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Io Dico Io – I Say I alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma

Alla Galleria Nazionale la mostra Io Dico Io – I Say I vuole riflettere sul ruolo delle donne artiste italiane secondo un dialogo transgenerazionale. Pensando a una genealogia al femminile, la mostra pone al centro del discorso una riflessione che attinge dall’archivio della celebre critica d’arte femminista Carla Lonzi (1931-1982), ora lascito alla Galleria Nazionale e consultabile alla pagina https://artsandculture.google.com/project/women-up. Questo per evocare, nelle parole della direttrice Cristiana Collu, una riflessione sulla soggettività femminile in forma di ritratto, introducendo una discussione sul femminile quale soggetto etico della scena artistica contemporanea. Come sottolineano le curatrici Cecilia Canziani, Lara Conte e Paola Ugolini, la mostra si presta a differenti declinazioni che intendono principlamente indagare il tema dell’archivio, della soggettività femminile e della necessità di appropriarsi della parola (da cui il titolo della mostra stessa). In particolare, come sottolinea Ugolini in visita alla mostra, rivisitare l’opera di Carla Lonzi è oggi una necessità perché, scardinando le convenzioni della critica d’arte negli anni Settanta, il suo pensiero ha contribuito a ripensare la scrittura in maniera orizzontale lasciando emergere la verità del discorso dagli stessi artisti.

Ad accogliere lo spettatore è l’opera installativa di Maria Grazia Chiuri, Remember the first time you saw your name (2020) che nel citare l’uso femminista di materiali luminosi, ricontestualizza queste pratiche in relazione alla tradizione italiana, suggerendo una dimensione corale del fare e del percepire le pratiche delle donne. Da qui, la mostra trova fondamento nel lavoro delle donne artiste che negli anni ’60-’70, hanno significativamente affrontato la questione della condizione femminile, mettendola in discussione e rendendola visibile tra il pubblico e il privato. Sono questi i temi principali che sottendono le opere video di Giosetta Fioroni, La solitudine femminile. Film con Rosanna Tofanelli Guerrini, (1967), di Laura Grisi, The Measuring of Time (1969), e di Marisa Merz, La conta (1967), a fianco dei lavori più intimi, non per questo privi di un’azione pittorica e performativa, di Irma Blank Respiro (1987) e Radical Writings, Schrift-Atem-Bild, 4-8-1992 (1992). Gli stessi temi si ripetono nel contemporaneo, influenzando il lavoro di artiste come Rossella Biscotti, come suggerito dall’opera minimalista On Walking, 2017.

La mostra suggerisce come questa sia una riflessione che non può prescindere da un discorso sul femminile in quanto soggetto sessuato, come discusso nelle opere di Carla Accardi, Origine (1976–2007), di Suzanne Santoro, Mount of Venus and Beyond (1971), di Renata Boero, UNIONE (1977) e di Carol Rama, Dorina, (1940), in dialogo con il linguaggio contemporaneo di Monica Bonvicini in Fleurs du Mal (pink), 2019. Un complesso di opere da cui sembra emergere la voce di Lonzi come espressa nel Secondo Manifesto di Rivolta Femminile del 1971, che oltre  alla critica ha visto il contributo della giornalista Elvira Banotti e dell’artista Carla Accardi, tutte attive a Roma negli anni ‘70.

In modo complementare, la mostra si propone come riflessione sulla condizione femminile in termini etici e in dialogo tra generazioni, come si evince dalle corrispondenze suggerite tra il lavoro di Marisa Merz Altalena per Bea (1968) e il trascendentale sensibile delle opere immersive di Grazia Toderi, che con Zuppa dell’eternità e luce improvvisa (1994) e Happy Birthday (1992) introduce alla terza ondata del femminismo degli anni ’90. Sempre citando il testo lonziano Autoritratto (1969), la mostra si sofferma su riflessioni sul soggetto femminile secondo il genere del ritratto come indicano i lavori di Gea Casolaro, Mancanza di riflessione (Non siamo che immagini negli occhi degli altri), 1994-2019, e di Ludovica Carbotta, Imitazione 05 (2010–2011), in cui si rende esplicita l’impossibilità di pensare il femminile se non in relazione con l’altro nello spazio specifico della parola e del discorso.

