Reverie: librosogni

“Come ti chiami?
Buio. Tu?
Quanti anni hai? Il doppio delle tue paure”.
Reverie (Sogno 6. Firenze Milano 9 gennaio 2019)

La giovane artista Reverie deve il suo nome a La poetica della rêverie di Gaston Barchelard. Assecondando questa fatale predestinazione, il suo lavoro da sempre indaga il labile confine tra pensiero razionale e sogno mettendo a nudo i suoi stati emotivi e psichici nel corso di azioni performative o poetiche. Uno dei suoi ultimi progetti è librosogni, un libro d’artista (edito da Skira) concepito come diario onirico in cui per mesi ha annotato le sue visioni notturne, catalogandole per data e luogo di manifestazione. Il risultato è una sorta di autoritratto psichico, crudele e dolce allo stesso tempo, in cui pagine vergate con una grafia manuale sensibilissima e quasi illeggibile si alternano a fotografie sfocate e modificate a mano, in cui le parole diventano un elemento strutturale e grafico. Nei sogni complessi e labirintici dell’artista si mescolano disagi biologici, sentimenti, allucinazioni e amori, ma questi residui della sua esperienza personale vengono spontaneamente ricondotti dal lettore a concetti universali (come vita, morte e rinascita) che racchiudono la fragile vicenda esistenziale umana.

Emanuela Zanon: Ricordarsi con regolarità i sogni non è affatto facile perché solitamente la loro impressione dura solo alcuni istanti dopo il risveglio. Per realizzare librosogni (in cui racconti 99 sogni esperiti nell’arco di 8 mesi) hai dovuto seguire qualche disciplina particolare o la memoria onirica è un tuo dono naturale?
Reverie: librosogni è nato esattamente come un personale esercizio mnemonico. Non solo nomen omen, il tema del sogno è sempre stato per me campo fecondo di indagine che ho esplorato attraversando i più diversi studi e discipline. Due anni fa decisi, in parallelo con altre produzioni, di elaborare un personale alfabeto in relazione all’onirico ritenendo quest’ultimo il più sincero specchio della realtà, della società, dell’uomo. Così col passare del tempo, mentre lavoravo a nuovi bronzi e ceramiche e a nuove performance pubbliche che rappresentassero sogni collettivi, mi resi conto che da mesi non riuscivo a ricordare i miei sogni. Approfondendo gli studi, decisi di applicare a me stessa una serie di tecniche utili a registrare l’attività mentale frammentaria durante il sonno. Insieme quindi a queste pratiche, aprii il mio taccuino sulla cui copertina incisi “librosogni” e, malgrado alcune difficoltà iniziali, l’eccezione divenne un’abitudine: con ricorrenza riuscii a ricordare almeno qualche dettaglio o sensazione sensibile o persone coinvolte… Trascrivevo qualsiasi tipo di sogno così come nasceva; che si trattasse di un sogno a occhi aperti, di un incubo o di una memoria tattile lo riportavo di getto. Andando avanti ho capito che questo esercizio stava diventando un corpo di lavoro che poteva avere una funzione catartica e maieutica per tutti. Se infatti per le performance chiedevo al pubblico di mettersi a nudo, mi sarei sentita in difetto se anche io non mi fossi messa sullo stesso piano: questa è stata la prima ragione che mi ha indotto a condividermi senza censure. Progressivamente ho compreso che l’esperienza del singolo può essere un’esortazione collettiva a raccontarsi di più, a viversi di più senza nascondersi nemmeno a sé stessi. Tematica, quest’ultima, ancora più attuale in una realtà che è prettamente virtuale e fatta di maschere, sia a livello di imposizioni esterne e sia per scelte interiori. Il riflesso del sogno è il nostro vero specchio e non dobbiamo avere paura a guardarci davvero. A oggi alcuni di quei sogni sono diventati “sogni di seta”, grandi leggere bandiere che ho stampato su stoffa pregiata e fermato tra due vetri, chiuse in una particolare cornice a specchio: per riflettere ogni giorno su una visione onirica che può rappresentare un passato, un futuro, un presente. In generale, tornando al ricordo dei sogni come “dono”, solitamente mi accade di avere sogni anticipatori del quotidiano che mi portano a vivere in apparente anticipo le giornate che da lì a poche ore dovrò affrontare, o appuntamenti o incontri che si dovranno verificare. Risultano così veri che al risveglio a volte mi è capitato di pensare che fosse già tutto accaduto… In questo recente periodo di quarantena, ti confesso che non sono riuscita a sognare se non alcune recenti “illuminazioni” oniriche a partire dalla seconda fase dopo il lock down. E i tentativi di riprendere un esercizio di riscrittura sono stati frustranti. Nel letargo del Tempo che abbiamo vissuto, il mio rapporto sogno-veglia si è ancor più destabilizzato e non ho ritrovato nel suono delle ambulanze una dolce melodia che cullasse il sonno…

La percezione frammentaria del corpo che si ha in sogno si traduce nelle fotografie di librosogni in inquadrature di dettagli, come volto o mani, o in surrogati del corpo come la sua ombra, il cibo che lo nutrirà o le sue impronte nell’ambiente. Pensi che possa esistere una percezione veritiera del sé corporeo o che tutto sia una nostra proiezione mentale ed emotiva?
Da un lato sono convinta che i sogni siano in senso assoluto il più concreto specchio del nostro essere interiore. Per altro, ci raccontano il nostro vivere attraverso simbologie e rappresentano una chiave di lettura che apre non solo le porte universali delle nostre esistenze, ma anche di quanto di più personale si possa vivere. In sintesi credo che siano la proiezione di noi stessi: specchi assoluti e univoci dell’universale e del soggettivo. Per quanto riguarda nello specifico le immagini del libro a cui accenni, i “sogni fisici” sono opere uniche che realizzo a mano da cinque anni modificando stampe da pellicola in bianco e nero di grandi dimensioni (50×75). Per me rappresentano veri e propri sogni, catturati con uno scatto rubato. Questi lavori si configurano senza una definizione del tempo e del luogo in cui ho realizzato e modificato lo scatto; privi inoltre di uno specifico titolo diverso da “sogno fisico”. Penso che la percezione nel sogno, così come la visione di un’immagine in generale, rappresenti la verità di uno sguardo al di là della superficie, determinato dal momento, dalla sensibilità, dalle circostanze appena vissute, dal background… è assolutamente soggettiva e non risponde a verità assolute. Proprio in relazione a quest’ultima riflessione, solo alcuni dei miei scatti sono diventati “sogni fisici”; ho utilizzato una scrittura di getto che li modificava, rappresentando un pensiero del momento; istintivamente capivo di doverlo così esprimere in quell’istante immaginifico, senza legarlo al significato dell’immagine nel momento della sua realizzazione… Come un doppio gioco di creazione onirica: matrioske di sogni guidati.

L’introduzione della grafia manuale, che richiama certi aspetti performativi della Narrative Art e che qui a tratti si avvicina al disegno, corrisponde a una ricerca di autenticità. Come si riesce a conciliare la spontaneità con l’estetica?
Non ponendosi l’obbiettivo di conciliarla. L’estetica che prediligo nel mio lavoro di ricerca è quella del quotidiano, dell’apparentemente antigrazioso, dell’errore, del non perfetto… del vero. Ritengo che l’agire coerentemente, rispetto al proprio essere e pensare, conduca a un fare arte nelle più diverse direzioni in cui esso si riveli. Per quanto riguarda la mia esperienza, la cacografia, il brutto canto o lo scatto rubato, con la loro valenza concettuale e istintiva al tempo stesso, rappresentano una visione del mondo che sento significativa come sfera dell’arte vissuta e intensamente autentica.

In librosogni ricorrono alcuni simboli, tra cui la rosa che ti accompagna come un attributo, parafrasando la mitologia classica. Quale significato ha per te questo elemento e perché è così importante nel tuo lavoro?
Reverie dalla rosa eburnea? L’idea dell’attributo alla greca mi fa sorridere… Per quanto riguarda il significato emblematico in senso stretto, questo fiore mi accompagna fisicamente da cinque anni. Ho deciso infatti di indossare una rosa ogni giorno come dedica simbolica ad Arte, la donna che ho sposato [ndr: una performance privata, 6 luglio 2016, Prato, Archivio Carlo Palli]. Come Lei, la rosa è il fiore più abusato a tutti i livelli, portatore di molteplici significati. La rosa come l’Arte è multiforme e tale è la qualità più sintetica con cui descriverLa. In realtà quindi la rosa è come un’ombra in rapporto al mio lavoro. Penso sia paradossalmente corretto parlare di “epiteto” anche se spogliato dall’epicità ma per puro senso di praticità poetica. Ne fa parte in modo costante anche se silenzioso. Dalla rosa è nato un innesto: il “rosagiglio”. Ho donato infatti ad Arte la mia vita in purezza e quest’ultima parola rappresenta una parte importante di me e del mio percorso. Malgrado infatti il mio essere immersa nella vita, nella società e nel mondo di oggi e il mio impegno a realizzare opere attuali, posso nuotare in commistioni, visioni e incontri mantenendo però sempre viva un’intrinseca nota di purezza. Così la rosa bianca col petalo verde acerbo si è unita al giglio. Sono solita regalare rose come attimi: come le clessidre, anche il fiore scandisce il tempo e lo rappresenta e lo ricorda, diventando memoria una volta appassita. In casastudio a Milano ho una collezione di ricordi, ovvero di rose essiccate. Al momento la rosa che ogni giorno porto al collo è un mio test in bronzo (per una mia opera realizzata tempo fa) insieme ovviamente al profumo di rosa, la mia ombra-fisica-intangibile appunto…

Trascrivere in parole le evanescenti visioni dei sogni implica un processo di rielaborazione del vissuto onirico che nel libro si traduce in un’elastica simbiosi tra sogno e poesia. Quale rapporto intercorre secondo te tra questi due elementi?
Non ho un modo di scrivere immediatamente leggibile né dal punto di vista puramente grafico, come si può vedere nel “librosogni” stesso, né a livello di fraseologia e composizione del discorso. Anche in un semplice messaggio di saluto mi perdo nel neologismo, nella non-convenzione della punteggiatura, nell’armonia disarmonica di inversioni di parole, nella sinestesia usata con semplicità…

Tendo l’elastico
Tra sogno e poesia
E sorrido giocando a vivere
Guardo specchi deformanti: allungano, rimpiccioliscono, fanno enormi le estremità e piccolissima la testa, il sorriso o il broncio diventano infiniti… e così mi guardo me.
Senza più deformazioni. Mi informo di me.
Senza rielaborazioni. Ti informo di te.

