Farahnaz Oliyaie. La pittura come espressione dell’animo umano

“Bisogna avere un caos dentro di sé per generare una stella danzante.”
(Friedrich Nietzsche. Così Parlò Zarathustra, 1885)

L’esistenza umana si basa su un fragile equilibrio tra gli avvenimenti del mondo esterno e le risonanze interiori che la realtà in cui siamo immersi provoca nel nostro inconscio, da cui nascono emozioni, pensieri e visioni che si amalgameranno nei nostri ricordi e nelle nostre esperienze. Questo spazio liminare tra l’oggettività e la proiezione, accessibile all’istinto ma impenetrabile ad un approccio razionale ha da sempre affascinato generazioni di artisti, sensibili sismografi della complessità del mondo colta sul nascere, ancor prima che venga analizzata da un punto di vista storiografico e sociologico dalla cultura ufficiale. Il variegato vocabolario espressivo delle arti visive permette di portare alla luce e di comunicare con immediatezza percezioni, dubbi, ansie e premonizioni dei nostri tempi anche quando il loro stato embrionale rifiuta di coagularsi in parole, teorie e pensieri coerenti. Per questo l’arte è un linguaggio osmotico e magmatico in cui le suggestioni del reale si compenetrano con la sfera più intima dell’uomo per ritornare a galla in forme universalmente percepibili e liberamente introiettabili.

L’incessante scambio tra la realtà e la sua assimilazione interiore è al centro della poetica di Farahnaz Oliyaie (1965, Semnan), pittrice iraniana che in soli tre anni di attività ha raggiunto una straordinaria maturità espressiva. Stilisticamente affine agli esiti più interessanti dell’Espressionismo storico, propone quadri-visioni in cui la deformazione, la semplificazione delle forme e l’uso di colori puri stesi con violenza creano una potente sintesi tra le caotiche emergenze visive del mondo e la loro decantazione interiore. I suoi quadri sono spazi di libertà aperti al brulicante avvicendarsi delle situazioni della vita in cui frammenti figurativi convivono senza contraddizioni con brani di pittura astratta per esaltare, esasperandolo, il lato emotivo della realtà rispetto a quello percepibile oggettivamente. L’apparente distopia delle sue immagini è solo il primo passo di una ricostruzione interiore di piccoli e grandi avvenimenti che si sono svolti davanti ai suoi occhi o forse solamente nella sua immaginazione. Non si fa più riferimento all’occhio, alla percezione, al modo in cui si vede la realtà esterna, ma si presta invece attenzione all’introspezione, al modo in cui sensibilità individuale coglie il mondo. Il pennello recepisce e insegue la naturale fluidità di un pensiero ancora incerto su quale direzione prendere, di uno stato d’animo non ancora del tutto manifesto, di un timore inespresso.

I soggetti più ricorrenti dei dipinti di Farahnaz Oliyaie sono scene di strada o interni cittadini in cui figure umane stilizzate e allungate condividono la scena con oggetti (e talvolta animali) senza rispettare alcun ordine gerarchico o precise ripartizioni di ruolo. Non esiste alcuna distinzione tra figura e sfondo e tutto lo spazio è significante. I segni si giustappongono o si intrecciano tra loro senza problemi di ambiguità percettiva e il senso dell’insieme è dato dall’energia, dagli accostamenti cromatici, dalle dimensioni, dai collegamenti, dagli spazi vuoti. Il mondo raffigurato dall’artista è in costante trasformazione, è un ambiente mentale pieno di emozioni, energia, calore e vita in cui si mescolano riferimenti alla società contemporanea, all’arte popolare, alle culture primitive e all’espressione musicale senza mai degenerare nel caos.

Farahnaz Oliyaie sembra voler mettere sotto pressione il visibile per estrapolarne il sottotesto e decostruirne le apparenze consolidate per liberarne il potenziale immaginifico e comporre nuove storie frammentate non più soggette alle leggi della consequenzialità e della coerenza temporale e spaziale. Svincolati dalla realtà, i suoi personaggi approdano in uno spazio virtuale e immanente che trova immediati punti di contatto con l’immaginario dello spettatore, al quale è richiesto di colmare le lacune della narrazione con le proprie esperienze personali. Non si tratta quindi di ricostruire una storia già scritta, ma di utilizzare gli indizi disseminati sulla tela come accessi privilegiati che conducono all’inconscio, inesauribile matrice di narrazioni che rielaborano la realtà per scandagliarne le implicazioni più nascoste.

Le ambientazioni metropolitane di Farahnaz Oliyaie sono un concentrato di vivacità e umorismo; la città, da cui l’artista si sente attratta e insieme respinta, appare come una caotica festa di colori e forme sul punto di implodere. Il punto di vista ravvicinato e leggermente abbassato esalta l’idea dell’affollamento delle vie e conferisce alle composizioni un’atmosfera surreale e claustrofobica in cui la frenesia della vita contemporanea fatta di luci, riflessi, giostre e mezzi di trasporto, sembra aver definitivamente surclassato i ritmi biologici dell’essere umano.

In alcune scene di interni, che possiamo immaginare alludano alle condizioni lavorative di un mondo globalizzato alla rincorsa del profitto capitalistico, i personaggi appaiono vuoti e inespressivi, simili a manichini, assediati da oggetti inquietantemente sovradimensionati che sembrano presagire un pericolo e una minaccia anche nei confronti dello spettatore. A queste entità paradigmatiche, che rappresentano la massa anonima e impersonale che popola una qualsiasi città metropolitana, fanno da contrappunto altre sagome antropomorfe non più irrigidite dagli abiti professionali che danzano libere e incuranti della gravità.

Altre visioni, in cui i forti contrasti cromatici cedono il passo a malinconiche scale di grigio, mostrano ambientazioni oniriche in cui fragili silhouettes antropomorfe appaiono sperdute in atmosfere fredde e ostili generate dalla furia degli elementi naturali o avvolti dalle tensioni, ancora più incontrollabili, delle loro angosce interiori. Talvolta le deformazioni, come avviene ad esempio in Dance and Play, arrivano a rimodellare completamente le figure in un groviglio inestricabile di segni, dimostrando come la pittura sia forse il medium più versatile per rappresentare le indicibili sfumature dell’animo umano.

Farahnaz OliyaieFarahnaz Oliyaie, Untitled. Painting, Acrylic, 2019

Farahnaz Oliyaie, Loneliness. Painting, Acrylic, 2018

Farahnaz Oliyaie, Dance and Play. Painting, Acrylic, 2018

Farahnaz Oliyaie, Untitled. Painting, Acrylic, 2019

Farahnaz Oliyaie, Fear and Childish Game. Painting, Acrylic, 2018




I misteriosi ritratti di Koroush Sarmadi

“I’m guessing, everybody wanna be somebody…” recitava un famoso brano house degli anni ’90, inconsapevolmente anticipando l’ossessione per l’autorappresentazione in stile celebrity che trent’anni dopo avrebbe invaso il web attraverso la capillare presenza dei social network. Nell’ultimo periodo è quantomai evidente l’ambiguità tra voler essere qualcuno e finire per essere chiunque proprio a causa dell’omologazione degli standard visivi mediante i quali l’immaginario collettivo ratifica i propri idoli mediatici. La moltiplicazione delle immagini (del sé) veicolata dalla rete ha inoltre rinegoziato i canoni tradizionali del ritratto, genere figurativo tornato prepotentemente in auge con uno stile che si colloca all’intersezione tra pittura e fotografia.

