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Umberto Bignardi. Sperimentazioni visuali

Umberto Bignardi. Sperimentazioni visuali

Guardandosi attorno è difficile non accorgersi dei passi avanti fatti dalla tecnologia, settore, oggi, che assorbe molte delle esperienze inerenti al mondo dell’arte. In una realtà bombardata da immagini – la cui diffusione non è più affidata esclusivamente a giornali e cartelloni pubblicitari, ma anche a TV, tablets e smartphones – le sperimentazioni artistiche non potevano non risentire di questi cambiamenti: dai primi video di Nam June Paik degli anni Sessanta si è giunti addirittura ai bracci meccanici di Sun Yuan & Peng Yu, presentati in occasione di questa 58a Biennale di Venezia. A volte si ha la sensazione che certe scoperte tecnologiche siano sempre esistite, tanto da rendere difficile immaginare una vita senza. Andando indietro nel tempo, però, ci si accorge che un punto di partenza esiste, e che, nell’arte italiana, può essere individuato nella figura di Umberto Bignardi.

Proprio in questi giorni la Galleria Bianconi di Milano dedica una personale all’artista di origini bolognesi, poi trasferitosi a Roma, trasformando i suoi spazi in un micromondo multimediale: Sperimentazioni visuali a Roma (1964-1967), curata da Lorenzo Madaro e aperta fino al 12 marzo 2020, proietta infatti lo spettatore nell’universo visionario di Bignardi attraverso installazioni video, lavori su tela, carta e cristallo, appartenenti tutti agli anni 1964-1967. È un periodo prolifico per l’artista, ricco di significative partecipazioni: nel 1966 la galleria L’Attico di Fabio Sargentini gli dedica una personale e, sempre nello stesso anno, Bignardi partecipa alla Biennale di Venezia con una serie di grafiche; l’anno successivo è la volta della collettiva al Padiglione d’Arte Contemporanea di Milano, che lo vede protagonista insieme a Franco Angeli, Mario Ceroli, Pino Pascali, Mario Schifano e altri ancora; il 1967 è inoltre l’anno di Fuoco Immagine Acqua Terra, personale curata da Maurizio Calvesi e allestita nuovamente a L’Attico di Roma, e di IM-SPAZIO, collettiva curata da Germano Celant alla galleria La Bertesca di Genova (in quell’occasione parteciparono, oltre a Bignardi, Mario Ceroli, Paolo Icaro, Renato Mambor, Eliseo Mattiacci e Cesare Tacchi).

Non furono però soltanto le importanti partecipazioni a segnare questo periodo. Le ricerche che fino a quel momento avevano interessato per lo più il foglio e la tela, in questi anni finirono per riversarsi anche sui nuovi media: è infatti il 1965 quando Bignardi concepisce il Fantavisore, antesignano delle successive esperienze legate alla videoarte, presentato per la prima volta nel 1966, mentre risale al 1966-1967 il Rotor, uno dei primi esempi di video-installazione fondato sull’animazione e sul coinvolgimento plurisensoriale. Queste opere, insieme a Grande gaine e Sud-Est Asia – due lavori del 1966 che consistono nel proiettare un’immagine ricorrendo all’ausilio di lastre di cristallo – costituiscono il punto di partenza di cui dicevamo prima: esse, infatti, risultano oltre modo sorprendenti per quegli anni e preannunciano già quell’ipnotica esplosione di immagini che dilagherà fino ai nostri giorni. Certo, l’universo mediale di Bignardi conserva ancora un certo grado di innocenza, una sorta di aura romantica che si discosta un po’ dalle odierne soluzioni: l’immaginario visivo dell’artista, pur essendo contrassegnato da algide figure in movimento o da sgargianti sagome che appaiono improvvisamente ai nostri occhi, è avvolto infatti da un alone poetico legato forse al mistero dello stesso approccio sperimentativo – anche oggi si continua ad andare alla ricerca dell’inesplorato, ma la tecnologia e il progresso fanno ormai parte dell’uomo e non costituiscono materia così misteriosa rispetto al secolo scorso.

Impossibile rimanere indifferenti davanti allo spettacolo offerto dalle opere, e lo stupore si rinnova se ci si ferma a pensare al momento storico in cui queste sono state concepite, e non a caso negli anni successivi Bignardi inizierà a collaborare per le aziende della Olivetti e dell’IBM nell’ambito della realizzazione di innovativi progetti multimediali. Con il Fantavisore dal chiaro gusto pop, le cui immagini colorate appaiono a intermittenza fino a comporre un collage televisivo, e il Rotor dal sapore dada, grande cilindro ruotante munito di schermo col quale l’artista si confronta con le cronofotografie di Eadweard Muybridge, Bignardi permise dunque all’arte di diventare realmente interattiva, di sconfinare nella totale fruizione percettiva fatta di visione, ascolto e movimento. Come disse in un’intervista: “[Il Rotor] credo si trattasse di una delle prime installazioni multimediali mai viste. Beh… ecco… vedi, ho detto ‘installazione multimediale’, è una definizione venuta fuori più di recente che nel ’67 non si usava”. Da quel momento in poi l’arte italiana conobbe una nuova strada, e se oggi è possibile ammirare alcune soluzioni multimediali e interattive è anche grazie alle sperimentazioni visuali di Umberto Bignardi.

Antongiulio Vergine

Info:

Umberto Bignardi. Sperimentazioni visuali a Roma (1964 – 1967)
A cura di Lorenzo Madaro
Dal 17 gennaio 2020 al 12 marzo 2020
Galleria Bianconi, via Lecco 20, Milano
info@galleriabianconi.com
www.galleriabianconi.com

Umberto Bignardi, Rotor, 1967, Galleria Bianconi, MilanoUmberto Bignardi, Rotor, 1967, Galleria Bianconi, Milano

Umberto Bignardi, Sperimentazioni visuali a Roma (1964-1967), installation view, Galleria Bianconi, Milano.Umberto Bignardi, Sperimentazioni visuali a Roma (1964-1967), installation view, Galleria Bianconi, Milano

Umberto Bignardi, Sperimentazioni visuali a Roma (1964-1967), installation view, Galleria Bianconi, Milano

Umberto Bignardi, Sperimentazioni visuali a Roma (1964-1967), installation view, Galleria Bianconi, Milano

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