Così è come ti avrei voluto rispondere di getto se non fosse stata un’intervista pubblica ma solo un nostro scambio intimo. Anche se scrivo di getto, scrivo poesia. È così per quanto riguarda queste immediate scritture dei sogni appena avuti in dono e memoria non c’è stato alcuna traduzione: come sono apparsi così li ho riportati di getto nei minuti successivi e allo stesso modo sono andati in stampa. Non c’è stato nemmeno il tramite tecnologico di una scansione. Erano già file pdf che non potevano essere modificati: sin dall’inizio mi sono imposta di non censurarmi mai o di non cambiare nessuna parte dei contenuti anche se si trattava di visioni negative come stupri o inferni dell’anima… Dovevo essere io, nuda davanti all’occhio collettivo. Solo mantenendomi pura nell’intero percorso avrei potuto davvero raccogliere un corpus che non fosse altro che specchio per altri corpi. La rielaborazione di cui tu mi chiedi e che io interpreto nell’intrinseco rapporto di trasformazione da immagine a parola è stato naturale e vivo. Se volessimo parlare invece in senso generale del rapporto tra sogno e poesia allora potremmo piacevolmente deliziarci all’Infinito con citazioni di questa intensa storia d’amore…

Negli ultimi mesi attraverso un apposito format sul tuo sito stai invitando le persone a raccontarti per iscritto i loro sogni. Come utilizzerai questa preziosa collezione di nuove visioni oniriche?
Due anni fa ho sognato un luogo di Milano che mi attrae fortemente a sé e che si trova vicino alla mia casastudio: su un palco della poesia potevo realizzare un lungo canto con un unico corpo-voce che a cappella facesse risuonare i sogni, gli incubi, i sogni a occhi aperti di singole persone in un canto collettivo. Quando ho iniziato a voler fare del mio personale linguaggio onirico una serie di performance (“Sogni”) e opere (“oggetti da sogno”), è nata “The Sleeping Muse”. Ogni mio lavoro ha un testo e un gesto originario. In questo caso è nato tutto dalla trascrizione di quel sogno e dalla realizzazione di una mia “musa dormiente”: un’opera unica in bronzo, attualmente in collezione privata, che non è altro che un innesto tra elementi naturali e un calco al vivo del mio volto. Dalla perfezione di Brancusi, una delle sue opere che più accompagna il mio vedere onirico, all’umanità di un volto e alla caducità della natura fino al desiderio di cogliere proprio nel sonno profondo il momento del sogno più intenso che c’è, il viaggio nel nostro sé. Ecco spiegato il titolo. Da gennaio 2020 sto raccogliendo, attraverso il format che citavi (http://www.reverieinarte.com/coro-di-sogni/), i sogni di chi vorrà far parte di questo prossimo lavoro. Ci tengo a dire che fino ai primi del prossimo settembre l’invito è caldamente rivolto ed esteso a tutti. È possibile inviare il proprio sogno anche in forma anonima e va benissimo riempire solo gli spazi che si desidera: obbligatoria infatti è soltanto la trascrizione del ricordo. La seconda parte di questa raccolta vedrà la luce a settembre quando, per la prima volta, leggerò gli scritti e canterò in libertà i sogni ricevuti. Sarà un momento intenso. Come per ogni mia performance, lavorando con l’empatia e credendo che l’azione debba essere un momento di vita vissuta col pubblico, non ci saranno prove ma tutto accadrà così come deve in quel preciso istante. Come avrai intuito dalle mie precedenti risposte, anche l’errore, la stonatura, la voce rotta, il respiro che manca saranno forme di una nuova melodia. E come ogni mia performance, anche questa verrà sintetizzata in un’opera finale. Sto lavorando affinché possa essere di più facile fruizione possibile come “librosogni” appunto, il mio secondo libro d’artista che – a differenza del primo, che si trova solo in collezioni private e archivi d’arte – può potenzialmente raggiungere lo sguardo di tutti. Ora mi rendo conto che quest’ultima frase può essere interpretata davvero come un giovane sogno… ma lasciatemi le mie rêverie.

For all the images: Reverie, librosogni, 2019 courtesy dell’artista e di Skira Editore




Lorenzo Mariani. Dal silenzio alla parola

In Piazza San Marco a Venezia gli spazi della Fondazione Bevilacqua La Masa ospitano dal 24 giugno al 30 agosto “Dal Silenzio alla Parola”, mostra antologica dedicata a Lorenzo Mariani e curata da Sabino Maria Frassà. Dopo Milano, Dubai, Parigi e Los Angeles Art Fair, Venezia ospita una mostra che celebra il percorso artistico del fondatore della “TypeArt”, corrente artistica incentrata sulla liberazione delle lettere a stampa. La rassegna ripercorre la carriera dell’artista come se fosse un percorso di catarsi orientato a trovare la “Parola” che riempie ogni giorno il “silenzio” della vita quotidiana. La sua pittura, come è emerso nella mostra milanese da Gaggenau Hub “Out of Words” parte dalla volontà di desemantizzare l’oggetto consumistico e il suo messaggio pubblicitario, scarnificando un concetto a una mera griglia dove l’atto di mercificazione viene annullato dalla bellezza e composizione degli elementi. L’urgenza di comunicare, frutto anche dell’emergenza sanitaria che abbiamo vissuto, ha portato la riflessione a ripensare anche la sua arte a ricercare e ritrovare quella “parola” che solo qualche mese fa nella mostra milanese l’artista sembra aver perso.

Abbiamo approfondito queste tematiche porgendogli qualche domanda.

Venezia è la città della tua formazione giovanile: nel 1980 hai lasciato l’Accademia di Belle Arti dove seguivi i corsi di Emilio Vedova per conseguire la laurea in architettura e addentrarti nel mondo della pubblicità. Come ha influito l’approccio gestuale ed espressivo del tuo Maestro in questo successivo percorso, molto più razionale e controllato?
L’arte pura era un lusso mentale che non potevo permettermi. Avevo bisogno di bilanciare la fantasia con la logica: l’architettura è una scienza che in sé ne incorpora molte altre. Praticamente ho lasciato la discesa libera per lo slalom gigante. Amo e ricerco i limiti, coltivo la disciplina, poiché la mia natura sarebbe il contrario. La cosa in comune dietro ogni progetto creativo è il metodo. Chiedi pure agli chef. Progettare un ospedale o una chiesa ha la stessa metodologia che fare un risotto. Creare una campagna pubblicitaria per un’auto o per una supposta richiede gli stessi percorsi progettuali. L’analisi della situazione. La sintesi. L’obiettivo. La strategia. Il concept. E l’esecuzione. Semplice. Emilio Vedova era appena arrivato all’insegnamento all’Accademia. Aveva una energia inesauribile, amava ed era amato. La sua personalità era per molti allievi soverchiante; difficile resistere e mantenere il proprio stile. Ho avuto molti maestri, nella mia vita. In pubblicità ad esempio era Armando Testa. Li amo tutti, ma resto sempre un allievo. Sarò me stesso solo imparando fino al mio ultimo giorno qui, sul pianeta Terra.

Che cosa sono per te le lettere, che costituiscono il codice fondante della tua pittura e della corrente “TypeArt” che hai fondato?
Le lettere sono pezzi di architettura, sono frammenti di parole, briciole di poesia, avanzi di grammatica, segni combinati in ordine casuale. Sono schiave della logica e della funzione, ma ora le abbiamo innalzate a opere d’arte a sculture come quelle che ho proposto nella mostra “Out of Words” da Gaggenau Design Elementi Hub a Milano. Sono la possibilità interpretativa, sono l’innesto tra segno e disegno, tra significato e significante. Sono la fusione tra geroglifico e emoticon. Sono democraticamente promosse al rango di un paesaggio, ritratto, natura morta. Sono i nuovi territori dell’arte, iniziate dai cubisti con frammenti di giornali nelle loro tele, sgrammaticate e trasformate in suono dai futuristi, diventate appunto e schizzo nelle opere di Cy Twombly e finalmente sdoganate da Basquiat, che le cancellava per sottolinearle. Le lettere sono piastrelle di una parete scoordinata. Sono tessere di mosaico che seguono le logiche del caso.

Il tuo percorso professionale e artistico è incentrato sull’unione tra forma e contenuto, intesi come estremi di un pendolo in continuo divenire. Pensi che la forma implichi in sé un proprio contenuto specifico o che i due elementi possano esistere anche l’uno senza l’altro?
Lo stile di una persona incuriosisce, ma è il carattere che affascina. Il rapporto che stabiliamo è con l’idea, con il concetto. La sola forma è borotalco. La forma e il contenuto sono tema di un dibattito mai chiuso e mai risolto, dalla filosofia del secolo scorso al post modernismo. Si discute molto se l’arte sia forma o contenuto, e che questo ha bisogno di quello. A me interessa il concetto. L’essenza. Il tema. Senza di questo qualsiasi oggetto è privo di anima. Il concetto obbligatoriamente si esprime attraverso una forma. Ma la forma senza concetto ha la fascinazione del vuoto. L’Oceano può vivere senza le onde, ma le onde non esistono senza l’oceano.

Quali elementi determinano il funzionamento del rapporto tra forma e contenuto nel linguaggio e nella comunicazione?
L’idea del pendolo tra forma e contenuto è un’interpretazione del curatore Sabino Maria Frassà che ha imparato a conoscermi, raccontarmi e spiegarmi negli anni. A volte mi fa ridere, spesso mi incuriosisce e affascina: imparo e impariamo gli uni dagli altri, anche artista e curatore. Questo pendolo dipende molto dal tempo e dal contesto storico: pensiamo a quello che stiamo vivendo noi. Anche io son passato dall’Out of Words (senza parole) della mostra milanese alla voglia di vita e gioia con l’arte pubblica sui tram. Perciò se c’è un elemento è il metodo dell’analisi della realtà che parte dall’ascolto.

Il successo pubblico è arrivato per te molto presto come art director nella pubblicità. Quale impulso ti ha spinto ad avvicinarti di nuovo alla pittura?
Mi considero una persona molto fortunata. Davvero. Come creativo non ho mai sofferto, nemmeno nelle difficoltà di competizione. “Non si può andare d’accordo con gli altri se non si va d’accordo con sé stessi” diceva Sri Yogananda. L’atto della creazione è un fatto naturale, spontaneo. Non c’è sforzo nel germoglio che cresce o nella rosa che profuma. Negli anni ‘80 e ‘90 fare il creativo era la cosa più trendy e redditizia del mondo. In questi 40 anni ho vinto più di 400 premi. Mondo bellissimo. Ma ora quel fiume si è seccato, e il vento ha cambiato direzione. La tecnologia ha la superbia di usare la creatività come un algoritmo. E lo può anche fare. Solo che il risultato finale è la omologazione globale. I big data posso anche riprodurre un dipinto di Rembrandt basandosi sulle memorie delle sue pennellate. Ma non sarà mai Rembrandt. Il genio presuppone il salto delle logiche convenzionali. Il coraggio si sente a disagio in mezzo ai byte. Mi sono avvicinato di nuovo alla pittura, mi chiedi. In realtà non l’ho mai lasciata. Solo che dipingevo di notte, in silenzio, con bianco. Senza mostrare nulla a nessuno. Perché non ne sentivo il bisogno.

Cosa hai imparato dalla cultura orientale e dal suo raffinato culto della calligrafia?
L’oriente è l’unica speranza per l’occidente. Ora che abbiamo tutti gli oggetti che ci servono e specialmente siamo pieni di quelli che non ci servono, stiamo scoprendo che quello che manca sta dentro. Durante il lockdown sono andati a ruba i tappetini per fare Yoga. Il silenzio ti costringe all’introspezione. Che cosa ho imparato? A mangiare meglio, a non uccidere, a rimanere calmo, a coltivare la felicità in ogni momento, a trovare del bello in ogni cosa. Anche nelle tue domande. Studiando calligrafia cinese a Pechino ho apprezzato la bellezza di usare il pennello per dipingere lettere, che scrivere sarebbe un verbo sbagliato. Ma la cosa che mi fa impazzire è la sintesi. Gli ideogrammi sono i marchi dei secoli passati.

