Il mistero Živko Marušič

Senza alcun dubbio Živko Marušič è un punto fermo della pittura figurativa “slovena”, a partire dal suo esordio, alla fine degli anni Settanta. Ho messo tra virgolette la sua peculiare appartenenza a una tradizione nazionale perché, sebbene per strane vicende della vita sia nato a Colorno, all’inizio degli anni Ottanta aveva il suo atelier a Koper. In quegli anni partecipò da protagonista al rinnovamento culturale che in una Slovenia non ancora affrancata, ma già in odore di una imminente separazione dallo stato centralizzato, era portato avanti da Toni Biloslav e Andrej Medved, il primo in veste di presidente e il secondo di direttore delle Gallerie Costiere. Ma Marušič, prima di fare parte di un sodalizio o di una corrente culturale, è un grande immaginifico, un grande inventore di narrazioni e di ibridi iconografici, qualità intrinseche e connaturate a delle indubbie qualità pittoriche e creative.

Ripercorriamo l’iter del suo lavoro in un dialogo con l’autore.

Negli anni Ottanta tu hai partecipato alle mostre della Nuova Immagine Slovena; che cosa ricordi di quei fermenti e di quel forte desiderio di voler anticipare una caduta dei blocchi fisici che ancora separavano l’Europa in due realtà economiche e politiche?
Il lavoro critico di Andrej Medved fu importante perché diede la possibilità di esporre agli artisti giovani  per tutta l’ex Jugoslavia e di avviare anche contatti internazionali. Il tutto con l’aiuto di due storici d’arte: Zvonko Maković (Zagabria) e Ješa Denegri (Belgrado).

Grazie a questa attività di forte rinnovamento tu hai conosciuto Achille Bonito Oliva e sei stato inserito nel libro sulla “Transavanguardia internazionale”, pubblicato da Giancarlo Politi…
Sono stati anni fondamentali ma, applausi momentanei a parte, tutti questi “Ex Super Boys” sono come l’erba secca, oggi.

Ricordo che la tua materia pittorica degli anni Ottanta era dominata da una figurazione affascinante, con masse bianche che si sfrangiavano in pennellate convulse di colore: un pigmento carico e solido. Una pittura visionaria e complessa, non disgiunta da dettagli e cronache quotidiane, citazionismo (penso a Picasso), riferimenti culturali (penso a Emilio Mazzoli e al quadro che gli hai dedicato), e un grande intreccio di storie e figure. Ci puoi dire due parole su quegli anni e su come li hai vissuti?
A cavallo tra gli anni Settanta e Ottanta esisteva un grande interesse per le cose nuove e fresche: un vero nutrimento per sentirsi felici. In quei tempi per me non esistevano confini e l’arte rendeva felici tutti, collezionisti compresi. Grazie al sostegno di un piccolo gruppo di collezionisti sono riuscito a convivere con la quotidiana crisi finanziaria. Comunque ci tengo a sottolineare che gli anni Ottanta furono BELLISSIMI, sebbene abbiano abusato di me: se alla Biennale di Venezia mi avessero incluso nel padiglione jugoslavo i miei prezzi sarebbero saliti, invece il mio premio è stata questa frase che ancora mi tiro dietro: “Nemmeno i tuoi ti vogliono”. Ma chi sono “i miei” io non lo so.

Per quegli anni ti pare possibile parlare anche di “Zeitgeist” che si fonde con una caduta della storia, ovvero una consapevolezza del proprio presente minuto che dimentica una visione più ampia e complessa? Nel tuo caso si può parlare di mitologia del quotidiano? Ti piace questa definizione?
Non saprei. Mi sento un po’ al di fuori di qualsiasi definizione. Quello che ricordo è che la prima spinta però, me la diede la mostra che realizzai al “Centro la Cappella” di Trieste, nel 1982.