Queste riflessioni vogliono introdurre il lavoro di Koroush Sarmadi (1993, Tehran) giovane artista iraniano che, dopo svariate mostre nella sua città natale, è stato recentemente selezionato per una mostra collettiva a Vancouver organizzata dalla Federation of Canadian Artists Gallery. Al centro della sua poetica troviamo per l’appunto il ritratto, pretesto per cogliere attraverso la pittura un variegato catalogo di umanità reale o immaginaria individuata da poche pennellate compendiarie e strutturali. A prima vista niente di strano: davanti ai nostri occhi sfila una galleria di personaggi maschili che guardano oltre lo spazio della tela, a volte cercando un confronto diretto con lo spettatore, altre come per perdersi in un irraggiungibile altrove. L’artista non indugia in dettagli superflui ma con pochi tratti individua fisionomie e stati d’animo che appaiono istintivamente verisimili, come se ogni dipinto fosse il risultato di un muto gioco di sguardi tra il pittore e il suo modello, di un reciproco studiarsi e comprendersi.

Tutti i ritratti trasmettono un senso di sospensione enigmatica, come se il loro contatto col mondo fosse incerto, sul punto di incrinarsi: nella stessa immagine convivono la vividezza di un ricordo recente e l’indeterminatezza di un mistero che si addensa con il prolungarsi dell’osservazione. La mancanza di riferimenti contestuali, gli sfondi appena abbozzati o totalmente astratti, l’abbigliamento generico, amplificano la sensazione che ciò che stiamo guardando non è esattamente quello che sembra a prima vista. Contrariamente a ciò che avviene nella pittura ritrattistica tradizionale, mancano indizi per definire le peculiarità dell’individuo, la sua appartenenza a un’epoca, una professione, uno status sociale, anche se osservando con attenzione cominciamo a riconoscere alcuni personaggi. Alcuni riferimenti appaiono ovvi, come ad esempio l’iconica presenza del pittore surrealista Salvador Dalì o del primo ministro Winston Churchill che guidò il Regno Unito alla vittoria nella seconda guerra mondiale, altri appariranno tali solo per chi ha familiarità con contesti culturali più specifici, come il poeta, scrittore e giornalista iraniano Ahmad Shamlou.

Il fatto che la serie includa personaggi famosi, induce lo spettatore ad attribuire identità reali anche ai volti anonimi che sfilano davanti ai suoi occhi, innescando un intrigante corto circuito tra verità e finzione. Se da un alto infatti i soggetti sembrano esistere in un limbo pittorico al di fuori di un determinato momento e luogo, dall’altro non è la loro realtà di persone a essere rappresentata, ma la loro intrinseca umanità, resa essenziale. Koroush Sarmadi considera i suoi soggetti come suggerimenti esistenziali, piuttosto che come racconti espliciti o ritratti specifici. I suoi personaggi, che emergono in maniera sobria, quasi teatrale, sfidano lo spettatore con sguardi intensi e decisi, sono il riflesso di una profonda connessione emotiva tra l’artista e l’umanità e invitano lo spettatore a incontrarli a sua volta, riconoscendo in essi un aspetto di sé.

La poetica del giovane artista iraniano s’inquadra in formalismi tradizionali, aderendo a parametri dello specifico pittorico come linea, colore e scala dimensionale, ma il soggetto e il modo in cui è gestita la pittura sono decisamente contemporanei. Abolendo ogni gerarchia di importanza tra personaggi conosciuti e anonimi, Koroush Sarmadi interpreta l’atto del dipingere come azione politica e come strumento di critica sociale, che rileva alcuni tratti fondamentali della nostra contemporaneità. La ragione per cui i suoi dipinti sono così accattivanti e così inquietanti è l’incertezza cognitiva che producono, incertezza che attira l’attenzione e che si gioca in una raffinata dialettica tra l’enfasi (di matrice fotografica) sulle caratteristiche corporee del soggetto e il disinteresse per la sua individuazione.

Koroush Sarmadi esamina luci e ombre delle sue immagini mentali e le trasforma in figure senza avvalersi di alcun modello di riferimento. Tramite la pittura, crea elementi caratteriali che non appartengono a persone reali, collocando le sue figure in mondi possibili, ma non definiti, che non individuano narrazioni ma suggeriscono aperture a storie, lasciando il visitatore libero di immaginare. L’inganno della celebrità è una trappola che costringe l’osservatore ad addentrarsi con lo sguardo nei percorsi del colore e nelle sue intrinseche possibilità espressive, libere dal referente. Le pennellate evidenti, strutturali, stese con l’immediatezza di un gesto che non ammette revisioni, mettono in primo piano le qualità materiche della pittura, la sua presenza viva, e allo stesso tempo si caratterizzano per un’economia dei mezzi che a tratti fa emergere uno spazio concettuale grezzo, non risolto.

I tratti fisici e psicologici dei protagonisti dei suoi quadri reinventano l’identità umana per favorire la concentrazione sulla sua multiforme essenza e sull’impossibilità di esaurirne la rappresentazione in un catalogo di soggetti esemplari che di fatto rivelano la loro inesistenza proprio nel momento in cui sembrano affermarla con più forza. L’inganno del ritratto squarcia il velo dell’illusione sui preconcetti dell’auto rappresentazione e restituisce fluidità a un immaginario collettivo oggi inficiato da condizionamenti mediatici di massa che, in nome di un facile consumismo culturale, tendono ad attenuare la portata simbolica dei suoi modelli di riferimento riducendoli a icona pop.

Koroush Sarmad, Untitled. Painting, Acrylic on Paper – Cotton, 2018

Koroush Sarmad, Untitled. Painting, Acrylic on Board, 2018

Koroush Sarmad, Ahmad Shamlou. Painting, Acrylic on Paper – Cotton 2018




La scena artistica contemporanea in Serbia

Alla fine degli anni ‘80, a livello mondiale, ci fu una crescente consapevolezza dell’idea di globalizzazione, iniziata simbolicamente con la caduta del muro di Berlino, nel 1989. Tuttavia, nella regione serba, la situazione procedette in direzione opposta: mentre muri reali e immaginari stavano crollando in Europa, nell’ex stato jugoslavo erano in procinto di essere eretti, così invece della globalizzazione, i Balcani affrontarono una improvvisa frantumazione. Gruppi minoritari, fisici e mentali, costrinsero al quasi completo isolamento della società, alla ghettizzazione della cultura e alla marginalizzazione dell’arte.

In risposta alla guerra e alla crisi di tutti i valori (morali, culturali, umani) precedenti, alcuni artisti postmoderni iniziarono azioni basate sull’idea di protesta e critica della realtà mentre altri “presero le distanze”, cioè continuarono con il loro consueto lavoro, quindi le opere d’arte di quel periodo non riflettono sempre i tempi sfortunati e lo spazio ristretto in cui furono costretti a emergere. A mio avviso, tali azioni, come una forma di deflessione dalla realtà, erano parte della rivolta, ma incapaci di riflettere un atteggiamento “antagonista”, e dediti soprattutto alla creazione passiva di un microcosmo personale nel tentativo di preservare l’integrità e l’autonomia dell’arte per tempi migliori. È significativo notare che entrambe queste forme di protesta mantengono la tendenza verso i criteri di arte di alto profilo come sua caratteristica dominante.

Il cambio di potere politico, nel 2000, portò un nuovo ribaltamento della scena artistica, ma ha anche introdotto il capitalismo neo-liberale che considera l’arte al pari di un’industria e l’opera d’arte principalmente come una merce il cui valore è determinato esclusivamente dal mercato; pertanto, l’arte dovrebbe trovare la sua nuova collocazione all’interno delle cosiddette “industrie creative”.

Oggi, nella ben nota polarizzazione della società serba, ci sono ancora due corsi: uno derivato dal patrimonio degli anni ‘80 (apertura, orientamento europeo e mondiale), e il secondo basato sul retaggio degli anni ‘90 (tradizionalismo, nazionalismo, kitsch come corrente di pensiero). Troppo affermata per essere un’alternativa, troppo numerosa per essere una sottocultura, gli artisti postmoderni nel simulacro della normalità di oggi rimangono fedeli a sé stessi e si posizionano in relazione alla nuova arte impegnata.