Aprendosi ulteriormente al confronto con le opere del format Time is Out of Joint pensato in itinere per la Galleria Nazionale dal 2016, la mostra articola una riflessione sul ruolo delle donne artiste in termini sociali e politici in relazione agli spazi del museo e allo spazio sociale e urbano. Così è nei lavori di Ketty La Rocca, Installazione con specchi (1967) e di Anna Raimondo, Nuove frontiere del benessere dell’ecosistema vaginale #1, Roma (2017), dove la presenza femminile è pensata in relazione al tessuto sociale.

Segue una riflessione sul corpo delle donne suggerita dal lavoro di Silvia Giambrone, Il Danno, (2018) che introduce un discorso sulla rappresentazione. Rappresentazione mai intesa in modo autoreferenziale ma in relazione all’altro, come suggerisce l’opera di Marzia Migliora, Quis contra nos #05 (2017–2020), e da qui la mostra articola un posizionamento postcolonialista come nei lavori di Alessandra Spranzi, La donna barbuta #17 (2000), a cui segue una riflessione etica, come nelle opere di Sabrina Mezzaqui, I quaderni di Simone Weil (2016) e del postumano come nei lavori di Benni Bosetto Forss (2021), intessendo un complesso suggestivo di genealogie e parallelismi.

È un percorso espositivo volto a indagare la dimensione archivistica delle pratiche artistiche, critiche e curatoriali che, come sostiene Cecilia Canziani, non vuole essere un sistema chiuso ma in costruzione e attivo per via di estensione come ben si intuisce nella serie di dipinti di Maria Morganti, Sedimentazione 2014 #9 (2005) che propone una retorica visuale riflettendo sul tempo attraverso la materialità del campo e dei toni cromatici. Sembra ribadirlo Alessandra Spranzi che in Sette impronte di tavoli (2020) si riappropria delle pratiche archivistiche per cogliere lo spazio sottile di gesti e narrazioni attraverso il mezzo fotografico. Lo conferma infine Chiara Camoni, con il complesso Sisters #01, #02, #03, #04 (2020), indagando l’archivio attraverso la funzione attiva delle sue sculture per idealmente performare e suggerire un discorso corale declinato al femminile.

Pensandosi in un sistema di relazioni come nelle fotografie di Bruna Esposito, Perle rare (2004–2019) e confrontandosi con la situazione femminista internazionale come nei lavori di Francesca Woodman, Untitled (from Swan Song series), Providence, Rhode Island, (1978), la mostra Io Dico Io – I Say I, culmina con una sezione di materiali dall’archivio di Carla Lonzi, dove ripercorrere il pensiero lonziano attraverso una serie di fotografie, ritratti, annotazioni, e testi, con l’intenzione di restituire un frame del contesto intellettuale in cui il pensiero della critica si è formato. Ma è un’archivio pensato al presente, come dimostrano la serie di approfondimenti di artiste, critiche, curatrici, a corollario della mostra, insieme ad altri contributi di artiste contemporanee in risposta alla call Taci. Anzi, parla.

Info:

Io dico Io – Online Series : La Galleria Nazionale

Io dico Io – I say I – YouTube

Artiste:

Carla Accardi, Pippa Bacca, Elisabetta Benassi, Rossella Biscotti, Irma Blank, Renata Boero, Monica Bonvicini, Benni Bosetto, Chiara Camoni, Ludovica Carbotta, Lisetta Carmi, Monica Carocci, Gea Casolaro, Adelaide Cioni, Daniela Comani, Daniela De Lorenzo, Maria Adele Del Vecchio, Federica Di Carlo, Rä di Martino, Bruna Esposito, Cleo Fariselli, Giosetta Fioroni, Jacky Fleming, Linda Fregni Nagler, Silvia Giambrone, Laura Grisi, Ketty La Rocca, Beatrice Meoni, Marisa Merz, Sabrina Mezzaqui, Camilla Micheli, Marzia Migliora, Elisa Montessori, Maria Morganti, Liliana Moro, Alek O., Marinella Pirelli, Paola Pivi, Antonietta Raphaël, Anna Raimondo, Carol Rama, Marta Roberti, Suzanne Santoro, Marinella Senatore, Ivana Spinelli, Alessandra Spranzi, Grazia Toderi, Tatiana Trouvé, Francesca Woodman.

Io Dico Io La Galleria Nazionale Roma

Per tutte le immagini: Io dico Io – I say I, installation view, ph. Alessandro Garofalo, courtesy Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, Roma


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