Dopo aver lavorato per venti anni nel più totale silenzio e riservatezza, difendendo le tue opere dal clamore della pubblicità, hai deciso di condividere la tua ricerca artistica rendendola pubblica. Cosa ti ha fatto capire che era arrivato il momento giusto e cosa invece ti tratteneva prima?
C’è un momento in cui senti che il fiume è arrivato al mare. Lì smetti di stare da solo e inizi a condividere.

L’installazione di AlphaCube è un’opera immersiva e interattiva, un’ambiente tridimensionale in cui anche l’uomo può provare a “essere lettera”. Pensi che svilupperai ulteriormente questo approccio partecipativo all’arte in altri lavori?   
Alphacube è il dipinto che ti abbraccia, diventa pavimento, parete e soffitto. Non avevo idea di come con un semplice ragionamento così avrebbe incontrato un tale successo, anche al di là del significato che gli avevo dato, anche al di là delle riflessioni condivise ed elaborate con Frassà. Era un’opera fortemente concettuale, l’inverso del white cube e una satira al mondo dell’arte: dov’è l’arte? Tutto è dadaisticamente arte. Eppure a Los Angeles c’era la fila per fare i selfie dentro il cubo. Gli sguardi tornavano bambini, trovare le lettere vuol dire trovare il proprio nome, la propria storia. Cercare una interpretazione dei miei Type diventa un dialogo, ma anche un gioco, un rimando, un nascondino. Insomma una forma di partecipazione. Certamente svilupperò altri elementi immersivi. Sto pensando al una grande gabbia bianca da cui volano via, come foglie al vento, moltissime lettere colorate. Una voliera ottocentesca.

Info:

Lorenzo Mariani. Dal silenzio alla parola
a cura di Sabino Maria Frassà
24 giugno – 30 agosto 2020
Fondazione Bevilacqua La Masa
Marco, 71/C, Venezia

Ritratto di Lorenzo Mariani

Lorenzo Mariani, ADVISUAL 30, Los Angeles, 2014, acrylic, chalk, graphite paste on canvas

Lorenzo Mariani, Type Visual F, mixed media, 2016

Lorenzo Mariani, ALPHATYPE, Milan, 2019, mixed media on canvas

Lorenzo Mariani, Alphacube, 2019




Matt M. Relox: dalle Filippine con amore per l’arte italiana

Matt M. Relox è un artista sui generis, devoto a Dio, all’arte italiana e alla sua perseveranza e passione per l’arte, nata quando era un ancora un bambino e disegnava con una foglia di banana. Ora dipinge soggetti che incutono tenerezza e amore avvalendosi di uno stile tra il propagandistico e l’immaginario retrò per un’estetica che incuriosisce chi osserva le sue opere. Opere che trasudano ironia ma anche speranza per un mondo confuso e amorale, in cui l’arte spesso sembra essere dissacrante e mistificatrice, al servizio del cattivo gusto e del culto dell’individualismo gonfiato dal mercato dell’arte contemporanea. Ma dire che la globalizzazione stia appiattendo tutto e che la tradizione sia scomparsa è una menzogna: i figli nati dalla reinterpretazione di questi due poli possono essere molto interessanti, proprio perché calpestano un limbo, una soglia indefinibile in cui può succedere di tutto.

Probabilmente questo lo pensa anche Matt M. Relox che di certo non è, per anagrafe, uno dei figli di queste due istanze ma che certamente ama la Tradizione e fa arte per contemplare Dio, praticando il potere dello Spirito per onorarlo. Nel percorso artistico di Relox è rilevante il fattore religioso, tenendo conto che le Filippine, la cui cultura nasce dalla mescolanza delle influenze straniere con gli elementi indigeni, sono l’unico paese asiatico a maggioranza cristiana, sebbene non manchino comunque importanti minoranze musulmane.

La cifra stilistica di Relox è racchiusa nella delicatezza e nella tenerezza (come si vede dalle opere Echo park in the heart of Los Angeles, How to fly the kite e Waiting for the date) e nell’uso soft del colore:  inchiostro, pastello ad acquerello, pittura ad olio e acrilico. Il risultato ottenuto porta l’artista filippino a praticare non solo tratti e colori tradizionali ma anche ad avvalersi di colori più brillanti su tratti sottili, utilizzando anche il cross hatching sulla penna ad inchiostro. Matt M. Relox è stato insignito del Gawad America Award night al Celebrity Center Hollywood nel 2019.

Quando ha iniziato a dipingere?
Ero un ragazzino: ho iniziato a interessarmi all’arte tramite mio padre. Mio padre mi mostrò come disegnare una testa maschile e una spalla, in posizione laterale. Mi catturò quel momento, attirò il mio interesse mentre mio padre cantava interpretando le forme fedeli al testo della canzone fino a quando non smise di cantare proprio mentre il disegno era finito. Sfortunatamente non ricordo la canzone. A quel punto nessuno poteva impedirmi di disegnare ogni volta che volevo; vivevamo in fattoria per la maggior parte del tempo, quindi non avevamo alcun materiale artistico per disegnare sulla carta e nemmeno una matita. Quindi usavo una foglia di banana. Su un lato della foglia c’è una superficie bianca su cui puoi disegnare usando un qualsiasi oggetto appuntito. A volte facevo un disegno nel terreno, o sul muro usando un pezzo di legno bruciato (alla fine del bastone c’è del carbone naturale), da allora non sono ancora riuscito a capire dove quel sogno ha intenzione di condurmi.

Come definirebbe la sua arte?
La mia arte è apprezzamento di Dio e della sua gloria. Il Dio che ha creato il mondo intero, ha creato l’incredibile bellezza dell’essere umano, la bellezza interiore che possiamo sentire e testimoniare, la sua grandezza, i colori dell’universo, le forme che possiamo vedere intorno a noi. Non c’è dubbio che questa sia la ragione ultima per me per dipingere ogni volta la sua grande creazione. Le persone cambiano, e il cambiamento sembra essere un danno per la gente, i fiumi e anche l’oceano. Nella mia arte, almeno, posso provare a preservare questa verità sulla tela per i benefici delle generazioni successive.

Ci sono artisti a cui sei particolarmente ispirato?
All’inizio della mia carriera conoscevo i grandi maestri italiani come Michelangelo e Leonardo; a quel tempo non avevo idea degli artisti locali e della loro pittura realistica, un tocco pittorico a cui mi ispiro anche per le mie esecuzioni.

Che valore ha l’arte in Oriente e specialmente nelle Filippine?
Un aspetto molto importante è la ricerca di spiritualità: se l’asciugamano dato da Veronica per asciugare il sudore del Messia fosse stato perso, i cristiani non avrebbero idea del suo aspetto. È in noi, una fede che potrebbe spostare una montagna. Nelle Filippine le persone sono consapevoli di avere un talento nell’arte equivalente, ai maestri in Europa, che le mette sul loro stesso piano. Dipingere è un dono molto prezioso perché è l’unica capacità universale di creare qualcosa dal nulla.

La religione delle Filippine è multicolore, a quale si sente di appartenere di più?
Dal punto di vista religioso gli abitanti delle Filippine si suddividono in cattolici cristiani, evangelici e musulmani. Appartengo alla razza marrone come gli apostoli e i profeti che furono chiamati per la prima volta Cristiani ad Antiochia.

L’esperienza che le ha dato maggior soddisfazione?
Provo molta soddisfazione quando qualcuno apprezza i miei lavori e li riconosce. Mi allevia dalle fatiche di essere un artista. È stata per esempio una grande sensazione trovare un critico d’arte come te.

La tenerezza e la serenità sembrano essere impresse sui volti dei suoi protagonisti. Le piace vedere l’umanità in questo modo?
La tenerezza dovrebbe essere coltivata da tutti, ogni singola persona dovrebbe farlo. Si può concordare sulla tua impressione riguardo i volti dei miei personaggi in quanto ognuno di noi ha un’idea di cosa possa intendere l’altro anche quando dipinge e di solito immagina di vedere dallo spazio la terra come un organismo pacifico e calmo dove non c’è conflitto. Moltiplica per il numero di persone che la pensano in questo modo, esse possono influenzare con il pensiero il loro prossimo.

Cosa ne pensa dell’arte americana contemporanea, in virtù del fatto che lei vive negli Stati Uniti?
La mia interazione di spiriti con le arti contemporanee americane mi aiuta a diventare più forte praticando il potere dello spirito dell’artista che appartiene a tutti, a tutti gli artisti, indipendentemente da dove ci troviamo sulla terra. Nella creazione siamo stati creati secondo la Sua immagine, nel senso che se il Dio è il grande creatore, allora abbiamo il potere e l’abilità, l’eredità artistica nello spirito. L’unica differenza ora tra lui e noi è che stiamo creando cose da cose che ha già creato.

Sogni da realizzare?
Sogno di essere conosciuto come artista. Ma so che per poter varcare la porta del successo ho bisogno di mecenati.

Foto ritratto di Matt M. Relox

Matt M. Relox, A quick mind scape, painting oil on canvas

Matt M. Relox, Waiting for the date, oil on canvas




L’art star Romero Britto: la visione delle cose tra serialità e ottimismo

Ottimismo, sinergia, vivacità, amore, cromatismo vibrante, serialità: è questa la cifra contenutistica e stilistica del celebre artista pop brasiliano che vive a Miami, Romero Britto, il quale avvalendosi di un messaggio e di un linguaggio di speranza universale, propone un’arte di disarmante ingenuità, che ci fa riscoprire bambini.
Romero Britto ha iniziato come autodidatta il suo percorso artistico affiancandosi agli street artist e prendendo spunto dalle loro forme e dalle loro tecniche. In questa prima fase le opere di Romero Britto sono realizzate su materiali di recupero come ritagli di giornali e pezzi di cartone. Ma solo durante un viaggio a Parigi l’incontro con le opere di maestri quali Matisse e Picasso gli permette di personalizzare la sua tecnica arrivando a precisare il suo stile inconfondibile.

Le opere di Britto sono state esposte in gallerie e musei di oltre 100 paesi, tra cui la mostra in occasione del Salon de la Société Nationale des Beaux Arts al Carrousel du Louvre nel 2008 e nel 2010.  Nel 2013 Romero Britto è stato il primo artista vivente a esporre al Museo Soumaya a Città del Messico. Ha realizzato numerose installazioni di arte pubblica tra le quali spicca la scultura per l’Hyde Park di Londra, la più grande nella storia del parco; è stato artista ufficiale per i Mondiali di calcio del 2010 e ambasciatore della Coppa del Mondo FIFA 2014 in Brasile.

Simile a Roy Linchtenstein e a Keith Haring che contornano le figure con un tratto spesso e nero, l’arte di Romero Britto tende alla semplificazione che si rifà al cubismo e alla street art, e al riduzionismo e alla ripetizione delle figure. Ma cosa ha decretato lo straordinario successo dell’arte di Britto? L’immediata riconoscibilità e identificazione da parte di chi osserva le sue opere, di grande impatto visivo e ovviamente un’importante standardizzazione e marketing, supportati dalla presenza di un discorso forte, uno slogan che arriva a tutti. Quella di Britto è un’arte aperta ma allo stesso tempo responsabile.