L’ex Jugoslavia prima e la Slovenia dopo, hanno sempre vissuto una carenza per quanto riguarda il mercato dell’arte strutturato sul filtro di galleristi e collezionisti. Come sei riuscito a sopravvivere in questa specie di desertificazione?
Oggi la Slovenia è gremita di pittori che vorrebbero ritornare a dipingere, malgrado all’accademia non l’abbiano mai imparato. Insegnare loro la pittura ora è impossibile perché non si staccano mai dall’iPhone. Sopravvivere è la parola giusta perché fa capire le difficoltà del vivere quotidiano. Di galleristi ruffiani, un po’ venditori d’arte e un po’ sciacalli il mondo è pieno e sono tutti di mezza tacca. Questi commercianti “no head no brain”, senza testa né cervello, per colmo di ironia ti incitano a lavorare anche solo per il gusto di fregarli.

Come procede ora la tua ricerca? Quali sono i tuoi punti di appoggio in Slovenia e Croazia, dove in definitiva ti sei trasferito da alcuni anni? E, soprattutto, come vedi l’attuale situazione culturale di quelle zone dove tu comunque ami vivere e dalle quali non ti sei mai voluto separare?
Per me la pittura è stata sempre la cosa più misteriosa, e che ti permette di sognare,  fregandotene di ladri, puttane, manipolatori, dealer, coglioni. Ma in definitiva l’arte di oggi è come quella di ieri e siamo tutti ripetenti: è come restare nella classe prima con maestri e maestre che cambiano, e che sono ogni volta vestiti diversamente, mentre la loro mente nel capire è sempre uguale.

Živko Marušič, Araki, 2006, pigments and wax on canvas, 300 x 300 cm

Vista parziale della mostra alla Equrna Gallery, Ljubljana, December 2012. Photo by Arne Brejc, courtesy Equrna Gallery

Živko Marušič, Cheap dreams, 2011, pigments and wax on canvas, 200 x 300 cm. Photo by Arne Brejc, courtesy Equrna Gallery

Živko MarušičŽivko Marušič, Talking Tomatoes, 2018/19, pigments and wax on canvas




Silvia Idili: la pittura tra Rinascimento e Metafisica

Artista neo-metafisica, visionaria, gotica, realista magica di tradizione rinascimentale: si rispecchia in tutti questi termini l’artista sarda, milanese d’adozione, Silvia Idili, estimatrice al contempo di Leonardo da Vinci e di Giorgio de Chirico, ma certamente rappresenta un’arte che sa di nuovo, un’arte ipnotica, magnetica, che ha a che fare con il nostro inconscio e con il nostro modo di rapportarsi con l’assoluto e la realtà. Le tele dell’artista sarda spiccano per un originale simbolismo e ricerca cromatica che rendono i suoi lavori fortemente scenografici. I suoi dipinti evocano geometrie, armonia delle forme e composizioni del passato per esprimere con maggiore intensità e credibilità la tensione spirituale, emotiva e psicologica dell’uomo contemporaneo, molto spesso spiazzato dalla complessità della realtà in cui si trova e che non sa decifrare, anche quando si confronta con il trascendente. L’arte di Silvia Idili è un invito a comprendere il senso della vita, soprattutto attraverso il rito, categoria fondamentale delle civiltà secondo il grande antropologo e filosofo Mircea Eliade, nonché, come sostiene anche la Idili, una garanzia per il mantenimento della propria identità e per quanto riguarda questo aspetto l’artista è pienamente se stessa, un’esistenzialista visionaria che racconta l’assurdità della vita andando oltre il visibile, attingendo alla dimensione onirica e metafisica e all’atavismo della sua terra natale.

Silvia Idili ha esposto, tra gli altri, presso il Museo di Arte Contemporanea di Lissone, la Galleria Moitre di Torino, e al MEA Museo Dell’emigrazione Asuni di Milano.

Le sue opere fondono classicità e metafisica. Come nasce questo sincretismo e qual è, secondo lei, il filo rosso che unisce questi due importanti contributi dell’arte europea?
É nato per caso e non di certo da una mia volontà programmata, forse l’incontro è avvenuto poiché prediligo la pittura classica e stimo Giorgio De Chirico, protagonista e inventore della metafisica. Il filo rosso che li unisce credo sia il pensiero stesso di questa corrente che utilizza elementi di pittura classica per distorcere la realtà che apparentemente assomiglia a quella che conosciamo dalla nostra esperienza. Si supera la realtà, per andare in qualche modo oltre.