Fornisco alcuni esempi tratti dalla mostra “80s & 90s Today – The Rhythm Divine”, Galerija SLU, Niš.

La Deaf Room di Perica Donkov, di formato monumentale, è un lavoro estremamente emozionante. Nella stanza sorda, non ci sono suoni se non quelli vitali di una persona: battiti del cuore, respiro, “suono” di pensieri assorbiti dalle pareti della stanza. La stanza sorda rappresenta l’area dell’assoluto isolamento. Il ritmo visivo rappresenta la lentezza, l’immutabilità e il ritmo concettuale descrive riflessioni, contemplazioni e, soprattutto, emozioni. Il lavoro è caratterizzato da un approccio minimalista e concettuale e dalla completa astrazione – una colorazione ridotta, pessimistica (grigio, nero), linee orizzontali e superfici – suggerisce una recinzione o un bordo.

Le foto scure, quasi in bianco e nero con rari accenti di luce e colore, danno molta forza all’installazione di Nina Todorović Defensive Structures Underground. Pur conservando il loro carattere documentario, le fotografie esprimono innanzitutto l’aspetto emotivo del confronto intimo con la paura degli “altri”. L’oscura atmosfera dell’alienazione è presente negli spazi sotterranei articolati da elementi architettonici (pilastri di cemento e recinti di filo spinato come gabbie) che l’autrice inquadra in modo preciso e analitico. Il motivo della recinzione cablata è presente in quasi tutte le fotografie: anche quando c’è uno spazio vuoto al centro della composizione, sono da qualche parte intorno, si profilano dai lati, o sentiamo che sono nascoste nell’oscurità. Queste non sono solo le “nostre” gabbie, ma anche le gabbie di “altri”, poste l’una accanto all’altra. Il lavoro irradia il silenzio – non c’è comunicazione e ogni uomo è un’isola.

Il fregio Water di Marija Dragojlović presenta cinque foto sulle quali l’artista è intervenuta con il colore, imprimendo una nota personale, una parte dei suoi ricordi ed emozioni nel suo lavoro fotografico. La rappresentazione del mare e delle increspature che colpiscono le pietre bianche del canale veneziano risveglia in noi il senso di intimità, l’atmosfera della memoria, l’evocazione di esperienze personali, il ritmo di pensieri ed emozioni travolgenti.

Il lavoro Dual Activ di Srđan Apostolović, creato combinando assieme due tappeti di preghiera, rappresenta una combinazione di logica concettuale e ready-made. Il ritmo schematico della tessitura, la frammentazione dell’intervento artistico, la scoperta e copertura, la sequenza dei colori, creano un puzzle concettuale giocoso ed elegante, una specie di personalizzazione inaspettata.

L’installazione di Vladimir e Milica Perić intitolata Salt of the Earth è un aggiornamento concettuale del loro lavoro Kleine Garten (Small Garden). Dopo aver raccolto gli stessi dettagli, uno per ogni trentasette diverse fotografie che mostrano recinzioni di un villaggio austriaco e la vegetazione dietro e di fronte a loro, altri trentasette modelli caleidoscopici (“piccoli giardini” di forma esagonale) vengono creati per ricevere un nuova vita. Il ritmo visivo definisce l’espansione radiale degli schemi con recinti e vegetazione nei centri esagonali e la continuazione concettuale della crescita e della nuova vita che si verificano nei vasi con la terra al di sotto di essi. I piccoli giardini artificiali creano un’allusione alla vita “plastica” nell’era post-umanistica, mentre i processi naturali della formazione di muffe e batteri nella e sulla terra nelle giare ci riportano agli inizi della vita sulla terra. Le mini-installazioni (piccoli giardini su un vaso pieno di terra) si comportano senz’altro come unità separate, ma insieme formano un corpo unico di piante diverse.

arte contemporanea SerbiaMarija Dragojlović, Water 1-5, 2015, photos digitally printed on aquarelle paper, dry pastel, colour pencils, (5x) 79×120,5 cm, courtesy of the author and ART-ZOOM

Nina Todorović, Defensive Structures Underground (001, 004, 009, 011, 012, 014, 015, 023 i 024,) 2009-13, Lambda print, (9x) 100×56 cm, courtesy of the author and ART-ZOOM

Perica Donkov, Deaf Room – pressure, 2019, acryl on sackcloth, 350 x 320 cm, courtesy of the author and ART-ZOOM

Srđan Apostolović, Dual Activ, 2016, wood, textile, (2x) 67x124x75 cm, courtesy of the author and ART-ZOOM

Vladimir i Milica Perić, Salt of the Earth, 2017, installation, digital print on plastic, 37 jars containing soil; in total 37 elements (single element dimension: 25×29 cm), variable dimension. Courtesy of the authors and ART-ZOOM




Maria Ossandon Recart. Il silenzioso fascino del frammento

Viviamo in un’epoca satura di immagini: in ogni istante ne vengono prodotte a migliaia anche in modo indipendente dall’azione umana grazie a dispositivi di controllo automatizzati che registrano l’incessante passaggio di uomini, veicoli e merci negli spazi in cui si svolgono le nostre esistenze. La maggior parte di queste immagini non hanno né scopo estetico, né conoscitivo, ma sono freddamente funzionali: non basterebbe una vita per guardarle tutte e sarebbe impossibile ricordarle. Da sempre le immagini sono strettamente legate alla commemorazione, incarnano la lotta impari dell’uomo contro la fugacità e l’irreversibilità del tempo, esprimendo una concezione tragica della vita come inesorabile perdita e consumo. Commemorare i morti attraverso le immagini significava avvicinare ambiti temporali naturalmente destinati a rimanere separati e invocare la presenza e il ritorno degli assenti. L’eterno presente veicolato dall’iper connessione digitale e l’esponenziale moltiplicazione delle immagini oggi non più vincolate a un supporto materiale hanno radicalmente cambiato il nostro rapporto con la memoria e con la sua rappresentazione visibile. Anche le immagini hanno perso la loro aura sacrale e magica per diventare a loro volta oggetti di consumo effimeri e superficiali, incapaci di suscitare un contatto diretto con l’origine delle nostre emozioni.

Riflette su queste tematiche e sulla necessità di ripristinare il valore fondante e immaginifico del ricordo il lavoro di Maria Ossandon Recart (1986, Santiago of Chile), giovane artista apprezzata a livello internazionale, impegnata a recuperare la dimensione poetica di tematiche quali il tempo, la memoria, la metamorfosi e la rinascita delle immagini. La serie intitolata “Ricostruzione” nasce da una collezione di frammenti di ceramica dipinta che l’artista ha accresciuto nel tempo durante i suoi viaggi in diversi luoghi del mondo, come Germania, Danimarca, Inghilterra e Giappone. Da sempre interessata alla rappresentazione del paesaggio in miniatura, significativo per la peculiare commistione di artificialità e realtà che sottende, Maria Ossandon Recart ha iniziato a curiosare nelle fiere d’antiquariato e nei mercatini dell’usato in cerca di ceramiche in diversi stati di conservazione accomunate da raffigurazioni paesaggistiche di maniera. Questi oggetti, un tempo suppellettili domestiche o complementi d’arredo che abbellivano le case di famiglie di diversa nazionalità, oggi sembrano anacronistici reperti di un passato che sopravvive solo nel ricordo dei più anziani.