Sorrisi, cuccioli, facce gioiose, popolano i lavori di Britto la cui monotonia è diventata stile di mercato, marchio di fabbrica e sinonimo di successo. Britto è un poeta del colore: non un narratore di storia, a lui interessa emozionare e rallegrare qui e ora il visitatore di una sua mostra o un acquirente di una sua opera. Senza dubbio Romero Britto è un abile imprenditore di sé stesso ma di lui colpisce la tendenza a distaccarsi da certi approcci nichilisti e osceni propri dell’arte contemporanea che tenta di rappresentare l’invisibile. Britto ci mostra un pezzo di mondo che spesso snobbiamo o ridicolizziamo; ci dice che l’arte non è solo quella cosa che scoperchia i pezzi di mondo inosservati intorno a noi, ma illumina anche l’oscurità che è dentro di noi, mostrando una cosa nota come se fosse la prima volta, come può essere un cuore. Il fine dell’arte non è forse anche quello di darci una sensazione della cosa, sensazione che deve essere visione, e non solo riconoscimento? Romero Britto ci cambia le lenti degli occhiali per farci scoprire quello che vediamo quotidianamente.

Come spiega il suo straordinario successo?
Penso che il successo sia ciò che facciamo, perché ciò che mi piace e ciò che mi fa svegliare la mattina è andare nel mio studio a creare immagini. È qualcosa che ho in comune con il resto del mondo. Tutti vogliamo stare bene. Tutti voi volete essere rispettati. Vogliamo sentirci come se tutti fossimo degni di vivere e che siamo qui per qualcosa. Pertanto, quando vengo nel mio studio, sono felice e penso positivo e inserisco questa positività nel mio mondo. Le persone lo vedono e reagiscono di conseguenza. Ecco perché il mio successo è dovuto al fatto che la gente sente che la mia è arte.

Cosa pensa e spera che le persone abbiano capito di più sulla sua arte?
Penso che la maggior parte delle persone abbia capito è che non importa da dove vieni, quale religione, che background culturale hai, importa il desiderio di essere amato e amare, e l’espressione di tale desiderio. Vorrei che anche chi non considera l’amore, la comprensione e la compassione come priorità nella loro vita, possa comprendere che l’amore è tutto quello di cui mi occupo.

La pop art può anche essere “introspettiva”?
Penso che siamo in grado di essere cose diverse nei diversi momenti della giornata. A volte possiamo essere molto estroversi, molto introspettivi. A volte possiamo essere più o meno chiari. La realtà spesso è confusa e caotica. Sembra non esserci niente di stabile. Siamo fragili e vulnerabili.

Si ricorda il suo primo lavoro artistico?
Ricordo molte opere, ma non esattamente il primo pezzo d’arte. Ricordo il primo pezzo d’arte che ho visto. La prima opera d’arte che ho creato da bambino è stato molto tempo fa.

Cosa ne pensa della pubblicità seriale? Non crede che il branding di un’opera d’arte sia in un certo senso “umiliante” per l’unicità dell’opera stessa?
Penso che dovremo sicuramente adattarci ai cambiamenti e che sia necessario prestare più attenzione all’arte. E credo che un’opera d’arte dovrebbe essere in prima pagina nei giornali come le notizie principali o apparire in TV in prima serata, ma, sfortunatamente, questo non succede. Quindi dico sicuramente: non vederla come una cosa negativa!

Andy Warhol ha affermato che la pop art è un modo di amare le cose. È d’accordo?
Sì, è un punto di vista interessante e ha senso: le masse, le persone nelle strade, a casa e in gruppo, amano certe cose perché esprimono loro stesse. Le persone adorano la riciclabilità e serialità e vogliono che si riproduca e ripeta  continuamente.

Il momento più brillante e gratificante della sua carriera?
Ci sono ancora molti momenti nella mia carriera che adoro e che mi fanno divertire. Penso ad esempio alla mia enorme scultura ad Hyde Park, la più grande installazione artistica nella storia del parco. È stato davvero speciale avere la scultura pubblica lì, a Londra. E poi i taxi con la mia arte sopra. È stato un momento davvero esaltante per me. È come avere passato e futuro che confluiscono nello stesso posto. Quindi è stato davvero fantastico. Ci sono così tanti momenti. È davvero difficile da spiegare. Ho un bellissimo ricordo di Londra.

La sua arte trasmette positività, allegria, ottimismo. È la sua natura, la sua volontà di trasmettere messaggi gioiosi? E come descriverebbe l’emergenza sanitaria globale che stiamo vivendo?
Sono un ottimista. Sfortunatamente, ci sono così tanti ostacoli lungo la strada che rendono la nostra vita impegnativa. Noi esseri umani siamo uniti dalle nostre differenze culturali e dell’educazione, aspetti che definiscono la nostra identità e che ci hanno portato a dove siamo oggi. Dobbiamo affrontare i cambiamenti e capire cosa sta succedendo, per poi prenderci cura di noi stessi e assicurarci che il nostro mondo di domani sia al sicuro.

Lei è brasiliano e lavora a Miami, esiste una diversa concezione dell’arte tra Brasile e Stati Uniti?
Penso che l’arte sia ovunque e alla fine della giornata il pubblico è presente nelle opere che ha guardato. L’arte è universale e il vero artista può solo affrontare questa sfida: che poi la sfida sia messa in atto in Brasile o in Texas quello che conta è la volontà di diffondere il proprio messaggio.

Cosa pensa dell’arte italiana? Quali artisti apprezza di più?
Ho in mente così tanti artisti italiani che amo, a partire dai grandi maestri del passato come Michelangelo. Intendo dire che ci sono così tanti artisti italiani che nel corso degli anni, hanno dato un contributo così grande per l’arte. L’Italia è ricca di cultura. La galleria Deodato sta vendendo il mio lavoro in Italia e ogni volta che qualcuno dall’Italia acquista una mia opera, mi sento molto orgoglioso e onorato perché è come se ci fosse un pezzetto della mia arte ogni giorno nella vita delle persone in Italia.

Quando sta per progettare e costruire un’opera, pensa immediatamente alla sua commerciabilità?
No, quando creo un’opera d’arte, sicuramente non sto pensando a cosa verrà subito dopo. Non posso saperlo, non sto calcolando nulla. Ma sono stato molto fortunato che la mia arte piaccia davvero alla gente.

L’opera più divertente che le è stata commissionata?
Il lavoro più divertente che mi è stato commissionato … Direi che è stato anche un grande flop: quando pronunciai un’orazione con il vestito di Dolce Gabbana per una sfilata. È stato molto divertente.

A cosa sta lavorando adesso? Può anticipare qualcosa?
Sto lavorando a molti progetti. Così tanti, dal digitale, a progetti per la televisione fino ai cartoni animati, passando per la moda. Sono abituato a fare tante cose contemporaneamente e succede così tanto nel mio studio ogni giorno.

Info:

www.britto.com

Romero Britto nel suo studio

Romero Britto, Couples and music, serigrafia digitale su tela, 76 x 101 cm

Romero Britto, Dutch icon, serigrafia digitale, 101 x 76 cm

Romero Britto, Flying love, 2007, acrylic on canvas, 48 x 60 cm

Romero Britto, Timeless, serigrafia su tela, 2019, 152 x 121 cm




Fulvio Morella presenta Deep Oval al Fuorisalone.it

Il Salone del Mobile di Milano, prima rinviato da aprile a giugno, poi annullato del tutto, quest’anno non si terrà a causa della pandemia globale e con la fiera slittano anche il Fuorisalone e le migliaia di appuntamenti che ogni anno fanno da corollario alla manifestazione. Nell’attesa di celebrare nel 2021 il 60° anniversario della manifestazione, anche la Design Week, come hanno fatto le principali rassegne artistiche internazionali negli ultimi mesi, si riversa nel web. Dal 15 al 21 giugno il portale Fuorisalone.it inaugura una piattaforma aperta a tutti con vari format inizialmente progettati in relazione all’evento e che ora saranno dedicati alle anteprime dei marchi, ma anche a mostre, formazione e networking.

Tra gli artisti coinvolti in questa nuova kermesse digitale segnaliamo Fulvio Morella, che presenta qui il progetto Deep Oval, incentrato su una serie inedita di opere tornite, realizzate durante la quarantena, che indagano la profondità e la forma dell’ovale tra Fontana e op art. La mostra virtuale è a cura di Cramum, progetto non profit che sostiene le eccellenze artistiche in Italia e all’estero. Per saperne di più, abbiamo posto all’artista alcune domande.

Camilla Pappagallo: Deep Oval arriva dopo il successo del ciclo Square the Circle appena presentato al Virtual Design Festival e ispirato a Leonardo da Vinci. Gli incavi ovali che caratterizzano questo nuovo ciclo di opere rimandano alla forma dell’uovo e si ispirano all’arte optical di Victor Vasarely e alla serie “La Fine di Dio” di Lucio Fontana. Quali aspetti hanno secondo te in comune questi due artisti e perché costituiscono dei punti di riferimento per la tua ricerca?
Fulvio Morella: Hanno in comune senz’altro la profondità e l’andare oltre la rappresentazione del mondo per come lo percepiamo. A me dell’arte affascina proprio il raccontare non la realtà per quello che appare ma per quello che cela. Entrambi i Maestri hanno visto nella sfida per superare la bidimensionalità della tela una possibilità per andare oltre i limiti e le convenzioni, che è un qualcosa che sento molto mio e che mi rappresenta. Con queste nuove opere ho voluto raccontare a mio modo la profondità rendendo omaggio ad artisti che mi hanno intrigato e spinto ad andare oltre i limiti tradizionali della mia tecnica, la tornitura del legno. Deep Oval sono opere autoportanti che possono essere viste dallo spettatore in modo frontale come se fossero dei quadri. Ho così cercato di enfatizzare la profondità dei tagli delle “attese” di Fontana con l’arte optical e il colore di Vasarely. L’ovale poi senz’altro richiama l’uovo e di nuovo Fontana. Io però non ho rappresentato un uovo, ma ho registrato nel legno il negativo dell’uovo, ho tornito l’impressione di un uovo ideale.

I tuoi lavori sono oggetti-scultura in cui la funzione è esplicitata da pochi essenziali andamenti formali, ma nulla appare didascalico e ogni creazione, nel momento in cui non viene utilizzata, è anche un’entità autosufficiente. Quale percorso mentale segui per raggiungere questa estrema sintesi?
Sono un grande osservatore e parlo poco. Penso e progetto molto. Chi lavora il legno è costretto a procedere per sottrazione, perché la forma è data dal togliere, dall’arrivare al nocciolo. Io a questo togliere aggiungo quella profondità intesa come l’andare oltre: mi interrogo sempre su come superare quelli che reputo essere limiti tecnici del legno e della tornitura. Deep Oval nasce così ad esempio dal constatare che da tornitore la mia attenzione progettuale finiva spesso al centro, all’incavo sempre circolare. Ho voluto scardinare questa tradizione e realizzare opere il cui centro fosse un ovale, che mi ricorda molto la forma dell’uovo. Ci ho lavorato per mesi, ho progettato e realizzato dei macchinari e alla fine ho realizzato meno di dieci opere. Compreso come superare il limite, mi pongo un’altra sfida e per questo non realizzo mai troppe opere dello stesso ciclo. Il momento della tornitura è infatti la conclusione di uno studio sulla forma e sulle possibilità della tecnica e della materia.