L’essere definita una pittrice visionaria geometrica è un’espressione che le sta stretta?
In generale non amo le definizioni, anche se spesso le persone hanno bisogno di descrivere a parole ciò che non conoscono. Tuttavia essere definita una pittrice visionaria non mi dispiace. Per me ha motivo di essere un assoluto complimento.

Che tipo di ispirazione le offre la sua terra, la Sardegna?
Tutto.  Dai santuari alle montagne, dai miti alle leggende, dai riti arcaici ai costumi, dalle maschere ai colori, dalla saggezza più profonda e autentica al modo di vivere e di pensare di certe persone, prive di cultura accademica ma ricche di una cultura quotidiana che non è ignoranza ma un dono profondo atavico di pensiero e di contemplazione superiore della vita.

Quanto conta nella sua produzione la lezione rinascimentale?
Sin da quando ero piccola, mi sono sempre sentita attratta da Leonardo Da Vinci, l’emblema stesso dell’uomo rinascimentale: suppongo che questo importante periodo artistico mi abbia segnato, poiché nel rinascimento ci fu un forte interesse verso la geometria e i Solidi Platonici.

Cosa pensa dell’arte di oggi, e soprattutto di quegli artisti che rigettano totalmente la tradizione?
Sull’arte di oggi non penso, mi limito a osservare e raccogliere ciò che di buono mi può offrire. Ogni artista deve sentirsi libero di scegliere una direzione; anche se la conoscenza della tradizione è fondamentale, a prescindere da quale direzione si voglia prendere nel proprio iter artistico.

L’esposizione che la ha dato maggiori soddisfazioni?
Credo che ogni occasione per esporre i propri dipinti sia motivo di soddisfazione. Mi ritengo soddisfatta di tutte le mostre che ho fatto sino ad ora, senza prediligere o sminuire nessuna di loro; perché ognuna di esse ha contribuito alla crescita del mio percorso.

Dove e come è cresciuta Silvia Idili?
Sono nata e cresciuta in Sardegna, dove ho imparato a osservare il cielo, conoscere le stelle, i nomi dei venti, a capire i miei nonni quando parlavano tra di loro il sardo e scoprire che vivevo in un posto, dove si parlava un’altra lingua. Crescendo, ho capito che vivevo su un’isola e il mio essere isolana mi ha dato una concezione diversa della vita; ma soprattutto mi ha reso curiosa e mi ha spinto ad andare oltre ciò che i miei occhi vedevano e oltre ciò che i miei sensi mi permettevano di sentire.

Nell’arte contemporanea si crea un misunderstanding continuo: il curatore o il critico diventano dei filtri che legittimano l’artista, definendo cos’è arte e cosa non lo è. In questo “gioco” rientra ovviamente anche il visitatore. Cosa si sente di dire in merito a queste tre figure?
Di rapportarsi all’arte con la giusta sensibilità e soprattutto senza pregiudizi.

Cosa tenta di trasmettere al visitatore e al mondo dell’arte in generale?
I miei dipinti sono solo un invito, una finestra di pensiero che incita lo spettatore ad affacciarsi e riflettere sul senso dell’esistenza.

Nell’opera “Visionaria35” come in altre opere simili, lei sembra voler mostrare l’occhio che vede anche sé stesso, che va oltre ciò che vede, riflettendo sul rapporto tra visione e cecità, alla maniera di Derrida il quale si chiedeva cosa vediamo davvero quando vediamo?
Si. I Visionari, ritratti femminili e maschili, sono volti con gli occhi spesso occultati da geometrie o teli; sono simbolo di infrastrutture create dalla mente per nascondere e mascherare la vera natura del proprio essere, che è allo stesso tempo, espressione di una tensione spirituale in rapporto con l’ansia della contemporaneità. I visionari invitano a una riflessione e a uno sguardo interiore.

La visione, lo sguardo sono metafore della conoscenza per eccellenza, che sconfina nella visione intellettuale, lei cosa crede di conoscere attraverso il suo lavoro artistico?
L’assurdità stessa del reale.

Cos’è per lei il rito? Tema che spesso ricorre nei suoi quadri.
La ricerca e la garanzia del mantenimento della propria identità.

La dimensione onirica per lei rappresenta una fuga da una realtà spesso deludente, o piuttosto contribuisce a comprenderla meglio?
La dimensione del sogno è quella in cui si manifesta la natura più profonda delle cose, è lo strato più intimo dell’esistenza stessa del mondo.