L’artista, appropriandosi delle scene in miniatura raffigurate su questi pezzi, si fa metaforicamente custode anche delle invisibili storie che nel corso degli anni si sono aggrappate a quegli oggetti, diventando l’ultima testimone dello stile di vita che essi riflettono, altrimenti destinato a scomparire completamente. L’attitudine archeologica che anima la sua collezione, in cui è centrale l’attitudine a prendersi cura e a proteggere, è solo la prima fase di un processo più complesso, che esplora in profondità le fragili possibilità di resistenza dell’immagine nella società del consumismo. Ogni frammento di ceramica è infatti il punto di partenza per un disegno più ampio che completa la scena resa lacunosa dalla frattura attraverso una rielaborazione grafica che tenta di ricostruirne il contesto mancante. L’artista si accosta all’operato degli anonimi artigiani del passato con estrema sensibilità nel coglierne lo stile a cui cerca di mantenersi fedele, ma allo stesso tempo rielabora le scene basandosi sulle risonanze che i suggerimenti figurativi esistenti esercitano sulla sua memoria e sulla sua fantasia.

Nel bianco rarefatto del foglio da disegno, che sembra smaterializzare e concettualizzare l’originario fondo ceramico che ospitava le miniature, sottili tratti a inchiostro circondano ogni frammento come per ricucire il suo isolamento dal mondo e ricreano attorno ad esso un altro ecosistema minimale e idealizzato che ne riporta in vita il potenziale narrativo, arricchendolo di nuove suggestioni. A questo modo l’artista materializza un passato che non è il suo, ma che le appartiene intimamente perché riesce a dialogare con le sue esperienze personali. La dimensione ridotta di questi lavori, che richiedono un’osservazione ravvicinata, elimina la distanza tra l’opera e lo spettatore, che si ritrova immerso in un delicato microcosmo sospeso a metà tra il ricordo e il sogno. In punta di piedi per non rovinare l’incantesimo, ci possiamo quindi avventurare in una coltivata campagna britannica diretti al castello che si intravede al di là della collina, possiamo passeggiare in un villaggio fiammingo con le strade ancora sterrate, partecipare a una romantica gita in barca sul fiume oppure ammirare l’eleganza dei fiori di un raffinato giardino giapponese. Le rare silhouettes umane che compaiono in queste scene, più che alludere a personaggi precisi, sembrano assolvere la funzione di anfitrioni pronti ad accogliere nel loro spensierato consorzio anche la parte più genuinamente infantile delle nostre fantasie. La stilizzazione degli elementi figurativi non impedisce l’immedesimazione, a riprova del fatto che la conoscenza e l’immaginazione (e quindi anche la creazione) si basano su un processo di riconoscimento di immagini già latenti nel nostro inconscio.

Il lavoro di Maria Ossandon Recart individua la missione dell’arte nel «raccogliere» le cose per liberarle dalla transitorietà e dalla polvere dell’oblio, nel far durare nel tempo il loro breve passaggio nella coscienza, ripristinando lo stupore e la meraviglia dell’uomo di fronte al mondo e di fronte a sé stesso. Il suo approccio atemporale, che non teme di accordare fiducia agli anacronismi e alle sopravvivenze delle forme, implica che le immagini non sono entità indipendenti, al di fuori di noi, non sono separabili dalle nostre esperienze o dai nostri desideri ma nascono dalla nostra armonia con l’universo a cui apparteniamo e che vive anche in noi.

Info:

www.mariaossandon.com

Maria Ossandon Recart, Reconstruction series. Drawing, Mixed Media, 2018

Maria Ossandon Recart, Reconstruction. Drawing, Pen-Ink Drawing, 2017

Maria Ossandon Recart, Reconstruction. Photography, Pen-Ink Drawing, 2017

Maria Ossandon Recart, Reconstruction. Drawing, Pen-Ink Drawing, 2017




Dongdaemun Design Plaza

La Regina delle Curve è il soprannome dato a Zaha Hadid, architetto e designer di origine irachena, nata a Baghdad e poi naturalizzata britannica, dal prestigioso Guardian di Londra.

Mai epiteto fu più consono: lei, l’Archistar che liberated architectural geometry, giving it a whole new expressive identity (M.Kimmelman,  “Zaha Hadid, Groundbreaking Architect, Dies at 65”, The New York Times, 31 March 2016). Un genio, uno fra i massimi esponenti della corrente decostruttivista.

Una grande personalità, puro talento, purtroppo venuta a mancare nel marzo del 2016, a soli 65 anni.

Dongdaemun Design Plaza (DDP), a Seoul,  è uno dei suoi lavori più iconici e stupefacenti, incastonato, in perfetto equilibrio, pur nel contrasto fra antico e moderno e nonostante le immancabili critiche pre e post realizzazione, nella piazza  antistante l’Heunginjimun, la Porta Orientale, grande tesoro culturale della Corea, uno dei quattro ingressi  che permettevano l’accesso alla parte fortificata della città.

Il progetto (costato complessivamente circa 450 milioni di dollari USA e realizzato in collaborazione con lo Studio Coreano Samoo Architects & Engineers), iniziato nel 2009 e inaugurato nel 2015, occupa lo spazio che era, fino al 2007, dello Stadio Polifunzionale Dongdaemun. Durante i lavori di costruzione sono venuti alla luce i resti, ben conservati, di una Piazza d’Armi risalente al XVI secolo. Resti spostati e ricollocati poi all’interno del Parco Dongdaemun.

Il complesso, sin da subito, è diventato una delle grandi attrattive turistiche della capitale. Già nel primo anno oltre 8,5 milioni di visitatori e un flusso costante negli anni successivi di circa 6 milioni, attirati dalle forme futuristiche del complesso e dalla qualità degli eventi che, periodicamente, vi si tengono.

Il DDP si sviluppa su otto piani (di cui quattro interrati) per una superficie di quasi 87.000 mq: un susseguirsi di gallerie espositive, sale convegni, un Museo del Design, un centro educativo, una biblioteca, un “mercato del Design” aperto 24 ore su 24, che ne fanno l’ottimale catalizzatore della vita culturale e sociale della capitale (non mancano bar e ristoranti) e un perfetto incubatore per la creatività e lo scambio di idee.

Zaha Hadid ha lavorato focalizzandosi sul concetto di “paesaggio metonimico” (ossia nel creare un qualcosa che descriva, in maniera indiretta, l’essenza del luogo per il mezzo di un paesaggio dedotto, creato attraverso l’integrazione concettuale dei suoi aspetti storici, culturali, urbani, sociali ed economici).

In altre parole, il Simbolo invece che la cosa designata, il Contenente al posto del contenuto, l’Astratto per il concreto.

Il Parco, di oltre 30.000 mq, che occupa anche il tetto della struttura, reinterpreta i motivi del tradizionale giardino coreano.

La struttura dalle superfici ondulate e fluide, lunga ben 280 metri, sembra galleggiare sul suolo, come se cemento, alluminio, acciaio e pietra, pur nella loro solidità evidente, non avessero più peso. Sensazione che, col far della sera, diviene ancora più evidente allorquando i circa 40.000 pannelli microforati che la rivestono, la cui texture richiama antiche decorazioni tipiche del posto, fanno trasparire la luce dall’interno, creando una magistrale, per non dire miracolosa, completa dematerializzazione dell’insieme.

Gli interni (resina acrilica, piastrelle acustiche, fibra sintetica, acciao lucidato e pietra), dal canto loro, acuiscono viepiù questa sensazione. Leggerezza e astrazione, in un vapore metallico che delicatamente ti avviluppa: quasi un totale estraniamento. Quasi un’esperienza mistica.

La Costruzione è per tener su: l’Architettura è per commuovere, diceva Le Corbusier. Come dargli torto?

Ci si perde, facilmente e volentieri, nel bianco dominante e pulito di queste curve e spirali, ampie e morbide, che incessantemente si susseguono come in un magico racconto. Una favola per sempre, dai tanti inizi e da nessuna fine.