Quanto sono importanti nella tua ricerca i valori tattili e visivi delle superfici?
Fondamentale è la commistione di sensazione visiva e tattile. Per me le sculture andrebbero sempre toccate. So che è difficile, quasi impossibile da realizzare, ma come si può pretendere di conoscere una scultura senza toccarla? Si ha un’esperienza dell’opera tronca e incompleta. Proprio per questo un Maestro, oltre che un caro amico con cui ho collaborato in passato, è Franco Mazzucchelli: lui ha cominciato abbandonando le sue opere affinché la gente potesse viverle, toccarle, anche distruggerle.  Io nel mio piccolo invito sempre le persone a toccare le mie opere e vedo sempre che è un’esperienza che arricchisce lo spettatore.

Trasferire nell’arte contemporanea l’antica arte della tornitura è forse la sfida più intrigante e peculiare del tuo lavoro. L’accostamento tra le cromie industriali, le naturali venature del legno e l’inserto di materiali metallici genera un inaspettato senso di armonia. Come riesci a dosare le intensità di elementi così contrastanti tra loro?
Con tanto lavoro di progettazione e selezione del lavoro finale. Come detto io vado per sottrazione, non è possibile né rimediare agli sbagli né improvvisare. Studio lungamente ogni opera prima di realizzarla, conciliando sempre i limiti del legno – tecnicamente chiamata “torta” – con le caratteristiche di ogni pezzo. Credo sia poi normale e giusto sbagliare e sperimentare: ho imparato a buttare ciò che non mi convince o i pezzi che si rompono nel tentativo di superare i “limiti” della materia. In dialetto valtellinese si dice “diventà puntei de pignati” (puntelli per le pentole sulla stufa, vale a dire diventare legno da ardere).

Un progetto espositivo digitale ha il vantaggio di raggiungere un numero potenzialmente illimitato di visitatori, anche se la visione a distanza inevitabilmente rende l’esperienza più fredda e astratta. Quali stimoli ti ha dato l’opportunità di questo inusuale format espositivo?

Fulvio Morella, Deep oval in progress, 2020. Tovo di Sant’Agata (SO)

Fulvio Morella, Deep oval in progress, 2020. Tovo di Sant’Agata (SO)

Fulvio Morella, Deep oval in progress, 2020. Tovo di Sant’Agata (SO)

Fulvio Morella, Deep Oval, amaranto, ebano, 2020

Io ho la fortuna che, su invito di Cramum con cui collaboro da due anni, ho aperto da tempo un profilo Instagram che oggi ha 6000 followers e che ho costruito come sono io: molto rigoroso e austero in cui ripropongo la stessa opera sotto angolazioni diverse per giorni o settimane. Perciò il primo approccio con il “grande” pubblico io l’ho avuto proprio digitale. Per questo quando il Fuorisalone mi ha invitato, ho proposto di presentare un ciclo inedito. Ovvio manca il toccare le mie opere, ma spero e conto di poterlo fare, in futuro in altre occasioni.

Info

https://www.instagram.com/tornituramorella/

Per visitare la mostra Deep Oval di Fulvio Morella clicca qui




I pensieri di Antonio Serrapica

Antonio Serrapica è un vulcano in piena attività, e se nel descrivere il suo lavoro artistico volessimo usare una categoria storica diremmo che il suo corpo si porta dietro il peso di un’indole espressionista. Per questo autore la forma viene soffocata dal segno, l’istanza aggressiva della sua fantasia viene espressa prima dal colore e poi da una distribuzione equilibrata di pesi. Tale è il carico della sua fantasia che se lasciata a briglia sciolta questa non rispetta alcuna regola: “parla” di tutto e in qualsiasi modo, anche in maniera non conforme alle regole del bon ton. E oltre qualsiasi limite pretende di denunciare o di evidenziare pure problemi di natura sociale o di distruzione dell’ambiente che ci circonda, un ambiente “sgarrupato” (cioè cadente, in rovina, fatto a pezzi dalla sordida mano dell’uomo), come dicono dalle parti di Napoli. Il tutto con un sorriso sarcastico, da fustigatore illuminista.

Raccontaci qualcosa della tua gioventù, dei tuoi esordi, della tua formazione…
Dopo aver visto in un programma televisivo Giorgio de Chirico dipingere un quadro, comprai dei tubetti di colore ad olio, e nel 1977, dopo aver girato in moto alla ricerca di un po’ di vita, deluso, tornai a casa per dipingere la mia chitarra, trascorrendo, stranamente, una bella serata. A fine gennaio1979, a causa di un incidente stradale, male curato in ospedale, mi amputarono la gamba sinistra. Bloccato a casa per sei mesi di convalescenza, decisi di studiare storia dell’arte e ripresi a disegnare. Poi imparai a camminare, di nuovo, con una pesantissima protesi Rizzoli, sostituita in seguito da una più leggera fornitami dall’INAIL di Bologna, e a disegnare dal vero, usando come modelli i parenti, poi sostituiti da foto. Nel 1980, con il diploma di perito industriale meccanico, mi inscrissi alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’università Federico II di Napoli, che non frequentai perché presi la decisione di studiare arte, da autodidatta, usando i libri della biblioteca comunale di Castellammare di Stabia. Tra gli altri, rimasi affascinato dal lavoro di Gino De Dominicis che tentava di fare quadrati lanciando sassi in uno stagno. Nel 1981 andai a Firenze al museo degli Uffizi, mentre con la fidanzata, poi moglie e mamma dei miei figli Stefano e Adriano, a Ponte Vecchio, cercavo di ricavare qualche soldo vendendo manufatti artigianali autoprodotti: orecchini anelli collane e maschere, realizzati in ottone e e rame battuto, successivamente esposti alla Fortezza Da Basso. Costruivo anche dei paraventi in vetro dipinto e legno, che esponevo in un negozio di arredamento a Castellammare di Stabia, La Floridiana di Dino Scote, dove potevo leggere le pagine d’arte di “Domus”, che non sapevo fossero curate da Lisa Ponti e Franco Toselli. Nel 1984 conobbi Gianfranco Neri della galleria Centro Zero di Pompei, dove realizzai la mia prima personale intitolata “Giornata contadina”. Lo stesso anno mi inscrissi all’Istituto per l’arte e il restauro di Firenze, dove abitai due anni, diplomandomi in pittura e disegno. Nel 1986 conobbi Raffaele Formisano, violoncellista del teatro San Carlo a Napoli, che aveva la galleria d’arte San Carlo in via Chiatamone, e così esposi per la prima volta i miei lavori a Napoli.

Quando hai conosciuto Franco Toselli e come è iniziato il tuo rapporto di lavoro con questa galleria?
Nel 1989 esponevo con la galleria Studio Oggetto di Caserta all’Expo Arte di Bari: lì conobbi Franco Toselli, a cui mostrai le foto di tanti miei lavori, che guardò senza dire niente.  Poi lessi su “Segno”, un’intervista di Francesca Alfano Miglietti al gallerista Lucio Amelio a cui chiedeva, nel caso di un viaggio nello spazio, quale altro gallerista avrebbe portato con lui, e rispose in modo conciso: “Toselli”. Nel 1991, a Milano, in un tardo pomeriggio arrivai in via del Carmine, c’era già la serranda abbassata, ma all’interno si vedevano i quadri di Augusto Brunetti. Entrai e andai verso l’ufficio, dove c’era Toselli che telefonava: guardò i lavori che avevo portato; comprò un lavoro e ci salutammo.

Cos’è per te “Portofranco” e come lo definiresti?
Un porto mentale e poetico, dove poter essere sé stessi.

Quali artisti di “Portofranco” senti più vicini?
Tutti.

E di artisti che appartengono ormai alla storia ce n’è qualcuno da cui hai trovato spunti di riflessione o ispirazione?
Policleto, Fidia, Mirone, Giotto, Beato Angelico, Masaccio, Michelangelo, Leonardo, Raffaello, Donatello, Botticelli, Turner, Monet, Manet, Van Gogh, Picasso, Matisse, Duchamp, De Chirico, Carrà, Modigliani, De Pisis, Guttuso, Dalì, Ernst,  Pollock, Mondrian, Schifano, Festa, Angeli, Warhol, Fontana, Manzoni, Agnetti, Merz, Beuys, Basquiat, Haring, Lisa Ponti, Paolo Truffa, Gabriele Turola.

Riesci a descrivere in poche parole il tuo mondo artistico?
Infinito fame sete sesso sonno incanto meraviglia curiosità curiosità curiosità curiosità curiosità curiosità curiosità curiosità gioco mistero poesia alberi fiumi mare cozze lupini ossigeno terra acqua aria e fuoco.

Ho saputo che hai avuto dei problemi con la tua pagina Facebook… ti è parsa una faccenda di ordinaria follia? 
I censori di Facebook mi hanno bloccato un mese per aver pubblicato il video di una ragazza che poeticamente, camminava nuda per strada.  Penso che siano sciocchi, ignoranti, ricchissimi, pessimi, indifferenti, conformisti, alienati, disincantati, incapaci di poesia, come i capi politici italiani, comandanti assassini avvelenatori e inquinatori impuniti, visto che in ogni parte del pianeta Terra,  mangiamo, beviamo e respiriamo plastica 24 ore al giorno, prima di andare all’aldilà.

Progetti artistici in corso?
Fino al 27 giugno 2020 è in corso a Potenza, alla Galleria Memoli, la mia personale dal titolo “Tra colori e cose”.

Antonio Serrapica, Studenti a Scafati con passaggio a livello, 2019, acrilico su tela, 50 x 70 cm, courtesy Galleria Memoli, PotenzaAntonio Serrapica, Studenti a Scafati con passaggio a livello, 2019, acrilico su tela, 50 x 70 cm, courtesy Galleria Memoli, Potenza

Antonio Serrapica, Miniera, 2004, acrilico su tela, 80 x 100 cm, courtesy Galleria Umberto Di Marino, Napoli

Antonio Serrapica, Napoli Barriera Corallina, 2015, acrilico e pigmento argento su tela, courtesy Galleria Vavassori, Milano

Antonio Serrapica, Buongiorno è un ponte, 2020, acrilico su foto, 20 x 30 cm, courtesy Galleria Memoli, Potenza




Prima Necessità/Basic Necessities. L’arte invade le città in quarantena, con il progetto di Spazio Y e ABC Collective

Si è nascosta tra gli scaffali di un supermercato, l’arte, ed è stata sbandierata dal balcone di un palazzo. È comparsa sui cartelloni pubblicitari abbandonati e nudi, durante le settimane del lockdown che ha tenuto l’Italia e tanti altri Paesi addormentati, in attesa. Di progetti nati durante questa fase di blocco se ne sono visti tanti, tantissimi, sviluppati e fruibili tramite social media e altre piattaforme digitali. Non sono mancate le interviste e le conversazioni in diretta su Instagram, così le mostre e le visite virtuali negli studi d’artista, per vedere a cosa stessero lavorando durante questo periodo di isolamento sociale. C’è un progetto però che si differenzia dagli altri: si tratta di Prima Necessità/Basic Necessities, e nasce dalla sinergia tra il misterioso ABC Collective (i cui membri hanno scelto di restare anonimi) e Spazio Y, realtà indipendente dedicata alla ricerca e alla sperimentazione in ambito contemporaneo presente a Roma, attualmente gestito dagli artisti Paolo Assenza e Germano Serafini e dalle professioniste del settore dei beni culturali Ilaria Goglia e Silvia Marsano. Attivo dal 2014 nel quartiere del Quadraro, nel 2016 Spazio Y è stato selezionato da The Independent, il progetto di ricerca del Museo MAXXI volto a identificare e promuovere le realtà artistiche autonome più interessanti all’interno del territorio nazionale.