In che rapporto è la sua “metafisica” con il trascendente, ha un carattere di tensione verso l’assoluto? O crede impossibile una sintesi tra ragione e teologia?
Come ho risposto in precedenza, i miei lavori tendono alla ricerca del proprio io, che però lo si conosce solo alla fine del cerchio. La tensione verso l’assoluto è soggettiva, ognuno sente e trova il suo assoluto in base al proprio credo e non-credo. La sintesi tra ragione e teologia è relativa, tutto dipende da noi stessi e da quello che cerchiamo e troviamo nel silenzio della meditazione.

Prossimi impegni?
Continuare a dipingere.

Annalina Grasso

Info:

www.silviaidili.com

Ritratto fotografico di Silvia IdiliRitratto fotografico di Silvia Idili

Silvia Idili, I sognatori, olio su tavola, 40×50 cm, 2010

Il rito. Olio su tavola, 20x30 cm, 2015Silvia Idili, Il rito. Olio su tavola, 20×30 cm, 2015

L'incontro-olio su tavola 20x30 2010Silvia Idili, L’incontro, olio su tavola, 20×30 cm, 2010

Silvia Idili, Visionaria 35. Olio su tavola, 30×30 cm, 2016

Silvia Idili, Visionario 8, olio su tavola, 40×44 cm, 2018




Paludi di Giuseppe Agnello alla Fondazione La Verde la Malfa. Quando la materia penetra nel pensiero artistico con un messaggio di metamorfosi

A San Giovanni la Punta, paesino in provincia di Catania, nasce nel 2008 la Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte per volontà di Elena La Verde, classe 1933. Artista poliedrica e appassionata d’arte, ha sperimentato diverse forme espressive, come poesia, pittura, scultura, grafica, fotografia e installazioni, queste ultime, 19 in totale, protagoniste oggi nel Parco dell’Arte della Fondazione La Verde La Malfa, opere che la portano fuori dai canoni tradizionali e la inseriscono presto nel palinsesto delle donne artiste siciliane rivoluzionarie.
Elena La Verde si spegne nel maggio del 2012 lasciando uno spazio per l’arte contemporanea e soprattutto un luogo sperimentale, di promozione, di continua ricerca e di tutela del patrimonio artistico culturale del posto, rendendo la Fondazione fra le realtà contemporanee siciliane più in vista a livello nazionale e internazionale.

Ed è proprio in questo spazio, che lo scorso 22 giugno nella sala espositiva della Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte è stata inaugurata al pubblico la mostra “Paludi” di Giuseppe Agnello, scultore siciliano che studia e indaga la natura, facendone una fonte dalla quale attingere per estrapolare pensieri, concetti e forme per dare vita alla sua arte, utilizzando soprattutto elementi naturali (‘’Paludi’’ – mostra a cura di Daniela Fileccia, promossa e ideata dal presidente della Fondazione Alfredo la Malfa e da Dario Cunsolo, con il patrocinio del comune di San Giovanni la Punta (CT) e dell’Accademia di Belle Arti di Palermo).

Giuseppe Agnello nasce a Racalmuto, in provincia di Agrigento, nel 1962 e frequenta la scuola di scultura dell’Accademia di Belle Arti di Palermo diplomandosi nel 1985. Attualmente è docente di Scultura e Tecniche della Scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Palermo.
Ha realizzato diverse opere pubbliche sia in Italia che all’estero; è l’autore del celebre ritratto in bronzo dello scrittore Leonardo Sciascia, ubicato nella sua città natale, e della scultura in bronzo dedicata al celebre Commissario Salvo Montalbano, personaggio ideato dallo scrittore Andrea Camilleri, a Porto Empedocle.

Per la mostra alla Fondazione La Verde la Malfa Agnello ha presentato opere-installazioni appartenenti alla sua produzione più recente, accomunate dalla materia ‘calcareo-cementizia’ con l’obiettivo di rimandare al processo di fossilizzazione. La mostra “Paludi” segna dunque la fossilizzazione dell’umanità che si trova ferma in un continuo stato di immobilità e di fragilità materiale e psicologica.

