Eulalia Valldosera. Nave Nodriza

Parlare della morte nell’era dell’iper-efficienza e dell’interscambiabilità è una scelta coraggiosa, che l’artista catalana Eulalia Valldosera mette in atto a Bologna negli spazi barocchi dell’Oratorio di San Filippo Neri con un’installazione site-specific e un video. L’intervento, a cura di Maura Pozzati e promosso da Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna in collaborazione con Studio Trisorio, è uno dei progetti di punta del circuito Art City Bologna 2020, palinsesto urbano che arricchisce la proposta espositiva cittadina in simbiosi con Arte Fiera.

Nave Nodriza (in italiano “nave ammiraglia”) è una riflessione sul tema ancestrale della Grande Madre in cui si amalgamano iconografie antiche, provenienti da diverse religioni e correnti di pensiero, e crudi frammenti di contemporaneità. La mostra si apre con una scenografica scultura cinetica che si espande nello spazio della navata, scendendo dal soffitto come un miraggio fino a sfiorare con delicatezza l’ampia superficie di plexiglas riflettente poggiata sul pavimento che ne costituisce la base. Un altissimo stelo luminoso, raccordato in alto a un cerchio e un triangolo sovrapposti allusivi a una doppia aureola, è l’anima di una forma a spirale che richiama l’andamento del dna umano e che sostiene disadorni contenitori di olio, latte e sangue come macabri frutti di una figliazione contro natura. Un impalpabile telo di cellophane agitato da un vento artificiale assimila la struttura a un’apparizione mistica, estrema derivazione delle sacre epifanie che nei secoli passati erano interpretate come segnali immanenti della presenza del divino nella sfera umana. L’obiettivo dell’artista, che si definisce una “mistica attivista”, è dare voce alle entità naturali e ai corpi sottili che compongono gli esseri e le cose per innescare processi di guarigione di persone e spazi risvegliando quelle intuizioni percettive, nella nostra società solitamente sepolte da diffidenze e superficialità, che permettono di rilevare i meccanismi sotterranei che organizzano la realtà in cui siamo immersi. Lo spettatore è invitato a essere partecipe di un’esperienza in cui lo stupore iniziale si trasforma in una presa di coscienza della mendacità della presunta separazione tra corpo e mente e che conduce alla ricomposizione emozionale e semantica dei frammenti che compongono l’opera. A questo modo i materiali poveri, direttamente prelevati dalla realtà ordinaria, diventano potenti varchi di accesso all’inconscio collettivo, oggi più che mai turbato da antiche e persistenti paure e dalle nuove ansie per la deriva ecologica ed escatologica del nostro pianeta e della specie umana.

Nella zona del presbiterio la mostra prosegue con il video Mothership, ideale prosecuzione di Plastic Mantra realizzato nel 2017 a Capri, che induce lo spettatore a riflettere sul tema dell’ultimo commiato e della morte. Se la scultura, con la sua sintassi concettuale e con l’enfatizzazione dei materiali di recupero, pone l’accento sulla problematica congiuntura epocale in cui versa l’umanità, il filmato, recuperando gesti rituali universali espletati in ambientazioni incontaminate, recupera il filo conduttore di un’esistenza universale ciclica il cui ritmo non si è mai interrotto nonostante le costanti forzature con cui l’uomo minaccia l’equilibrio del proprio ecosistema. Le immagini ripristinano un primigenio senso di appartenenza che scaturisce dalla mitologia dell’acqua, intesa come veicolo di memoria, fonte di vita, sostanza rigenerante e purificante e profetizzano la nascita di una nuova umanità capace di recuperare l’interdipendenza perduta per reagire alle dolorose disuguaglianze create dalla storia. La voce narrante, che accoglie in sé generazioni di medium, sibille e streghe messe a tacere dalla logica della prevaricazione, guida lo spettatore in un percorso interiore di accettazione e di liberazione in cui la perdita non è una sconfitta ma una nuova rinascita. Il sovrapporsi di citazioni bibliche, gesti magici e paesaggi mozzafiato crea un ponte tra culture ed epoche diverse per esprimere una visione cosmica fondata sull’equivalenza tra salute ambientale e psichica, che si traduce in un’esortazione ad abbandonarsi con fiducia nell’armonioso scorrere del creato, a lasciar andare per dare spazio alla vita.

Info:

Eulalia Valldosera. Nave Nodriza
a cura di Maura Pozzati
20 – 26 gennaio 2020
Oratorio di San Filippo Neri
Via Manzoni, 5 Bologna

Per tutte le immagini: Eulalia Valldosera. Nave Nodriza, installazione site-specific, Oratorio di San Filippo Neri, Bologna

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