Prima Necessità/Basic Necessities arriva in un momento in cui i nostri stili di vita e le nostre visioni sono alterate da un’esperienza inedita, che ci porta a mettere in discussione, nella nostra scala dei valori e delle priorità, ciò che è davvero importante, e invita gli artisti a riflettere “sul concetto di prima necessità e di utilità, rivendicando l’esigenza di espressione personale e l’atto artistico come condizione umana imprescindibile”. Il suo valore aggiunto consiste però nella chiamata all’azione rivolta ai partecipanti, invitati a esplorare nuove modalità espressive in risposta a questo periodo − nei limiti delle misure di sicurezza imposte dall’emergenza sanitaria in corso – con azioni artistiche in grado di scavalcare i confini dei propri spazi domestici e di riaffermare, tramite incursioni improvvise e temporanee nel tessuto urbano, il diritto dell’urgenza creativa di continuare a esistere e manifestarsi, vera e propria necessità primaria.

Prende quindi il via, silenziosa, una sorta di “guerriglia” che diffonde le operazioni artistiche in luoghi inaspettati e non istituzionali, con quella capacità – tipica della street art – di sorprendere il passante qualsiasi, di contaminare gli spazi e le menti, e di riappropriarsi dello spazio cittadino come punto di partenza per un dialogo orizzontale, capace di innescare nuove riflessioni e dialoghi all’interno delle comunità. Ecco allora che Paolo Grassino porta l’arte tra gli scaffali di un supermercato di Torino, e nella stessa città, mentre la vita nella strada sottostante continua a scorrere, ignara, Saverio Todaro srotola dal balcone di casa una bandiera con il simbolo del rischio biologico – i colori accesi, che richiamano alla memoria quelli degli stendardi nazisti – a sottolineare l’aspetto dittatoriale che il virus ha esercitato sulle masse. Sempre a Torino cammina Gisella Chaudry, in testa una scultura-girandola che, ruotando con il favore del vento, diventa metafora visiva di quel senso di vertigine che tutti noi in questo periodo abbiamo provato almeno una volta, in balia degli eventi. A Roma Daniele Spanò ricrea sul suolo di cemento una meridiana, antico strumento che ci aiuta scandire il flusso di tempi nuovi, dilatati e languidi, trascorsi in casa. Erika Nevia Cervo a Napoli ricrea una fila davanti al cinema – tableau vivant di “un quadro quotidiano che non si vede più” – nostalgica protesta a sottolineare l’importanza sociale di una produzione culturale prima data per scontata, e di cui adesso sentiamo la mancanza. Corrono poi due performer nel centro storico di Firenze, sventolando una bandiera bianca che riporta il messaggio “is it my world?”, in un’azione che è parte dell’omonimo progetto del collettivo Kinkaleri, che “si pone una domanda sulle possibilità politiche ed artistiche dell’individuo, nella ricerca personale e collettiva dell’essere vivente in questo secolo”. Intervengono invece su spazi destinati ai cartelloni pubblicitari, che in questi ultimi mesi abbiamo visto spesso vuoti, Andrea Nolè e Mimmo Rubino con la scritta “RUN”, a Potenza, e Adriano La Licata, che a Palermo graffia la superficie celeste di un grande spazio di affissione e intitola l’operazione To Have the Blue Devils, espressione idiomatica che nella lingua inglese denota uno stato di tristezza, depressione e irrequietezza. Sventola poi grigia, davanti al Colosseo, la bandiera italiana di Iginio De Luca, piantata su un tronco d’albero tagliato, piedistallo naturale eletto dai turisti per scattare le foto, ora luogo desolato.

Visibile online, tramite contenuti postati giorno per giorno nei canali social di Spazio Y e ABC Collective, Prima Necessità/Basic Necessities ha il merito di riuscire a convogliare su piattaforme digitali delle azioni reali, con contenuti di grande attualità e capaci di fornire ampi spunti di riflessione. A raccontarci di più sul progetto sono i membri dello Spazio Y e di ABC Collective, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

Laura Guarnier: L’iniziativa Prima Necessità/Basic Necessities nasce dalla collaborazione di più protagonisti, sparsi in vari luoghi. Chi siete, e quando nasce l’idea del progetto?
Nei giorni di pieno lockdown, tutti noi di SpazioY, presi ognuno dai pensieri, abbiamo avuto alcuni timidi incontri online. Lì a caldo discutevamo per capire come ognuno di noi stesse vivendo la situazione, cercando di rispondere alla forza di quel che sentivamo in una forma che non rimanesse come una piccola azione lanciata e dispersa nella rete tra le centinaia di call che vedevamo nascere giorno dopo giorno, tutte in qualche modo simili. In quei giorni ci arriva una mail da un collettivo che non conoscevamo e di cui, cercando, non avevamo trovato nulla se non una sola pagina Instragram, abc_artcollective. Abbiamo risposto con interesse alla proposta del collettivo, che ci ha inviato le direttive del progetto con le registrazioni della voce elettronica di un text reader, mettendoci in una condizione relazionale totalmente nuova e inaspettata e innescando una riflessione profonda sul momento presente attraverso uno strano gioco di ruolo. Siamo stati al gioco e abbiamo iniziato immediatamente a discuterne tra noi e in seguito a parlarne con alcuni amici artisti che ci hanno aiutato a diffondere il progetto. Nel tentativo di immaginare un progetto che si potesse espandere così come la pandemia, e dunque per cercare di comprendere come le istanze che stavamo prendendo in esame potessero variare in base al luogo stesso in cui venivano poste, abbiamo trovato un interlocutore nella piattaforma artistica internazionale Nation 2.0 curata da Giuseppe Moscatello di base negli Emirati Arabi Uniti. Abbiamo coinvolto nel progetto l’editrice Mariangela Mincione di sede a Brussel, che entusiasta, decide di essere partner del progetto.

Quali sono le tematiche e le problematiche che il progetto vuole indagare, tramite la voce dei vari artisti invitati a partecipare?
La proposta era di lavorare sul concetto di prima necessità e di utilità e di lavorarci proprio in quei giorni di chiusura totale. Ognuno di noi si interrogava nel privato e nel pubblico, cercando di comprendere come il concetto di prima necessità intersecasse il lavoro e l’espressione dell’artista e il sistema dell’arte contemporanea. In questo sistema elitario spesso l’artista e l’arte contemporanea diventano non necessari. Il collettivo voleva condividere con noi la riflessione e il timore che la pandemia potesse rendere ancora più invisibile l’importanza di fare un certo tipo di arte, intesa come gesto in grado di dialogare con la quotidianità, che serva in qualche modo a suggerire delle visioni necessarie per il presente e per il futuro, invitando noi per primi a sperimentare con la consapevolezza del momento, considerando l’impossibilità di poter utilizzare le normali pratiche di cui gli artisti e il sistema dell’arte si servono.

Quali erano le direttive e “istruzioni per l’uso” che avete fornito agli artisti che avete coinvolto nel progetto?
Abbiamo molto discusso sull’idea che bisognava confrontarsi e rispondere con il linguaggio dei mezzi di informazione in quel momento utilizzabili, per cui i social sono diventati i canali di divulgazione scelti per il progetto, ma non un mezzo d’espressione! Le direttive, elaborate insieme al collettivo ABC, hanno previsto infatti un invito agli artisti a uscire dalla quarantena per lanciare un segnale all’esterno, di uscire in strada, re-inventare la propria pratica e cercare spazi per esporla alla collettività, prendendo volontariamente i rischi di un’azione concreta giocata ai limiti delle possibilità, un’azione che rispondesse, come una guerriglia, con piccole “esplosioni”, spunti di riflessione per chi casualmente ne diventava spettatore.

Quanti sono e chi sono gli artisti che hanno preso parte a Prima Necessità/Basic Necessities?  
Gli artisti che finora hanno aderito alla call sono 64, ma quotidianamente riceviamo nuovi progetti da tutta Italia e anche dall’estero. Abbiamo iniziato invitando i tanti artisti con cui Spazio Y, negli anni, si è trovato a collaborare, chiedendo a molti di loro di estendere l’invito ad altri loro colleghi che non conoscevamo e che potevano essere adatti alla specificità del progetto; coinvolgendo sia artisti già riconosciuti per il loro lavoro, sia giovanissimi da poco usciti dalle accademie in modo da comporre una prospettiva multipla sul concetto di gesto artistico e sul suo riposizionamento come necessità imprescindibile.

Quanto andrà avanti questa iniziativa?
Ci eravamo posti due scadenze per la ricezione del materiale: la prima, il 4 maggio, la seconda il 15 maggio, data in cui contavamo di ricevere tutto il materiale dagli artisti. Ci eravamo chiesti quanto avesse senso protrarre il progetto durante la seconda fase del lockdown e ci siamo resi conto poi che ogni “fase” dalla pandemia ha trovato una sua specifica connotazione. Cambiando le possibilità in cui gli artisti si sono potuti muovere, non è stato compromesso il senso del progetto o le necessità che le opere degli artisti hanno evidenziato. Stiamo comunque valutando di quanto protrarre il progetto sul web. Le azioni e le opere che gli artisti continuano a inviarci, suggeriscono che lasceremo sospesa momentaneamente questa decisione, seguendo gli eventi e i movimenti di questo nuovo assetto mondiale.

Qual è oggi per gli artisti, secondo voi, la prima necessità?
La prima necessità, l’unica strada ormai percorribile è, a nostro avviso, la diffusione capillare del gesto artistico (ovviamente non casuale), contro qualsiasi appiattimento culturale. Pur correndo dei rischi, bisogna andare avanti senza compromessi, per il dovere di dare voce e spazio all’arte più che al sistema che la rappresenta. Abbiamo chiesto agli artisti di proiettarsi oltre, di tentare uno stravolgimento dei canoni ai quali l’opera viene sottoposta, cambiando il punto di vista per cui il suo esistere in un sistema impermeabile alle vere necessità, la rende totalmente superflua e schiava di meccanismi economici che ne decidono il valore. Se potessimo immaginare di rappresentare con un grafico queste due curve, ovvero queste due diverse modalità – quella della corsa al successo e quella in cui la pratica artistica è la miccia che aiuta a far brillare il mondo, l’inciampo e la lente– la prima avrebbe dei picchi molto alti e delle cadute vertiginose, mentre la seconda avrebbe un andamento più regolare e costante nel tempo. Questa idea forse può rappresentare quella che per noi e per l’artista è la prima necessità, per continuare ad esistere ed essere uno dei pilastri necessari sui cui si fonda la società.