Zaha Hadid

Per tutte le immagini: Zaha Hadid, Dongdaeum Design Plaza, Seoul, Corea, foto di Angelo Andriuolo




Tina Loiodice. Ritratti urbani

Nel mondo della Street Art sono sempre più numerose le donne attive, all’estero ma anche in Italia: ne è un esempio l’artista romana Tina Loiodice, classe 1954, che dopo circa un quarantennio di pittura in atelier si è avvicinata all’arte murale. Allieva di maestri come Saro Mirabella, Franco Cannilla e Aldo Natili, la Loiodice ha frequentato il liceo artistico di via Ripetta e in seguito la facoltà di Architettura presso l’Università La Sapienza.

La sua peculiarità è quella di riuscire a infondere grande espressività e intensità ai soggetti da lei raffigurati, riuscendo quasi a creare un “dialogo” tra opera e spettatore. Ne è una testimonianza il ritratto intitolato Bambina pensante, realizzato nel 2015 presso il Parco dell’ex Manicomio di Santa Maria della Pietà nel quartiere Monte Mario, a Roma: i capelli sono scomposti, i grandi occhi comunicano vivacità e stupore allo stesso tempo, mentre la manina è appoggiata al mento in maniera interrogativa. Il bianco e il nero e l’abbigliamento vagamente anni ’60 fanno pensare a una fotografia d’epoca, nella quale è ritratta una bambina che ha passato la sua infanzia in quello che una volta era un manicomio. L’opera è stata realizzata nell’ambito del progetto Caleidoscopio, ideato nel 2015 dallo scrittore Maurizio Mequio, che ha portato alla creazione di una serie di murales ispirati al tema della malattia mentale. Proprio questo ritratto ha reso nota Tina Loiodice, che ha poi preso parte a vari progetti di riqualificazione urbana.

L’artista è una ritrattista che predilige raffigurare donne, bambini e protagonisti del cinema italiano. Presso la stazione della Giustiniana, a Roma, ha dipinto i volti di quattro icone degli anni ‘60 e ’70 che emergono in un’ambientazione pop, caratterizzata da pois e colori sgargianti: Virna Lisi, Anna Magnani, Monica Vitti e Claudia Cardinale, quest’ultima ritratta a figura intera sul set de La ragazza con la valigia. L’intervento è stato eseguito nel 2016 per il progetto Arte in stazione e città a colori.

Per il Castel Gandolfo Street Art Festival, tenutosi tra novembre e dicembre 2016, la Loiodice ha realizzato due murales per la riqualificazione del parcheggio dei pullman turistici in Piazza S. Pertini. L’evento è nato su iniziativa del Comune di Castel Gandolfo che ha aderito al progetto Arte e Città a Colori. Entrambe le opere sono ispirate al tema della bellezza della donna e rappresentano la transizione dalla fanciullezza all’età adulta: nel primo murale è infatti raffigurata frontalmente una bambina dall’espressione vagamente intimidita, come se si sentisse osservata dai passanti, mentre nel secondo la stessa bambina è diventata una donna sicura di sé e della propria femminilità, ed è ritratta di tre quarti.

Nel gennaio del 2017, l’artista ha lavorato nella stazione della metro di San Giovanni, dove ha realizzato Lo sguardo, che riproduce gli occhi di una tigre nell’intento di raccontare il primo rapporto di comunicazione tra individui. Nella stessa stazione ha poi dipinto Matrix Divina, che raffigura due volte, in maniera speculare, il primo piano di una donna con i capelli al vento, unito in un gioco di cromie e linee che rappresentano le molecole della vita e della materia. Il titolo dell’opera deriva dall’omonimo libro di Gregg Braden, studioso americano che lavora da anni nel campo della spiritualità cercando di unire scienza e spirito, passato e presente.

Dal 2018 la Loiodice è impegnata nella realizzazione di una serie di murales ispirati al tema della fiaba nel piccolo borgo in provincia di Viterbo Sant’Angelo di Roccalvecce. Qui infatti, è stato promosso un intervento di riqualificazione urbana che ha preso il nome di Sant’Angelo il paese delle fiabe, voluto per contrastare lo spopolamento e per risollevare l’economia locale, e che ha portato alla creazione di pitture murali sulle facciate di alcune case. Tina Loiodice ha dipinto i protagonisti di celebri fiabe come Alice nel paese delle meraviglie e Il Piccolo Principe ritraendo i volti dei bambini del borgo, coinvolgendo così i cittadini in quello che è diventato un intervento artistico che ha attirato l’attenzione di turisti e media e che sta dando nuova linfa vitale a un paese fino a qualche tempo fa sconosciuto e semi-abbandonato.

Adriana Camilla Caputo

Tina Loiodice, Bambina pensante, 2015. Acrilici su muro. Roma, Parco di Santa Maria della Pietà. Fotografia scattata il 16/04/2019.

Tina Loiodice, Alice nel paese delle meraviglie, 2017. Acrilici su muro. Sant’Angelo di Roccalvecce. Fotografia scattata il 18/11/2018.

Tina Loiodice Isabella Modanese, Hänsel e Gretel, 2017. Acrilici su muro. Sant’Angelo di Roccalvecce. Fotografia scattata il 18/11/2018.




Dieneke Tiekstra. La scultura come puzzle tridimensionale

“Credo che avere la terra e non rovinarla sia la più bella forma d’arte che si possa desiderare.” (Andy Warhol)

Berendina Sjoukje (Dieneke) Tiekstra (1957, Haarlem, The Netherlands), artista pluripremiata e co-direttore della Galerie Rueb & Tiekstra a Rijpwetering, dopo essersi diplomata in arti visive nel maggio 2018 alla Kunstacademie Haarlem di Leiden, sceglie di abbracciare una carriera artistica professionale nell’ambito del design scultoreo. Abituata fin dalla più tenera età a trasformare ciò che le capita tra le mani (come circuiti stampati, vedute di città, carta, strumenti musicali, legno ecc.) in oggetti artistici, con il suo lavoro si interroga su tematiche universali – il tempo, il futuro, il movimento – cercando l’equilibrio tra astrazione e figuratività. Dopo una fase iniziale in cui si dedica alla sperimentazione di una vasta gamma di tecniche e materiali, trova la propria peculiare dimensione espressiva nella riutilizzazione di oggetti quotidiani di scarto, in un’implicita presa di posizione etica contro l’over produzione che contraddistingue in senso negativo l’epoca in cui viviamo. La reinterpretazione formale e semantica di questi elementi apparentemente banali mira ad esplorarne il potenziale creativo ancora inespresso, facendo emergere nuove connessioni che stimolano l’immaginazione dell’osservatore invitandolo a riconsiderare in modo attivo l’ambiente in cui vive.

La ricerca artistica di Dieneke Tiekstra è orientata verso la creazione di un linguaggio diretto, istintivo e giocoso, capace di suscitare interrogativi complessi avvalendosi di forme semplici e di immediata lettura, che non respingono lo spettatore con inutili ermetismi. Nella serie “The evolution of Man” l’artista materializza il suo interesse per il design del futuro, assurto a paradigma di uno stile di vita che dovrà inevitabilmente fare i conti con la capillare presenza delle macchine e con l’intromissione della realtà digitale anche negli aspetti più privati della nostra vita. Come apparirà il mondo tra cento o mille anni? L’uomo sarà destinato a scomparire in una nuvola digitale? Gli esseri umani e gli apparati artificiali riusciranno a convivere pacificamente sullo stesso pianeta e a proteggerne l’esistenza?

