire l’arte relazionale, per molti il termine rimane molto astratto…
L’artista è spesso parte dell’opera di arte relazionale, ma sono l’esperienza e le persone che vi partecipano che creano il significato ultimo del lavoro. Le ambientazioni di queste opere sono talvolta all’interno di in uno spazio pubblico; possono essere esempi di contenitori temporanei per sperimentare la connettività umana nel contesto sociale delle opere. Questo tipo di arte ispira il cambiamento. Credo sia iniziato lentamente con artisti disposti a essere coinvolti o a mettere le loro missioni a disposizione di persone che non hanno nulla a che fare con il linguaggio dell’arte, il suo mercato o gli artisti. Volevano avvicinarsi alla realtà, alcuni desideravano fuggire dal mercato, dove si è troppo impegnati a creare la propria immagine e a essere vendibili. Gli aspetti politici dell’arte non sono attraenti per tutti gli artisti, ma molti sono politici o interessati alla collettività e alla società. Lavorare solo per il mercato è quindi difficile, ma si possono sempre fare entrambe le cose: opere da vendere e opere da vivere. Il significato dell’arte cambia continuamente, è nel suo DNA; ogni definizione ha un lato problematico e, se lo chiediamo, ogni persona ha la sua idea di cosa sia l’arte. La parola chiave della storia dei progetti di arte relazionale è partecipazione. Le sue radici si trovano nel teatro. A volte cito “Make a Salad” (1962) di Alison Knowles, una performance che prevedeva, ad esempio, di fare un’azione semplice e normale con un approccio di condivisione, dandole valore. Con ResidenzaLAB, voglio portare sotto i riflettori il dialogo come pratica regolare.

ResidenzaLab, impressioni del territorio. Courtesy ResidenzaLAB e Sibylle Ciarloni

ResidenzaLab, impressioni del territorio. Courtesy ResidenzaLAB e Sibylle Ciarloni

I temi del nostro presente, come il Covid, la distruzione, il cambiamento climatico e il capitalismo hanno influenzato la necessità di un maggior numero di lavori di questo tipo? Quando hai capito che questo era il tipo di arte a cui volevi dedicare tempo ed energie?
C’è questo contenitore chiamato “Arte Relazionale”, che mi serve per spiegare e definire il progetto. Ma per me c’è molto di più dietro questo contenitore. La mia attenzione è rivolta all’arte che ha bisogno di una grande parte di pratica dialogica per essere prodotta o per esistere. Mi piacciono gli aspetti politici e l’esperienza che cambia la vita di tutti i partecipanti, anche se si tratta di un piccolo cambiamento. Qui vorrei nominare alcune opere che mi hanno colpito o commosso, forse non hanno il marchio “arte relazionale”, ma per me lo sono. C’è Francis Alÿs, l’artista che – per esempio – sposta le montagne ed è noto per i suoi progetti che lavorano con una vasta gamma di media, tra cui film documentario, pittura, fotografia, performance e video. L’artista dirige la sua spiccata sensibilità poetica e immaginativa verso preoccupazioni antropologiche e geopolitiche incentrate sull’osservazione e il coinvolgimento di aspetti della vita quotidiana. L’artista ha descritto il suo lavoro come «una sorta di argomentazione discorsiva composta da episodi, metafore o parabole». Mi piace molto lo sguardo sensibile di Alÿs e il suo coinvolgimento rispettoso delle persone. Vorrei anche parlare di Rivane Neuenschwander, che lavora sull’interazione sociale ed è nota per l’esplorazione del linguaggio, della natura, della geografia e del tempo. Le sue opere sono interattive e coinvolgono gli spettatori in azioni partecipative. Nelle sue installazioni, nei suoi film e nelle sue fotografie, utilizza materiali fragili e senza pretese per un processo che descrive come «materialismo etereo». Guardare le produzioni realizzate insieme a persone interessate a un tema, come i contadini che facevano parte della troupe del cortometraggio “Omelia Contadina” di Alice Rohrwacher e JR, mi commuove allo stesso modo. Immagino come sia stato riunirsi, rappresentare un tema particolare e agire come sé stessi. C’è sempre quella meta-domanda, tra le parole, gli sguardi e le voci, in ogni dialogo come un rumore statico: «Come possiamo stare insieme in questo?». Vedi, abbiamo bisogno di un cambiamento. Sento tanta tristesse nel mondo, e se non siamo in grado di parlare e di spendere le nostre energie per relazioni e connessioni reali, saremo venduti. E sono sicura che molti artisti vivono in questa via di mezzo, uno spazio in cui sanno muoversi, inventano, pensano e coinvolgono. Sono sicura che imparerò molto se dedicherò tempo a questo tipo di arte, possiamo cambiare le cose se pensiamo assieme all’interno di un vero dialogo. Un progetto di arte dialogica degli anni Novanta che ammiro molto è “The Roof is on Fire” di Suzanne Lacy. Sul tetto di un parcheggio di Oakland, i giovani potevano parlare con la polizia o con persone con cui non avrebbero mai potuto parlare nella loro vita quotidiana. La tematica di base sono i diversi pregiudizi nei confronti dei giovani, e, soprattutto, verso i giovani neri o latinoamericani. Definire il modo in cui si lavora o parlare insieme all’inizio può essere difficile, si impara a conoscerlo meglio solo facendolo, il che è un atto profondamente politico.

