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Yayoi Kusama: Eline Retrospektive. Il racconto di un’intima ossessione

Dopo una posticipazione di oltre un anno, il 23 aprile 2021 il museo berlinese Gropius Bau ha inaugurato la prima retrospettiva in Germania dedicata all’artista giapponese Yayoi Kusama. La mostra, organizzata in collaborazione con il Tel Aviv Museum of Art e lo studio della stessa artista, propone un’accurata ricostruzione della poetica artistica di Kusama, dalle sue prime opere degli anni Cinquanta fino alle più recenti. Per l’occasione, inoltre, verrà presentata al pubblico una installazione ambientale site-specific e un’inedita Infinity Mirror Room.

Yayoi Kusama, classe 1929, è una delle artiste più celebri dell’avanguardia newyorkese degli anni Sessanta, conosciuta dalla critica internazionale grazie alla sua rivoluzionaria “arte psicosomatica”. Malata di nevrosi fin dall’infanzia, Kusama cerca nell’arte una via di fuga, una cura, che la porta a riversare verso l’esterno il turbinio di allucinazioni uditive e visive che le affliggono la mente. Attraverso le ripetizioni infinite di reti puntinate, zucche e protuberanze falliche, Kusama esprime le sue paure e ossessioni più profonde: “un’opera d’arte è un’espressione della mia vita, in particolare della mia malattia mentale”. Mediante una moltitudine di linguaggi, che variano dalla pittura alla scultura fino alle performance, l’artista crea un suo personale universo con il quale affronta le difficoltà sociali dell’America contemporanea: i problemi legati alla rivoluzione sessuale, alla disuguaglianza razziale e di classe.

Il tanto atteso progetto curatoriale, come spiega la direttrice del museo contemporaneo Stephanie Rosenthal, si concentra principalmente su un fedele intervento di restating, ovvero un’operazione di selezione e di riallestimento di otto delle esposizioni più importanti dell’artista. “Ricostruendo queste mostre rivoluzionarie, che Kusama ha progettato nei minimi dettagli” la retrospettiva affronta la presenza dell’artista in Germania e in Europa con l’obiettivo di “sottolineare l’importante ruolo che ha in una rete internazionale di artisti, critici, curatori e gallerie”. Il programma si svolge in una linea cronologica che abbraccia quasi settant’anni di attività: dalle prime mostre in terra natia negli anni Cinquanta, ai successi della stagione newyorkese e i riconoscimenti europei negli anni Sessanta, fino al ritorno in Giappone nel 1983.

Il percorso espositivo si apre con le mostre giapponesi del 1952 Solo Exhibition e Yayoi Kusama Recent Works, per le quali Kusama, appena ventitreenne, realizza, variando dall’acquarello, al guazzo fino all’olio, le prime tele monocrome. L’artista dipinse, “senza sosta”, come lei stessa ricorda, un profilarsi di reti puntinate che si espandevano come ragnatele su tutta la superficie del quadro. Seguono poi le rivoluzionarie mostre oltreoceano realizzate durante la frenetica stagione newyorkese, dove l’arte di Kusama assunse una forma materiale: “il progresso illimitato di quest’arte ossessiva fu la muta della mia pelle artistica da pittrice a scultrice ambientale”. Per questa nuova fase, chiamata Soft sculpture, la retrospettiva ricostruisce la celebre esposizione personale Aggregation: One Thousand Boats Show, organizzata nel 1963. L’artista aveva posizionato al centro della stanza una soffice scultura a forma di barca ricoperta da un numero imprecisato di protuberanze imbottite a forma fallica e ricoperte da tessuto bianco. Attraverso l’organo riproduttivo maschile Kusama proietta le sue paure sessuali provocate dalla rigida educazione impartitele in gioventù: “quei falli erano una forma di automedicazione. Ciò che io chiamo arte psicosomatica”. Nella mostra seguente, Driving Image Show tenutasi nel 1964, l’artista sfoga un’altra sua ossessione legata al cibo ricoprendo sedie, tavoli, scarpe e oggetti fallici con pasta industriale.

La retrospettiva prosegue poi con la serie Infinity Mirror Room, in cui Kusama ancora una volta evolve la sua ricerca artistica dedicandosi alla creazione di una nuova dimensione tridimensionale, più spaziale. Attraverso l’uso dello specchio l’artista costruisce una nuova dimensione disgregando la soggettività di chi vi si riflette grazie alla frantumazione dell’immagine nella sua ripetizione infinita. Per Infinity Mirror room – Phalli’s Field del 1965, Kusama aveva collocato sulle pareti della sala degli specchi, mentre sul pavimento aveva disposto centinaia di falli bianchi con pois rossi. Per la mostra Endless love Show realizzata nel 1966, l’artista creò una stanza esagonale con le pareti specchiate, senza sculture o pitture, completamente vuota. Lavorando con materiali elettrici, creò un’unica grande installazione multimediale, dove sparse sul soffitto, come costellazioni, una moltitudine di lampeggianti lampadine colorare.

Una delle ultime ricostruzioni si concentra sulla mostra Driving Image Show organizzata a Essen in Germania nel 1966, che consacrò la presenza dell’artista in Europa. Rispetto all’esposizione gemella newyorkese, in quella tedesca le accumulazioni sono accompagnate da oggetti ricoperti d’oro. Infine, viene riproposta Enctonter of Soul ospitata a Tokyo nel 1983, dove vennero riunite le opere più significative di Kusama. Durante l’intera mostra lo spettatore è inoltre accompagnato da fotografie e filmati documentari che illustrano l’attività performativa dell’artista che le diedero la nomea di “Kusama pittrice nuda”.

In un momento in cui il desiderio sociale di evasione dalle costrizioni imposte dalla crisi sanitaria si fa sempre più acceso, il museo berlinese offre con questa mostra una via di fuga dalla realtà quotidiana. Grazie alla sua dimensione estraniante, lontana dalla routine alienante di tutti i giorni e la sua capacità di esprimere le paure e le angosce, Yayoi Kusama torna a essere, ancora una volta, il volto della libertà individuale.

Mariavittoria Pirera

Info:

www.berlinerfestspiele.de

Yayoi Kusama, Infinity Mirror Room – Phalli’s Field, 1965. Courtesy: Ota Fine Arts, Victoria Miro

Yayoi Kusama, Aggregation: One Thousand Boats Show, 1963. Collection Stedelijk Museum Amsterdam

Yayoi Kusama, Kusama in her studio, New York 1961, New York © YAYOI KUSAMA

Cover image: Yayoi Kusama, Potrait. Courtesy: Ota Fine Arts, Victoria Miro & David Zwirner


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