La serie di lavori sopracitata è composta da sculture fatte da centinaia di frammenti di puzzle che raffigurano uomini, donne o creature ibride in pose plastiche, personaggi asessuati che incarnano l’individualità e la generalità di specie. Questi corpi sono sempre privi di vestiti, ma non sono nudi perché i tasselli di cui sono composti formano una pelle variopinta, una fantasia ininterrotta e sempre mutevole che rende incerta la demarcazione tra interno ed esterno. L’essere umano è in continuo movimento e la sua presenza nello spazio e nel tempo è rappresentata dall’artista come frammentazione e provvisoria ricomposizione di un ordine in perenne divenire. Il futuro rimarrà sempre avvolto dall’incertezza o i vari pezzi un giorno troveranno un posto definitivo? Non ci è dato saperlo, ma le armoniose composizioni di Dieneke Tiekstra, “superorganismi” che richiamano i nidi degli insetti eusociali in cui ogni individuo, similmente agli organi del corpo umano, assolve compiti precisi, fanno presagire una positiva risoluzione di questi interrogativi.

Dal punto di vista strutturale per un verso le figure appaiono come “scorticati” anatomici (si riconoscono distintamente alcuni muscoli e articolazioni), per un altro assomigliano a macchine formate da ingranaggi mobili. La loro presenza si sviluppa mediante l’alternarsi di cavità, rilievi, pieni e vuoti che generano un frammentato e discontinuo chiaroscuro che richiama la repentina apparizione e sparizione dei pixel di un’immagine digitale. A questo modo sembra che le figure si modellino a seconda dello spazio circostante, racchiuse da linee di contorno che si sviluppano come una sequenza di curve ora concave, ora convesse che non limitano la loro fisicità ma la dilatano espandendola nello spazio. Le sculture antropomorfe dell’artista olandese reimpostano il concetto di corpo umano individuando la sua essenza più profonda proprio nella metamorfosi e nel movimento che a prima vista sembrano minarne l’integrità.

Se il movimento è la manifestazione esteriore di una ricerca di equilibrio, il corpo appare come un involucro materiale che trattiene in sé un principio superiore, l’anima: da qui una tensione costante, lo sforzo epico dell’umanità per liberarsi di questo impedimento elaborando una struttura più adatta ad assecondare le molteplici forme in cui il suo “io” più spontaneo e puro si può incarnare. Traslando questo suggerimento dal piano simbolico a quello stilistico, la cifra espressiva di Dieneke Tiekstra rispecchia un’analoga aspirazione a fondere astrazione e figurazione per liberare i materiali dai loro limiti oggettivi e trasformarli in pura emozione.

Un legame altrettanto stringente tra forma e contenuto si può ritrovare nella scelta di utilizzare preferibilmente oggetti riciclati: i titoli di molti lavori, come Decline of the Earth, Time traveler o Last man Standing fanno immaginare una narrazione epica dell’umanità in viaggio per sopravvivere a sé stessa, capace di trasformare gli ostacoli in strumenti di bellezza per incamminarsi consapevolmente verso un futuro più sostenibile. L’enfasi sul movimento e sulla fluidità, risultato non facilmente ottenibile in scultura, ci ricorda che l’ambiente in cui viviamo è parte integrante del nostro corpo e che solo la percezione di questa interdipendenza ci permetterà di sviluppare modalità di esistenza rispettose di questa necessaria compenetrazione.

Dieneke Tiekstra, Bits and Pieces (2). Sculpture, Modeling Sculpture Technique, 2018

Dieneke Tiekstra, Decline of the Earth. Sculpture, Modeling Sculpture Technique, 2019

Dieneke Tiekstra, Time traveler. Sculpture, Modeling Sculpture Technique, 2019




L’arte come condizione di vita. Incontro con l’arte contemporanea: Michelangelo Pistoletto!

Siamo alla fine degli anni Sessanta e tra gli Stati Uniti e l’Europa inizia a delinearsi un nuovo approccio all’arte che tende ad indagare la natura stessa del linguaggio artistico, i suoi strumenti e i suoi significati prima ancora della produzione dell’opera-oggetto, in cui la riflessione e il concetto prevalgono sulla manualità e sulla materia.

Già con le Avanguardie storiche Marcel Duchamp, col suo Dadaismo e i suoi ready made sceglie prodotti già esistenti a cui aggiunge un processo mentale che consentirà all’oggetto preso in considerazione di acquisite lo status di opera d’arte. Adesso, con gli anni Sessanta, artisti come Yves Klein e Piero Manzoni si affermano con la loro concettualizzazione insieme ai movimenti affermatisi proprio in questo periodo con i movimenti della Body art, l’Arte povera o la Land art.

L’arte concettuale allora tende ad indicare l’attività di quegli artisti che hanno fatto del pensiero e della riflessione il centro di tutta la loro ricerca; essi, infatti, mettono in discussione l’oggetto in carne ed ossa, che preveda un mercato dell’arte che lo tratti come una qualsiasi merce e a questo preferiscono l’idea che esiste dietro il proprio lavoro, la propria figura e rispetto al ruolo socio-culturale in cui operano.

In Italia, intanto, alla fine degli anni Sessanta nasce l’arte povera, per mano del critico Germano Celant che, con un suo articolo su “Flash Art” promosse tredici artisti accomunati da un linguaggio comune: l’uso di materiali “poveri” come terra, legno, ferro, stracci, plastica e scarti industriali per la realizzazione delle loro opere. Lo scopo dell’arte povera sarà allora quello di raggruppare un certo numero di artisti il cui studio e lavoro ruoterà attorno le qualità fisiche, energetiche e metamorfiche di materiali primari, vegetali e animali o addirittura prodotti industriali; i loro interventi, che spesso risultano come vere e proprie provocazioni, comprendono alla base materiali prelevati dalla realtà naturale e/o artificiale.

All’interno di questo contesto scopro un artista, Michelangelo Pistoletto, nato a Biella, nel 1933, pittore e scultore italiano, animatore e protagonista di questa corrente, uno dei più importanti artisti italiani viventi.

Due esperienze formative impronteranno quella che poi sarà la poetica della sua arte; fin da bambino, siamo nel 1947, muove i suoi primi passi nel mondo dell’arte frequentando lo studio di restauro del padre dove apprende le basi del disegno e della pittura e le tecniche di restauro più recenti e l’attenzione e la cura al dettaglio. Successivamente frequenterà la scuola pubblicitaria di Armando Testa, da cui prende la capacità di trasmettere con una sola immagine e in modo immediato un pensiero profondo.

Superfici riflettenti (soprattutto lastre di acciaio inox lucidate) o “quadri specchianti” realizzati tra il 1961 e il 1962 iniziano a segnare Pistoletto come ‘’l’uomo degli specchi’’; opere che nascono come immagini fotografiche a dimensione reale riportate su carta velina su di una superficie riflettente e ripassate a pennello, così da dare allo spettatore nell’attimo in cui le osserva e si riflette la possibilità di essere parte attiva della creazione artistica.

«I lavori che faccio […] sono oggetti attraverso i quali io mi libero di qualcosa – non sono costruzioni ma liberazioni – io non li considero oggetti in più ma oggetti in meno, nel senso che portano con sé un’esperienza percettiva definitivamente esternata» (Carlos Basualdo, Testi di Michelangelo Pistoletto, in Michelangelo Pistoletto. Da uno a molti. 1956-1974, Electa, 2011, p. 344)

Nel 1967 però Pistoletto dà vita ad un’opera dissacrante in cui l’artista pone un’icona immortale dell’arte classica di fronte a un cumulo di indumenti logori, la Venere degli stracci, alla Tate Modern di Londra, di cui esistono tre versioni successive: collezione Di Bernardo, collezione Giuliana e Tommaso Setari, ex collezione Galerie Tanit di Monaco e la prima, di proprietà dell’artista, custodita nella FondazionePistoletto a Biella.