In passato l’artista ha lavorato a un processo ben preciso: la ‘’metamorfosi’’, processo che inevitabilmente segna il movimento. Ora, però, con Paludi Agnello vuole raccontarci di un’umanità che si è fossilizzata in una condizione di fragilità e debolezza emotiva che ne impedisce la reazione.
Corpi, in cui la materia e il colore diventano protagonisti di un messaggio, che diventano bozzoli, in uno stato di fossilizzazione che forse è l’augurio più grande di tempi migliori, per un’umanità che possa rispondere-reagire e tornare all’origine; corpi di pietra, corpi pesanti, già a partire dalla testa, da cui partono le idee, grevi per il disagio di un’umanità che non agisce e fa perdere definitivamente la forma umana: la realtà si scontra con la surrealtà.

M.S: Partiamo da ‘Paludi’ in cui la natura è protagonista assoluta di un processo che vede questa alla base dell’ispirazione per ogni forma d’arte. In che modo la materia scelta è riuscita a penetrare nel suo pensiero affinché ogni singola scultura prendesse vita?
G.A: Ormai credo di aver acquisito delle esperienze, anche sul piano tecnico per cui, a seguito di tutto ciò che penso, riesco a trovare una soluzione realizzativa. Solitamente inizio da una visione che è la forza trainante di un progetto, successivamente comincio a sperimentare dei materiali che mi aiutano a raggiungere l’obiettivo, e man mano che sviluppo il lavoro pratico le scelte più consone all’idea originaria che è nella mia mente, cerco solo di materializzarla. Ma in questo passaggio non sono mai rigido, spesso   modifico nelle varie verifiche estetiche. A volte snocciolo l’idea in diverse forme o composizioni, come nel caso di “Paludi”.

In che modo il concetto della metamorfosi l’ha aiutata a sviluppare il percorso di ‘Paludi’?
Nulla nasce dal caso, ogni progetto scaturisce da una visione precedente ed è tutto concatenato. Nel 2013, in un mio evento espositivo presso la torre Carlo V intitolato Memorie/ vedute laterali e oblique, la metamorfosi caratterizzava le opere esposte. Alcuni hanno individuato riferimenti a Ovidio e Bernini, ma per me le metamorfosi sono una scelta plastica quasi surreale per raccontare l’introspezione dell’umanità attuale. Quindi carbone, innesti di tronchi carbonizzati, radici che fuoriuscivano dal capo o una rigogliosa vegetazione sono degli elementi simbolici. Nei progetti espositivi “Dalle Dure Pietre” presso il Parco Archeologico della Valle dei Templi di Agrigento raccontavo comunque dell’introspezione umana, nonostante le sculture fossero realizzate con calchi di boccioli di acanto e semi di girasoli, senza l’uso del corpo e delle metamorfosi. “Terra in Moto” presso il parco archeologico di Taormina-Naxos era un viaggio nell’energia dei moti degli uomini e della natura. Da questi presupposti nasce “Paludi”, dove il tempo è fermo come in uno stagno, è l’avvio ad uno stato di fossilizzazione.

In quali altre occasioni artistiche è riuscito a creare il connubio fra uomo-natura e in che modo?
Come dicevo prima accennando alle mie mostre precedenti, il connubio uomo-natura c’è sempre anche quando il corpo è assente. Non mi interessa molto raccontare di questo, anche l’uomo è natura, mi interessa più raccontare di un’umanità stanca con l’utilizzo degli elementi simbolici naturali (boccioli di acanto, fiori di ferla ecc). Le ragioni della scelta scaturiscono dal mio rapporto con la natura poiché, come ho già detto in altre situazioni, ho una formazione campestre e il mio linguaggio è contaminato dal mio vissuto.

Dalla staticità dell’uomo alla mobilità della natura. Crede che le due azioni ad oggi possano dialogare anche al di fuori dell’arte?
È la speranza di tutti, e la speranza in arte è sempre presente anche quando il problema viene raccontato crudelmente, serve una coscienza più ambientalista, al di là degli interessi economici.

Quando la bellezza estetica può lasciare il posto al messaggio da raccontare?
Secondo me sempre, non amo raccontare i messaggi e ogni qualvolta che mi si invita a farlo mi imbarazza parecchio. È sempre molto riduttivo, è come raccontare un film o un libro. Io preferisco lunghi silenzi davanti a un’opera visiva.