ResidenzaLab, impressioni del territorio. Courtesy ResidenzaLAB e Sibylle Ciarloni

Come possiamo immaginare questa residenza? Cosa faranno gli artisti in questi dieci giorni? E perché torneranno tre volte nella stessa regione, sempre nel mese di settembre?
Innanzitutto, si tratta di un sogno personale che ho sempre avuto. Volevo lavorare in una stanza d’albergo con una sola finestra, per poter guardare il mare quando dovevo pensare. Poi mi sono ricordata della mia ultima residenza e ho voluto creare la stessa possibilità: vivere insieme per un tempo particolare e parlare di cose come la cucina, il comportamento, la guerra, lo sci e che cos’è l’arte, o di domande filosofiche sulla vita e su ciò che sta tra la realtà e l’immaginazione. Poi ho saputo che presto mi sarei trasferita in Italia, e ho pensato che avrei potuto utilizzare un container per le spedizioni, magari rosso con la scritta Hamburg Süd, nel nostro giardino per ospitare ogni estate un altro artista. Ma questo era impossibile per via delle autorizzazioni e per le condizioni climatiche. Da noi i mesi estivi sono molto caldi e sarebbe stata un’esperienza di auto-cottura più che artistica. Dentro ResidenzaLAB, gli artisti lavoreranno su un tema e su un “come” (es. Come possiamo collegare realtà diverse per avviare un dialogo? Come possono gli esseri umani imparare dalla società delle piante?). Poi si metteranno in contatto con persone interessate a collaborare. Per ora si tratta di un progetto molto astratto. Tuttavia, pubblicherò un bando per artisti e un altro per trovare persone interessate a questo lavoro di gruppo nei dintorni di San Costanzo, Marotta-Mondolfo e Fano. Il modo in cui si parlerà e si agirà insieme sarà sviluppato al momento dell’incontro di settembre. Insieme al mio team, preparerò un programma: laboratori, incontri, passeggiate e tempo libero. L’arte relazione è basata sull’ascolto e la collaborazione. È il collettivo che crea il lavoro e l’esperienza. ResidenzaLAB ambisce a creare dialogo e a documentare questo coinvolgimento e le azioni svolte. Dopo il palinsesto di incontro e laboratori divisi su ventiquattro mesi, pubblicheremo la documentazione attraverso una piattaforma online e su un libro.

ResidenzaLab, impressioni del territorio. Courtesy ResidenzaLAB e Sibylle Ciarloni

ResidenzaLab, impressioni del territorio. Courtesy ResidenzaLAB e Sibylle Ciarloni