Nel 1998 Pistoletto crea a Biella la “Cittadellarte”, un immenso laboratorio creativo, una fabbrica di idee e progetti pensati per raggiungere l’obiettivo di connettere l’arte contemporanea, più specificatamente l’arte pubblica, l’arte relazionale e l’artista stesso con tutti gli ambiti che formano la società, per influenzare positivamente le evoluzioni e le trasformazioni sociali ed interculturali in atto, che coinvolge giovani artisti in ogni ambito della creatività (musica, moda, design, teatro ecc. ).

Nel 2003 nasce una nuova fase della ricerca artistica di Pistoletto dal titolo Terzo Paradiso, un’opera collettiva, di cui scrive il manifesto e disegna il simbolo costituito da due cerchi contigui agli estremi di un altro cerchio centrale, una rielaborazione del segno matematico dell’infinito. «Il progetto del Terzo Paradiso consiste nel condurre l’artificio, cioè la scienza, la tecnologia, l’arte, la cultura e la politica a restituire vita alla Terra. Terzo Paradiso significa il passaggio ad un nuovo livello di civiltà planetaria, indispensabile per assicurare al genere umano la propria sopravvivenza. Il Terzo Paradiso è il nuovo mito che porta ognuno ad assumere una personale responsabilità in questo frangente epocale. Con il Nuovo Segno d’Infinito si disegnano tre cerchi: quello centrale rappresenta il grembo generativo del Terzo Paradiso.» (Michelangelo Pistoletto)

Dopo questo breve quadro in cui conosciamo Pistoletto non posso non parlare dell’arrivo di Pistoletto a Catania; non appena vengo a conoscenza del fatto che presso l’Accademia di Belle Arti di Catania (in cui ricopro il ruolo di cultrice per la materia Storia dell’arte contemporanea) arriverà il ‘’maestro’’ Michelangelo Pistoletto rimango perplessa e stupita, non perché l’Accademia di Catania non abbia mai dato vita ad altri eventi di rilevanza e calibro, ma perché come scrivevo stiamo parlando del più grande artista contemporaneo italiano in vita.. parliamo dell’arte contemporanea che arriverà a piccoli passi lungo un’aula magna, invasa da studenti, e che non appena inizierà a parlare sono già sicura lascerà tutti a bocca aperta.

Il 7 giugno, infatti, si è tenuta una lectio magistralis in modalità d’intervista sul progetto Terzo Paradiso in cui è intervenuto il maestro,  a cui è stato conferito il Diploma Accademico Honoris Causa in Arti Visive. L’aula magna stracolma e in festa con l’entusiasmo degli studenti intenti a dialogare col maestro, rispondendo ad ogni domanda sempre con entusiasmo.

Il giorno seguente, l’8 giugno invece, al Molo di Levante del Porto di Catania viene aperta al pubblico l’evento di installazione, ‘La Plastica e il Mare’, di 30 metri per 12 allestita su un pontone galleggiante e realizzata dai cittadini che hanno raccolto la plastica dal mare per fronteggiare l’inquinamento del Mediterraneo, iniziativa della Fondazione Oelle-Mediterraneo antico, presieduta da Ornella Laneri (inoltre Michelangelo Pistoletto e i valori della difesa dell’ambiente saranno omaggiati con una mostra in corso fino al 15 luglio alla fON Art Gallery della Fondazione Oelle Mediterraneo antico, presso il Four Points by Sheraton Catania, Aci Castello); un’opera collettiva, che di notte verrà illuminata con luci alimentate ad energia solare, che unisce l’impegno per l’ambiente all’arte contemporanea per un Mediterraneo da valorizzare e difendere: di 2.000 Kg di plastica e oltre 500 ore di lavoro svolte da cittadini, operatori del territorio, e docenti allievi della scuola di Scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Catania.

Un intervento artistico alla cui base sta la sensibilizzazione e la protezione della natura e del mare e che ha comunicato l’importanza di quanto sia necessario prendersi cura oggi di quella risorsa preziosa che è l’ambiente grazie ad un intervento artistico collettivo.

Catania ringrazia il maestro!

Il Terzo Paradiso sarà esposto al pubblico nel porto di Catania fino al 15 luglio 2019; ad evento concluso sarà avviato lo smaltimento e il riciclo dagli operatori competenti per lo smaltimento dei rifiuti in porto.

Joseph Kosuth, Una e tre sedie, 1965Joseph Kosuth, Una e tre sedie, 1965

Michelangelo Pistoletto specchiOpere di Michelangelo Pistoletto realizzate con lastre di acciaio inox lucidate a specchio in cui si contrappone la staticità dei personaggi o degli oggetti raffigurati in primo piano, con la dinamicità del mondo reale che riflettendovisi ne entra a far parte.

Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967Michelangelo Pistoletto, Venere degli stracci, 1967

Michelangelo Pistoletto riceve il Diploma Accademico Honoris Causa in Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Catania. Foto di Tiziana Blanco

Michelangelo Pistoletto riceve il Diploma Accademico Honoris Causa in Arti Visive all’Accademia di Belle Arti di Catania. Foto di Tiziana Blanco

Michelangelo Pistoletto, La Plastica e il Mare, veduta dell’installazione al Molo di Levante del Porto di Catania. Foto di Tiziana Blanco

Michelangelo Pistoletto, La Plastica e il Mare, veduta dell’installazione al Molo di Levante del Porto di Catania. Foto di Tiziana Blanco




Il ciclo pittorico Aphonia di Matteo Ciampica. Istinto colore materia

Espressione compiuta della ricerca e delle sperimentazioni incessanti dell’ultimo decennio, volte ad approfondire l’indagine sulle proprietà sensoriali del colore e le potenzialità plastiche della materia cromatica, la serie pittorica Aphonia si dispiega in un susseguirsi di variazioni cromatiche attorno allo stesso tema, allo stesso fulcro concettuale, ma con soluzioni ed esiti formali declinati secondo differenti registri iconici e stilistici, mirabilmente padroneggiati dalla forte personalità dell’autore umbro, da considerare tra le più interessanti del panorama artistico emergente per la sua capacità di trasfigurare echi e suggestioni della tradizione pittorica e del retaggio estetico di passate stagioni in un linguaggio formale autonomo e originale, svincolato da scuole o correnti del nostro tempo, ma profondamente radicato nella contemporaneità.

Gli scenari di questo ciclo di dipinti, del tutto privi di oggetti artificiali, di episodi di carattere narrativo e scevri da qualunque finalità descrittiva, si connotano essenzialmente come paesaggi interiori intrisi di una forte carica simbolica.

Sul piano terrestre, separato quasi impercettibilmente dall’etere caleidoscopico mediante il profilo collinare appena ondulato, che determina la linea dell’orizzonte, si innalzano a distanze variabili sagome di cipressi fieramente protesi verso l’alto con le chiome folte e puntute. Con una configurazione simile a pilastri cosmici, i cipressi punteggiano ogni orizzonte tracciato in questa serie pittorica, assumendo la stessa valenza ancestrale di un allineamento di menhir. L’artista ha fatto di essi un codice, una cifra stilistica che è forma e contenuto al tempo stesso; non sono estranee infatti all’adozione di questo “segno” distintivo né le caratteristiche morfologiche della pianta e la sua diffusa presenza nella terra di origine del pittore, né la natura “sacrale” di albero primigenio, assurto fin da tempi remoti a simbolo dell’immortalità e in questo contesto più che mai identificabile con l’axis mundi (l’asse dell’universo), cardine della cosmologia religiosa di antichissime civiltà. In un’accezione ancor più suggestiva per valenza esistenziale e autentica in quanto più fedele alla concezione dell’autore, potremmo spingerci a trasfigurare ciascuna di queste fiammelle arboree in altrettante anime che popolano l’orizzonte terrestre, viventi assi di congiunzione terra-cielo che ciascun essere umano, di fatto, incarna.