Info:

Giuseppe Agnello. Paludi
a cura di Daniela Fileccia
22 giugno – 10 novembre 2019
Fondazione La Verde La Malfa – Parco dell’Arte
S.G. La Punta – Catania

Ritratto di Giuseppe Agnello 2019. Photo Credit Angelo Pitrone

Giuseppe Agnello, Palude / Composizione 2 2019 resina poliestere più legno cm 180 x cm 280 x cm 100 Photo Credit Angelo Pitrone

Giuseppe Agnello, Palude / Composizione 3 2019 resina poliestere più legno_
cm 170 x cm 270 x cm 100 Photo Credit Angelo Pitrone




In conversazione con Arianna Carossa

Abbiamo intervistato Arianna Carossa in occasione di una residenza al Museo Carlo Zauli avvenuta dal 22 al 31 luglio. Arianna Carossa è un’artista nata a Genova che vive e lavora a New York, si è trovata a Faenza per produrre una nuova serie di opere in ceramica, dove ha lavorato all’interno dei laboratori che furono di Carlo Zauli.

Proprio con la terra nera conservata nei depositi dal periodo in cui il maestro la utilizzava per le sue steli monumentali, Carossa ha lavorato ad un progetto che integra, come sempre accade nella sua poetica, cultura e natura.

L’artista infatti, dopo anni di lavoro con la ceramica in modo tradizionale, è giunta ad un approccio scultoreo di relazione: la sua sfida attuale è individuare legami tra sostanze, concetti e materiali molto distanti tra loro. Anche a Faenza quindi ha unito resti organici di animali, come favi, corna, conchiglie a materiali della tradizione scultorea, in questo caso la ceramica, per integrare cultura e natura, mondi spesso tenuti distinti e separati.

Come definiresti l’essere artista? E che ruolo dovrebbe avere o ha nella società contemporanea oggi?
Una persona che ha a disposizione l’arte come strumento per l‘esplorazione di sé stesso e per la propria crescita umana. Platone racconta nella Repubblica, che l’artista sarà osannato al suo ingresso e ricoperto di onori, ma dovrà lasciare la città nella notte. Questo è significativo e racconta di come l’artista per sua natura viva una mancanza.

Quanto reputi sia importante l’ambito della formazione (dalle Università alle Accademie) per un artista? Mi racconti come sono stati i tuoi anni da studentessa?
La formazione accademica universitaria per me significa la possibilità di conoscere e imparare tecniche e di aver delle guide di riferimento metodologico, possono offrirti informazioni di varia natura. La scuola è allenamento per trapezisti come direbbe Peter Sloterdijk, un allenamento indoor.  Ma se non hai niente da dire non te lo suggerisce. Dopo aver studiato pittura, arrivata alla galleria Cannaviello, ho smesso di dipingere per quasi dieci anni.  Insomma ho dirottato tutte le mie energie sulla scultura che per me era un terreno più libero ed ampio dove far galoppare errante la creatività.  Aver studiato pittura mi ha resa per molti anni iper critica nei confronti di quello che facevo. Il mio rapporto con la scuola è stato un po’ controverso.

Come ti sei avvicinata all’arte? Hai qualche ricordo? E alla ceramica?
Ho iniziato a fare quello che mi veniva e mi piaceva molto giovane, forse 10 o 11 anni, per me era un modo per esprimermi e per contenere sentimenti che talvolta erano deflagranti dentro di me. Non ho un vero e proprio ricordo perché tutta la mia vita è stata una relazione con la possibilità di esprimermi e nel cercar di trovare delle strade personali aderenti il più possibile a me. Nel momento in cui ho socchiuso la porta alla pittura ho iniziato con la ceramica, mi fu offerta quindici anni fa la possibilità di lavorare ad Albisola in una fabbrica di pentole di coccio, la Piral. Da quel momento il modellato è diventato fondamentale nella mia ricerca.