Avete già trovato il luogo in cui gli artisti vivranno durante ResidenzaLAB, non è quell’iniziale container rosso che avevi pensato nel 2018, ma una struttura incredibile che hai trovato. Cosa ti ha fatta innamorare della location? Sento anche che la zona fa parte da tempo della tua ricerca.  Anche il suo libro “Strandläufer” riporta questo mare come scenario.
Conosco quella zona da circa trenta anni, e ora ci vivo da circa cinque. Qui ho conosciuto il mio amore e ho visto mio padre camminare sulla spiaggia. Dopo la sua morte, ho iniziato a osservare gli Strandläufer, gli uomini che percorrono la spiaggia, per anni sulla sabbia calda, scattando foto e realizzando pian piano un libro d’artista. Il luogo non è nulla di spettacolare, e forse proprio per questo, non è carico di troppe aspettative su come si debba essere e su cosa sia giusto o sbagliato… Inoltre, mi è sempre piaciuto trovare posti non spettacolari. Con un mio amico di Basilea, a volte ci incontravamo in un ristorante che non era affatto un it-place, e questo ci faceva respirare. Le città e le persone che ci vivono a volte hanno questa narrazione del luogo in cui essere e in cui si dovrebbe essere, ma non tutti vogliono raggiungere quel luogo. Molti di coloro che vi si trasferiscono si ritrovano in un appartamento in periferia.

Parliamo della tua criptica domanda: Come possono gli esseri umani imparare dalla società delle piante?
Possiamo sempre porci questa domanda perché le piante si comportano bene, ascoltano e crescono se le circostanze sono favorevoli, e comunicano anche tra loro. Noi pensiamo di decidere cosa fare, ma questo per me significa essere ciechi e non vedere cosa sta succedendo. La sfida è tradurre in un ideale di società ciò che possiamo leggere dal comportamento o dall’intelligenza delle piante, e mi piace questo pensiero. Con questo, vorrei ispirare il nostro modo decadente di essere parte di qualcosa al di sopra della natura. Sono sicura che alla natura non interessi se gli esseri umani sono qui o meno, perché dovrebbe, tuttavia, al contrario, a noi dovrebbe interessare, perché abbiamo bisogno di lei. Sappiamo che i ghiacciai si stanno sciogliendo, ma voliamo ad Acapulco. Può sembrare facile da dire e ripetere mille volte, ma l’impatto di questo agire non è un argomento commerciale. Mi infastidisce parlarne, ma proprio per questo, chiedo a tutti gli artisti di raggiungere ResidenzaLAB in treno o con un’auto condivisa. Immagino una parte del viaggio su un treno notturno, facendo strane connessioni con le persone, bevendo birra con gli sconosciuti o semplicemente non parlando con nessuno, leggendo un libro con una luce da viaggio, dormendo e pensando a come sarà o a come è stato e percependo il viaggio, la distanza da casa per venire qui e quella per raggiungere di nuovo casa dopo ResidenzaLAB.

ResidenzaLab, impressioni del territorio. Courtesy ResidenzaLAB e Sibylle Ciarloni

Grazie a te, oggi possiedo un libro molto interessante con domande ipotetiche proposte per immaginare realtà alternative. Vorrei scegliere una domanda e portela. È a pagina 8 e chiede: «Come sarebbe se tu dovessi inventare una lingua? Quali sarebbero i principi fondanti della sua grammatica, l’aspetto della scrittura e la parola della decadenza?»
Adoro “The Conversation Book” e mi ricordo questa domanda. Mi piacerebbe inventare una lingua fatta solo di segni delle mani, segni molto semplici per dire cose essenziali come “Ciao”, “Ho paura”, “Mi piace il tuo sorriso”, “Non lo voglio”, “Posso sedermi vicino a te?” e il segnale per chiedere aiuto, che l’anno scorso è stato creato a causa dei tanti femminicidi in Italia. Quindi, non si devono fare esercizi di scrittura, ma serve solo la capacità di parlare con una mano in modo consenziente in tutto il mondo. La lingua è individuale o di proprietà, ma la comunicazione dovrebbe essere accessibile a tutti. Sceglierei il saluto militare come simbolo della parola decadenza, in quanto significa che si sta eseguendo un ordine. Questo sostiene l’azione non responsabile, un’azione premeditata da qualcun altro. A partire da Hannah Arendt e da molti altri prima e dopo di lei, non possiamo più vivere con questa mentalità semplicistica. Non possiamo fare solo quello che gli altri vogliono che facciamo; dobbiamo pensare prima di fare ed essere responsabili. La consapevolezza di come le cose siano connesse oggi è diversa. O forse è proprio un’altra?

Erka Shalari

Info:

Sibylle Ciarloni, ResidenzaLAB
2024 – 2026
San Costanzo (PU)
residenzalab.net

 


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