Info:

www.spazioy.com

Adriano La Licata, To Have the Blue Devils. Marzo 2020, Palermo

Erika Nevia Cervo, Utile. Maggio 2020, Napoli

Kinkaleri, is it my world, azione con Daniele Bonaiuti e Maria Caterina Frani. Maggio 2020, Firenze

Saverio Todaro, Biohazard. Maggio 2020,Torino

Iginio De Luca, Tricolore. Maggio 2020, Roma

Tothi Folisi, Tent, 2020, Capo d’Orlando

Daniele Spanò, Mery&Diana. Aprile 2020, Roma

Elina Maria Vaakanainen, The Way Out. Aprile 2020, Como.




Una chiacchierata con Bonomo Faita

Con grande senso dell’ironia, citando Picasso, Bonomo Faita sostiene: “Io non cerco, le immagini mi trovano”.  In queste poche parole è racchiuso tutto il mondo dell’artista Faita: illuminazioni improvvise che diventano narrazione lirica, fresca, immediata, sempre connaturata da un sorriso e da una profonda vena ludica. Sempre a bassa voce e con fine manualità.

Caro Bonomo, se tu non vivessi a Brescia, dove vorresti abitare?
Al mare. O in una metropoli orientale.

In quale modo ti dedichi alla produzione di immagini?
Non ho mai avuto metodo: mi abbandono al flusso delle immagini dell’Arte. Viviamo nell’impero, direi nella tirannia delle immagini. Oggi, in era social, provo avversione per la fotografia e l’uso abnorme che se ne fa. Non credo nella necessità di aggiungere molto altro al già esistente, anzi mi sento spesso tentato da un estremismo iconoclasta. Sono molto poche le immagini davvero necessarie; e ovviamente non sempre ho la presunzione di credere che le mie siano tra queste.

Ti riconosci in qualche maestro o in qualche autore che è stato importante per la tua formazione artistica?
Beh, il quartetto nobile dell’arte italiana: de Chirico, de Pisis, De Dominicis, De Maria… (senza dimenticare il principe De Curtis). Battuta di spirito a parte, l’elenco sarebbe davvero lungo. E i libri… anche letteratura e musica mi influenzano. Ho lavorato spesso sul tema dei libri della formazione e ascolto molta musica.

Il tuo lavoro è a 360 gradi, nel senso che dilati il linguaggio espressivo con qualsiasi tecnica che ti torna disponibile: dal disegno alla fotografia, dalla pittura alla ceramica; sempre però in dimensioni contenute…
Forse mi sarebbero serviti 361 gradi. Resta il “dispiacere” di non essere davvero e soltanto Pittore. Sulle dimensioni dell’opera, penso che troppo spesso l’ego degli artisti produca opere dieci volte più grandi del necessario. Sono scelte.

In queste tue opere c’è sempre molta ironia e una grande rimeditazione sulle immagini della storia dell’arte più recente…
Anche la riflessione che faccio sul lavoro degli artisti ha origine nella formazione: con la terracotta cito Fontana, Boetti, de Chirico… è un materiale che permette la mimesi. Anche se ormai, dopo la fine di Dio, chi può aspettarsi miracoli dall’argilla?

Tu fai parte del gruppo “Portofranco” ideato e promosso da Franco Toselli; puoi raccontare qualcosa di questa avventura e dei tuoi compagni di strada?
Quando negli anni Novanta tutto è iniziato, se ne era andato da poco Alighiero Boetti; è stato naturale che questo artista che aveva messo al mondo il mondo,  diventasse felice anello di congiunzione tra prima e dopo, un Nume tutelare per “Portofranco”. Franco Toselli ha unito artisti che corrispondono alla sua visione personale dell’Arte, dopo l’esperienza con le neo-avanguardie. Un lavoro di riduzione rispetto all’ego ipertrofico del sistema, a favore di una intimità dell’opera, che come una piccola luce può rischiarare un buio fitto. L’adesione più partecipata a questo pensiero artistico è venuta da Elena Pontiggia, artefice essa stessa della visione del gruppo. E poi c’è stato Germano Celant che, firmando il libro che storicizza la galleria Toselli (e che ha dichiarato essere il suo libro più bello) centra pienamente il senso del lavoro del gallerista: un continuum mai interrotto. Questo libro, visto ora, mi appare come un testamento del grande critico. In due anni ci hanno lasciato gli amici Lisa Ponti, Gabriele Turola e Paolo Truffa, artisti capaci di visioni feconde… i giovani artisti ancora arrivano, ognuno sorprendente a suo modo a raccogliere una sorta di testimone… gli artisti vanno e vengono, il pensiero e le opere resteranno.

Hai in programma qualche progetto per il 2021?
No.

Bonomo Faita, What is rock, 2008, fotografia cm 10 x 15, courtesy Marina Fossati, ComoBonomo Faita, What is rock, 2008, fotografia cm 10 x 15, courtesy Marina Fossati, Como

Bonomo Faita, Scatola astronomica, 2009 acrilico su cartone, cm 37 x 37, courtesy Galleria Toselli, Milano

Bonomo FaitaBonomo Faita, Erba e luna, 2011, fotografia dipinta, cm 15 x 20, courtesy Elena Zonca, Milano




In conversazione con Trisha Baga

The eye, the eye and the ear è il titolo della prima personale italiana della giovane artista americana Trisha Baga (Venice, Florida 1985) presso Pirelli Hangar Bicocca: Baga è considerata una delle videomaker più promettenti della sua generazione. La mostra comprende cinque installazioni video accanto ad opere in ceramica e ai cosiddetti Seed Paintings, realizzati con semi di sesamo. La sua poetica si concentra principalmente su una sensorialità multi-strato che viene innescata dall’incontro tra le opere d’arte e lo spettatore, il quale riesce a conciliarsi con il materiale proposto dell’artista come fosse una protesi di mchluhaniana memoria piuttosto che come un freddo medium dei nostri tempi. In There is no “I” in Trisha (2005-2007 / 2020) la lingua franca della televisione e della sit-com, così come la ceramica, è trattata come un ecosistema mutante, con un evidente tocco fingery. Ma l’opera che meglio contiene la poetica dell’artista, tra tecnomaterialismo e xenofemminismo, è intitolata Mollusca & The Pelvic Floor (2018). Questa poliedrica installazione segue due narrazioni principali: il percorso evolutivo dei molluschi da una parte e la relazione interspecie tra Baga e “Mollusca”, lo pseudonimo usato dall’artista per chiamare il suo nome di intelligenza artificiale (sviluppato da Amazon e commercializzato con il nome di Alexa), e costituito da due proiezioni simultanee: una in 2D e l’altra in 3D. Se Pipilotti Rist diceva “veniamo tutti tra le gambe di nostra madre” ora le opere d’arte speculano su alcuni “ipotetici molluschi ancestrali”.

Ecco una conversazione con lei.

Come ti ha dato il benvenuto Milano? Come ti sei relazionata con gli spazi dell’Hangar-Bicocca Pirelli?
L’Hangar è enorme ed è in scala infinitamente più grande di quella di un essere umano. In un certo senso quando ci sono entrata per la prima volta mi è sembrato uno spazio esterno all’Hangar, come fosse un grande parco al chiuso. I parchi hanno un importante modo di relazionarsi con un’ampia diversità di organismi, se consideriamo a fondo la loro biodiversità. In un certo senso, volevo che la mia personale funzionasse come qualcosa di simile ad un parco: esprimere simultaneamente dimensioni spaziali che vadano da quelli di un iPhone, a quelli di un appartamento newyorkese, a quelli di un sistema cosmico.

Che relazione desideri che si stabilisca tra i visitatori e le tue opere nello spazio?
La mostra si apre con un testo che inizia in questo modo: “This is a reproduction of a man published before 1923. This man may have occasional imperfections such as missing or blurred pages, errant marks, etc.” Il testo originale deriva dalla prefazione di un libro, e si propone di essere un disclaimer per gli effetti collaterali della Optical Character Recognition technology, ma ho sostituito la parola “libro” con quella di “uomo” e tutti i pronomi. Quindi, sin dall’inizio, ho istituito la mostra come fosse un organismo sintetico e ho puntato all’idea di umano come documento. All’ingresso la mostra può ricordare quella di un museo di storia naturale, ma in realtà guarda ad una storia evolutiva della tecnologia dei media, piuttosto che a quella di una specie biologica. Lo spettacolo è, in definitiva, una fantascienza e volevo che lo spazio sembrasse un ecosistema mutante a cui il visitatore partecipa semplicemente attraverso la sua attenzione e presenza.

Quanto è importante la memoria degli oggetti nei materiali che recuperi per le tue opere? E quanto cambia il loro trasferimento in un contesto museale?
Dipende di quali oggetti parliamo. La ceramica come materiale si riferisce al trasporto che ne veniva fatto nelle navi e all’archeologia, e ho cercato di estendere questa metafora a una nozione fantascientifica della nave – e a pensare il corpo come nave o veicolo, ma attraverso una forma di intelligenza artificiale. Nel caso di questa mostra, alcune ceramiche sono implementate da Alexa, il dispositivo di intelligenza artificiale prodotto da Amazon. Le Alexas sono molto sensibili al loro ambiente: ad esempio, quelle che ho usato nelle installazioni di Mollusca & The Pelic Floor vanno pazzi per Adele perché quando sono attivi, l’installazione chiede loro di riprodurre una canzone di Adele una volta ogni 35 minuti. In termini di installazioni video più complesse, a causa dei dispositivi di inquadramento intrinseci e stratificati nelle opere, il “contesto museale” sembra quasi casuale.

Quanto è influenzata la tua arte da quella del secolo scorso? Sto pensando ai pionieri della video arte e alle singolari indagini di Stuart Sherman …
Anche se sono molto grata per le porte che sono state aperte da artisti delle generazioni precedenti – i miei preferiti sono Joan Jonas, Stuart Sherman, Shigeko Kubota, Laurie Anderson, Fischli & Weiss, Claes Oldenburg – non direi che il mio lavoro ne sia stato influenzato. Ad essere sincera, sono un po’ fuori contatto con la storia dell’arte e preferisco accedervi attraverso il fare arte e l’interazione con una comunità artistica. Mentre amo fare molte ricerche nel mio processo, pochissime di queste sono legate all’arte e anzi le evito specificamente, soprattutto durante le prime fasi. Mi farebbe sentire troppo cosciente. Comunque il lavoro svolto nell’ultimo secolo che mi ha influenzato molto, formalmente, sono i film di Robert Altman, in particolare le sue composizioni sonore.

Quanto la tua versatilità come artista riflette una sorta di identità post-moderna?
La mia identità lesbica filippino-americana è molto importante per il mio lavoro. Siamo tutti meccanismi imperfetti attraverso i quali passano le immagini e la mia identità forma l’obiettivo attraverso il quale vedo il mondo, ed è importante guardare attraverso questi obiettivi. Detto questo, la cultura filippina, a causa della sua vasta storia di colonizzazione e della carenza di ricerche archeologiche, può sembrare priva di caratteristiche identificative. Indossa invece i frammenti delle mitologie delle culture dei suoi colonizzatori e le rende qualcos’altro.