Hai una carriera internazionale che ti ha vista esporre in prestigiosi spazi e città come all’Arc Gallery di Chicago alla Biennale d’arte contemporanea, a San Pietruburgo presso il Manage del Museo Ermitage , alla Biennale degli artisti del Mediterraneo in Tunisia, Documenta 11 kunstbalkon a Kassel, al MACRO di Roma, Lower Manhattan Council di New York, Fondazione Antinori, Firenze, Vittoriano a Roma, tanto per citarne alcuni; che differenza di approccio all’arte trovi rispetto al contesto nazionale italiano?
In Italia l’artista non ha un’identità, mentre negli Stati Uniti, dove vivo da nove anni, sì. L‘artista sussurra il suo nome in Italia.  Questa realtà mi risulta scomoda. A nessuno piace vivere in spazi angusti.

Ci racconti la tua recente esperienza al Museo Carlo Zauli di Faenza?
Avevo bisogno di un luogo che mi desse la possibilità, come un nido, di sperimentare il volo con la ceramica e che nello stesso tempo potesse valorizzare il lavoro ottenuto. Il museo Zauli mi pareva potesse avere queste caratteristiche.

Nel 2014 è uscito il tuo libro The aesthetic of my disappearance lanciato dal Moma/PS1 – ci puoi raccontare le tematiche che hai attraversato?
È stato quello il momento in cui ho iniziato a riflettere di più sul ruolo dell’artista e sulla sua produzione. Mi sentivo distonica nei riguardi non solo del sistema dell’arte ma anche nei riguardi di quello che sentivo fosse il nuovo consumismo dell’immagine.  Così ho fatto un libro insieme a nove curatori descrivendo opere verbalmente. Opere mai realizzate. Il libro è andato benissimo.

Che rapporto hai con la città in cui vivi?
È una storia d’amore in atto. Non potrei vivere da nessun’altra parte. NYC, la mia Brooklyn è il luogo in cui sperimento a cielo aperto l’history continua delle relazioni.

Cosa pensi del sistema dell’arte contemporanea attuale?
Il sistema dell’arte assomiglia moltissimo a quello della borsa. L’oggetto non ha più valore intrinseco, ma determinato dal sistema, formato da grandi gallerie e aste. Un sistema che esclude l’artista. Gli artisti stessi sono desiderosi più di entrare nel sistema e di diventare impiegati dell’arte che di emanciparsi dall’egemonia del sistema, godono nel sentirsi parte sostituibile del meccanismo.  Per quel che mi riguarda, non essendo l’arte il mio fine, mi sento piuttosto libera da questo meccanismo.

Ultima domanda: c’è qualcosa che nessuno ti hai mai chiesto ma che avresti desiderato ti chiedessero?
Sì: qual è secondo te l’elemento necessario intrinsecamente legato, mischiato alla grammatica e sintattica di un lavoro estetico che ne determina il suo funzionamento o il suo non funzionamento. La mia risposta sarebbe, il respiro che posso chiamare anche eros.

Info:

www.museozauli.it

Arianna Carossa, Fiori di pesco, argilla cruda, gomma, legno. 2019Arianna Carossa, Residenza Museo Carlo Zauli, 2019

Arianna Carossa, Black bones, ceramica smaltata e favo d’api. Cm 30x25x27. 2019

Arianna Carossa, Totem dell’uccellino, ceramica smaltata. 40x35x30, 2018

Arianna Carossa, Piccola carne, 50×70 olio su tela. 2019

Arianna Carossa, Testa cruda, favo d’ape, argilla cruda. 2019. Showroom Kartell, New York.




Kamruzzaman Shadhin a Venezia

In occasione della prima edizione del Majhi International Art Residency Program, presentato a Venezia dalla Durjoy Bangladesh Foundation (DBF), abbiamo intervistato l’artista Kamruzzaman Shadhin (nato a Thakurgaon, Bangladesh) per esplorare la ricerca artistica e il suo percorso creativo.