Il paesaggio disadorno ed essenziale si staglia solitario sulla sconfinata vastità di un cielo sferzato dai vortici cromatici dell’Abstract Expressionism, dando luogo a una compenetrazione vibrante dell’elemento figurativo con le forme dell’astrazione, del piano fisico con quello sovrasensibile. L’impressione trasmessa dagli “interminati spazi” che si aprono al nostro sguardo è quella di trovarsi di fronte a una riproposizione della categoria teoretico-estetica del Sublime, che ha permeato una parte significativa della produzione pittorica europea del periodo romantico e che appare qui reinterpretata in una chiave originale e secondo canoni di assoluta contemporaneità, sia sul piano concettuale sia su quello esecutivo. In particolare, la costruzione spaziale dell’immagine, così come il tipo di stesura cromatica, rimandano a quel “sublime dinamico”, secondo la definizione di Kant, riferibile alle manifestazioni della natura caratterizzate da potente esplosione di energia, dallo scatenarsi della furia degli elementi che imprime una vorticosa velocità all’atmosfera. Così pure l’essenzialità della sintassi compositiva, basata su una scansione dello spazio sostanzialmente bipartita, in cui l’elemento figurativo in basso – combinazione di linee orizzontali e verticali – occupa una parte infinitesimale rispetto all’incontenibile dilagare del cielo immenso, si richiama anch’essa alla poetica del Sublime, recepita nella sua declinazione più meditativa e spirituale volta a mostrare l’eterno dialogo ìmpari tra finito e infinito, tra dimensione transeunte terrena e totalità cosmica.

L’indagine estetica si incentra su una spazialità fortemente dinamica, generata da un’energia gestuale dirompente che si fa specchio diretto dello stato d’animo dell’autore e nella quale al contempo lo spettatore, operando una sorta di immedesimazione, può leggere il riflesso della propria condizione interiore. Sono tele caratterizzate da una pittura all over fatta di materia cromatica accesa, densa e vibrante, in cui il colore svincolato dalla costrizione della forma pulsa di vita autonoma e crea uno spazio visivo magnetico, ipnotico, capace di coinvolgere l’osservatore in un rapporto immersivo e totalizzante con l’opera.

Sebbene i cipressi di Ciampica affondino le radici nei suoi luoghi di origine, nelle familiari terre del Trasimeno da lui stesso attraversate o accarezzate con lo sguardo ogni giorno dall’alto del Castello, le immagini evocate non sono luoghi fisici, geograficamente connotati, ma afferiscono a una dimensione universale, quella dell’anima e come tali capaci di suscitare una risonanza emotiva a qualsiasi latitudine.

Cinzia Cardinali

Info:

http://www.matteociampica.onweb.it

Matteo Ciampica AphoniaMatteo Ciampica, Aphonia 11-22 (2013) olio su tela 150×200 cm

Matteo Ciampica, Aphonia 22 (2009) olio su tela 40×50 cm

Matteo Ciampica, Aphonia N° 22 (2016) olio su tela 60×80 cm




Giganti del mare. Un progetto fotografico di Biancamaria Monticelli

“Sta come torre ferma che non crolla giammai la cima per soffiar di vento” dice Dante del Fanale, il faro di Livorno, tra i più antichi in Italia risalente al 1305 e costruito su progetto attribuito a Giovanni Pisano. Distrutto dai tedeschi nel 1944, ricostruito e inaugurato nel 1956, oggi se ne promuove l’apertura al pubblico per occasioni come questa mostra di Biancamaria Monticelli, fotografa professionista che vive e lavora tra Livorno e la Polinesia Francese.

Uno dei suoi filoni più interessanti è quello sui Relitti arrugginiti di navi arenate su spiagge deserte che si stagliano su cieli incombenti. Qui ne abbiamo alcuni esempi alternati ad altre opere dedicate ai fari, un Faro in California – Point Reyes National Park – uno all’Isola di Razzoli e uno a Capo Caccia, entrambi in Sardegna, altrettanto diruti come i relitti di cui sopra, e così via fino ovviamente a quello di Livorno giocato anche questo sul confronto tra una bimba in primo piano e la torre che si staglia sullo sfondo.

É immediata la traduzione metaforica del senso che hanno questi relitti che diventano simboli di un mondo alla deriva, sfasciato, vecchio, senza speranza e la speranza che corre con i bimbi che corrono in primo piano. Dice l’artista:“Un filone che nasce nel 2017, in occasione del mio quarto soggiorno all’arcipelago di San Blas, sul versante caraibico di Panama. Di ritorno all’isola di Chichimé, vedo qualcosa di nuovo. Oltre l’eleganza delle palme, le acque cristalline e le candide spiagge, un relitto imponente sembra addormentato sul fianco, adagiato sulla barriera corallina che cinge questo minuscolo lembo di sabbia. Da lì, lo scenario prende forma: alcune ragazzine, un bambino, un uomo, figure avvolte da un cielo lattiginoso galleggiano come angeli di un’atmosfera surreale”.

Quando viaggiamo siamo alla ricerca di nuovi mondi, nuovi paesaggi, magari i famosi luoghi incontaminati. Ma l’occhio del fotografo non cerca solo una bellezza ideale, cerca delle scenografie in cui inserire il proprio pensiero, che dia sostanza e vita alla propria visione del mondo. Il luogo dove mettere in scena la sua idea di fotografia. E infatti l’autrice continua dicendo: “Ho l’impressione di essere a teatro, un teatro naturale, dove attori casuali recitano di fronte al mio obiettivo, danzando al ritmo di una magia che si accende, all’improvviso. Rifletto su questa visione, perché è così che io le sento, visioni di un mondo lontano dalla quotidianità, silenzioso, nascosto… un mondo che mi appartiene e mi porta a riflettere sui significati più profondi della vita. Questi scenari ritornano, in tempi e luoghi diversi, mi scopro a ricercarli e ne percepisco il valore umano oltre l’apparente e chiaro valore estetico”.

É un teatro dunque quello davanti al quale si trova Biancamaria Monticelli. Un teatro già pronto i cui scenografi sono la natura e gli uomini. La natura offre le spiagge, i mari, la vegetazione. E al suo interno la presenza dell’uomo. O meglio il post umano. Quello che l’uomo ha lasciato, i suoi avanzi, il risultato della sua tecnologia nella sua forma obsoleta. E poi il riinizio. La forma primeva di quello che sarà l’uomo che forgerà oggetti per cambiare il mondo, ma ancora innocente, spensierato.

E aggiunge: “Il fascino per questi giganti che si mostrano nel loro aspetto antropomorfico, carcasse addormentate, relitti di una vita perduta sulle cui ceneri rinasce ancora la vita … Ecco l’importanza del bambino che corre, libero, contrapponendo la vita alla morte, ma dove nemmeno la morte appare così terribile, semmai imponente nella sua bellezza e nel suo mistero. Così il bambino dell’arcipelago di Las Perlas, che dialoga con il suo pacchetto di patatine; il ragazzino greco che corre, lasciandosi alle spalle il gigante rugginoso di Dimitrios; la piccola principessa bionda che esplora il mondo, sotto le ali malinconiche di un relitto in secco; i bambini che schiamazzano nelle acque selvagge delle Marchesi, sullo sfondo l’imponente e leggendario “Aranui”…

La sua ricerca non si limita all’ormai scontatissimo discorso sull’inquinamento dei mari. La sua confessione finale ci svela il mistero del fascino di queste immagini: “I bambini rappresentano il mio alter ego. Sono io che guardo il mondo con occhi puri, che continuo a credere nei sogni, che voglio rimanere in quel limbo di fragile felicità…”

Info:

www.biancamariamonticelli.com

Biancamaria Monticelli, Faro California – Point Reyes National Park

Biancamaria Monticelli, Faro Livorno

Biancamaria Monticelli, Linton Bay – Panama