For all the images: Trisha Baga. The eye, the eye and the ear. Installation view at Pirelli Hangar Bicocca. Courtesy of the artist and Pirelli Hangar Bicocca. Ph: Agostino Osio

Quali sono i tuoi prossimi progetti?
A causa del coronavirus, ora è un momento strano per pensare al futuro. Ho uno spettacolo in programma alla Societé di Berlino a giugno, ma ci crederò quando lo vedrò. Questa situazione mi ha reso esausta dello schermo, di solito il mezzo principale della mia pratica artistica, quindi sono passata ad una pratica “post elettrica”, dipingendo e suonando la chitarra acustica. Tendo a farlo in modo intermittente quando il mio umore prende toni apocalittici, ma sembra che stavolta sarà di gran lunga più complicato di sempre. Fortunatamente il mio studio è facilmente accessibile e la mia famiglia, in quarantena, ha fondato un club di pittura; intanto ho anche adattato gli esercizi di teatro per trovare nuove composizioni.

Info:

www.pirellihangarbicocca.org/mostra/trisha-baga




Sergio Padovani. Il senso del sacro come condizione intrinseca dell’uomo

Tommaso d’Aquino affermava che le immagini di arte sacra sono “figure di cose corporee” e che “il raggio della Divina Rivelazione non viene distrutto dalle figure sensibili con le quali viene velato”. Oggi molti artisti cercano di confrontarsi con l’arte sacra senza tenere presente gli elementi principali che le danno vita, producendo opere che non hanno l’elemento teologico spirituale, ma sono solo un’effimera se non irriverente e inconsapevole raffigurazione del sacro.

Non è certamente il caso di Sergio Padovani, artista modenese, il quale per diversi anni è stato musicista nella sperimentazione e nella ricerca. Autodidatta, nel 2011 è stato selezionato per la 54° Biennale di Venezia, Padiglione Italia, sezione regionale Torino e nel 2016 per la Biennale del Disegno di Rimini. Nel corso del suo percorso artistico ha vinto il Premio Arte, il Premio Arte Laguna, il Premio Wannabee e il Premio Yicca. Le sue opere sono presenti in importanti collezioni in Italia e in Europa e in permanenza presso il Museo Diocesano d’Arte Sacra di Imola, al MACS di Catania, alla Galleria Estense di Modena, al Museo Ruggi d’Aragona.

Osservando le opere di Padovani si ha la sensazione di essere davanti ai fotogrammi di Faust, film premiato al Festival di Venezia nel 2011 di Sokurov che riflette sull’errare umano. Difatti Padovani, autore del Polittico dei vulnerabilimiserabili, raffigura presenze ingombranti ed esibizioniste che si fanno spazio per affermarsi anche nel mercato dell’arte. Esse si muovono con difficoltà in una danza macabra (con forse in sottofondo La ballata degli impiccati di De André) che somiglia a un viaggio picaresco in cui siamo trascinati, coinvolti in un perpetuum mobile, in una sintesi visionaria di grande impatto, come si può notare nell’opera La casa che arde viva, da considerarsi una sorta di manifesto della nostra epoca dove l’esaltazione di formule vuote come “I tempi cambiano” regna sovrana, infatti non si sa cosa stia bruciando, cosa ci sia di prezioso in quella casa, che è il nostro mondo, la nostra società, ma tutti sentono puzza di bruciato.

L’umanità di Padovani è spesso surreale e bizzarra, un insieme di rovine da visitare, addentrandosi nei simboli, nella corposità dei colori. Padovani fonde tradizione e innovazione, temi iconografici tardo-medievali e realtà contemporanea, esplicando la trascendenza come sentimento umano, avvalendosi di materiali quali resina e bitume per mostrare come epoche lontane possano toccarsi.

Annalina Grasso: Le sue opere per lo più richiamano alla mente l’arte medievale nel suo aspetto più oscuro e macabro. Cosa la affascina di più dell’arte medievale?
Sergio Padovani: Lo spirito contemporaneo e la sua funzionalità. L’arte medioevale è stata uno specchio reale dei principali avvenimenti religiosi e politico-sociali, per non parlare degli accadimenti storici, su tutti la Peste del 1346. L’Artista medioevale aveva la funzione quasi “artigianale” di creare opere funzionali non semplicemente da ammirare: dovevano essere comunicazioni e descrizioni del presente, intrise del sentimento generale, utili a comprendere il momento da ogni tipo di classe sociale. Quello che amo di più è quando questo tipo di arte si impossessa del fatto storico e quasi perentoriamente lo trascina in un sentiero ricco di visionarietà, superstizione, credenze, luoghi comuni, lo riconduce senza sconti al feroce, volubile, fantasioso e impietoso linguaggio del popolo. Mi sembra un “innesco” creativo e moderno, più che mai attuale anche nel 2020.

Che rapporto ha con la morte?
Un ottimo rapporto. Non lo dico scherzando. Subisco una sincera dicotomia: da un lato le mille domande che temiamo morbosamente tipiche della materia ignota (quando sarà, perché, come, cosa succederà dopo, ecc), dall’altro le mille domande illuminanti che stimolano la nostra vita, tipiche della medesima materia ignota (che potrebbero essere, ovviamente, le stesse) e che, nel mio caso, sono fonte di creazione incessante. Siamo esseri mortali e l’unico modo di trovare un trait d’union col nostro peregrinare credo sia impossessarsi del concetto della propria mortalità. Ha senso convivere con la morte proprio perché, chiamando in causa De André “la morte non muore mai”.

Quali artisti secondo lei hanno meglio rappresentato la morte?
Ne potrei nominare tantissimi, specialmente tra quelli facilmente ritrovabili nella mia pittura. Ma mi sento di citare alcuni, a cavallo dei tempi e degli stili, tra quelli meno visibili nel mio lavoro, ma la cui influenza, è ugualmente fondamentale: Jacopo Ligozzi, Hans Baldung Grien, Alfred Kubin, Herbert Boeckl, Paul Delvaux.

I personaggi delle sue opere rappresentano vere e proprie storie in cui si percepisce l’intervento divino. Cos’è per lei la trascendenza?
Molto prosaicamente potrei rispondere che è la percezione determinante e necessaria per cui un avvenimento o, appunto, una storia rappresentata, trovi la sua reale spiegazione. In fondo tutti noi pensiamo, anche inconsciamente, che qualcosa della nostra vita capiti sempre al di là della nostra volontà, che sia immanente o trascendente non importa: è un sentimento umano. Ecco, credo che la trascendenza per me sia un potente sentimento umano.

Come vede l’arte sacra oggi?
Ne vedo una collocazione più estetica che funzionale. E sicuramente molto meno logica rispetto al senso che aveva quella di Beato Angelico o Duccio di Buoninsegna, giusto per fare un esempio. Io stesso, ogni qual volta mi avvicino al sacro lo faccio in una condizione inevitabilmente soggiogata dall’illustre tema pittorico. Credo fermamente che sia il compito dell’artista contemporaneo fare i conti con le precedenti scuole di pensiero e le derivanti tematiche. Nel mio caso il senso del sacro nei dipinti è essenziale tramandarlo come condizione intrinseca dell’uomo all’interno del suo cammino. Anche come personaggio all’interno di un quadro. In moltissima, enorme pittura trovo la sacralità non manifesta, anche quindi dove non dovrebbe esserci: basti pensare ad opere come Il 3 maggio 1808 di Goya.

Chi sono i vulnerabili miserabili nel mondo dell’arte contemporanea?
Sono presenze ingombranti che si trascinano all’interno di mondi che fanno propri, divorandoli dall’interno. Da de André passo a Gaber e dico che “farsi largo galleggiando” diventa per loro condizione imprescindibile. Migliaia di foto in posa con l’opera, di cosiddetti “work in progress”, di opere riprodotte in serie non per cifra stilistica ma per cifra economica, di tele bianche che aspettano di essere dipinte ma che, in qualche modo, per il solo fatto di essere posizionate in uno studio, devono comunque risultare “interessanti” agli occhi delle comunità social, sembra essere la  modalità prima per diffondere arte oramai dovunque; ma la trovo frutto di una concezione di divulgazione artistica estremamente vulnerabile rispetto a quella di chi ci ha preceduto, e, spesso, la  vulnerabilità porta a trovare il peggio di noi, traducendosi in una miserrima ed inutile esibizione. Una cosa è divulgare il proprio lavoro, un’altra è divulgare sé stessi.

Visto il suo passato da musicista, crede di tradurre le note in colori e figure? Riesce a esprimersi meglio nell’ambito artistico?
No, non credo di farlo. Anche se il rapporto tra la mia musica e i miei quadri è assolutamente stabile, l’unico collegamento reale è l’approccio alla materia. Come in musica la sperimentazione era il corpus dell’insieme, anche sulla tela lo sperimentare senza previsioni o disegni preparatori diventa il senso definitivo. Quindi, in un certo senso, essere stato musicista ha contribuito a farmi capire meglio la mia direzione pittorica.

Le sue opere sono sfuggenti, corpose, deformate, mortifere. È l’allegoria occidentale del nostro modo di vedere il Cristianesimo come una religione a cui si dà sempre meno importanza e che in fondo non dà fastidio?
Forse, da qualche parte, c’è dentro anche quello. Non solamente. Le mie pitture le vedo come imbuti capienti dove tutto quello che mi contagia trova fluidità e amalgama. Preconizzare la mia pittura è più importante quasi del dipingerla, in questo senso la mia testimonianza da contemporaneo si aggrappa al circostante (di ogni tipo e forma) per trascinarlo in questi imbuti e poterlo ricucire una volta uscito.

L’esposizione che l’ha emozionata di più e le ha dato consapevolezza del suo talento?
Più che del mio talento ho la consapevolezza di fare quello che mi piace e come più mi piace farlo. Mi interessa solamente capire dove tutto questo mi condurrà, nel bene o nel male. L’esposizione che mi ha coinvolto maggiormente, a oggi, è stata la mia ultima personale “L’invasione” a cura di Camillo Langone, negli incredibili spazi di The Bank Contemporary Art Collection a Bassano del Grappa. Emozionante non solo per la felice conclusione di un intensissimo periodo pittorico che ha portato alle opere esposte, ma anche e soprattutto per essere stato l’artista che ha inaugurato un grande e prezioso spazio che, in pochissimo tempo, è divenuto di importanza vitale per l’arte in Italia.

Impegni futuri?
Tanti e molto impegnativi. Sperando, tenuto conto dei tempi, di realizzarli il prima possibile.

Info:

www.sergiopadovani.it

Ritratto di Sergio Padovani

Sergio Padovani, Gli invincibili, 2014

Sergio Padovani, La madre ingiusta. Olio, bitume e resina su tela, 2017

Sergio PadovaniSergio Padovani, L’usurpatore. Olio, bitume e resina su tavola, 2019

Sergio Padovani, La casa che arde viva. Olio, bitume, resina su tela, 2019

Sergio Padovani, Polittico dei vulnerabilimiserabili (pannello 2-4). Olio, bitume e resina su tela, 2019