La residenza si è svolta a Combo, l’ex Convento dei Crociferi, dove Kamruzzaman, uno degli artisti coinvolti nella residenza, ha lavorato dal 20 luglio al 3 agosto, ed esporrà in una mostra collettiva finale a Combo dal 4 all’11 agosto 2019. Gli altri artisti invitati sono: Dilara Begum Jolly, Dhali Al-Mamoon, Rajaul Islam (Lovelu), Noor Ahmed Gelal, Uttam Kumar Karmaker, Umut Yasat, Chiara Tubia, Cosima Montavoci, Andrea Morucchio e David Dalla Venezia

La tua ricerca artistica ruota attorno alla performance e all’installazione: da dove origina il tuo lavoro? Cosa innesca il tuo processo di creazione?
Mi piace fare le cose spontaneamente, a partire da ciò che vedo e da ciò che ho in mente. Voglio collegare tutti questi elementi, penso che tutto abbia una potenziale connessione. Ogni comunità ha i suoi rituali, durante la mia infanzia ho assistito e vissuto questi vari rituali nelle comunità dentro e intorno al villaggio in cui sono cresciuto. Penso che come artista questi rituali e pratiche abbiano influenzato notevolmente le mie performance e installazioni. E ora, sto solo costruendo queste connessioni tramite la mia azione artistica.

Lavori spesso con comunità di rifugiati, indagando sui loro sentimenti e sulla loro fragilità come nuovi arrivati. Potresti dirmi come hai avuto modo di fare questo, a Venezia?
Ho deciso di lavorare con i migranti sia del mio paese sia di altri paesi per indagare i loro sentimenti e capire perché si sono trasferiti qui, quanto soffrono la lontananza dalle loro famiglie… Sfortunatamente quando si trasferiscono in un nuovo paese spesso non hanno mai modo di tornare nella loro patria. Se ritornano, trovano difficile riconoscere il loro paese, le loro famiglie e l’intera società. Sto cercando di lavorare con loro. Ho fatto fatica a trovare un senso di comunità a Venezia, non ha quel carattere sociale che invece appartiene al mio paese e alla mia mentalità. Venezia sembra essere un capolavoro e quando cammini in città ti senti parte di un museo. Allora perché Venezia è considerata la migliore? È Venezia… o sta morendo? La vita qui è molto costosa ed è difficile guadagnare abbastanza per vivere qui. È come il paradiso ma non te lo puoi permettere.
Prendi come esempio la Biennale di Venezia: è la mostra più famosa al mondo o è solo una vetrina di opere d’arte? E chi sono gli spettatori? Sono solo visitatori che si godono lo spettacolo o sono collezionisti che acquistano arte? All’Arsenale puoi vedere Barca nostra di Christoph Büchel e allo stesso tempo opere d’arte che non puoi permetterti. La critica ha affermato che questa nave non sia un’opera d’arte ma per me è proprio questa la vera opera d’arte, è il tuo sogno. Quindi mi chiedo dove è la Biennale? È all’interno della Biennale o all’esterno? Allora, che cos’è Venezia, tra la fine della Biennale d’Arte e l’Architettura? Ne stiamo vedendo solo una parte? Se conosci le due parti allora voglio vederlo con i tuoi occhi e la tua mente. Questa è la mia ambizione, vedere cosa vedi e cosa non dici attraverso gli altri.
Mi chiedo anche dove siano gli artisti veneziani alla Biennale di Venezia? La biennale presenta sempre artisti affermati ma non coinvolge artisti emergenti veneziani. Tutto sembra essere gestito dalla politica. Facciamo parte di un sistema e ognuno sta giocando la sua parte di sistema, per quanto terribile sia.

A proposito di ciò, cosa pensi dell’iniziativa di Majhi per creare una rete internazionale tra artisti del Sud Asia con quelli del resto del mondo?
Sai, la maggior parte delle volte, gli artisti non possono permettersi di viaggiare, quindi spesso hanno bisogno di un invito speciale. Senza questa iniziativa non sarei potuto venire qui e accrescere la mia esperienza, credo che tutti gli artisti – da qualsiasi parte essi provengano – appartengano a una singola comunità. Siamo fortunati perché quando stiamo insieme pensiamo tutti allo stesso modo e creiamo delle buone opere. Non so se l’output sia buono, ma sicuramente abbiamo creato una profonda connessione tra di noi. Questa esperienza potrebbe portarci a sviluppare nuovi progetti e idee insieme.

Quali sono i tuoi progetti per il futuro?
Sono interessato ai vari strati e dimensioni della migrazione e al modo in cui è correlato alla storia e all’attualità globale. Al momento, sto sviluppando un pezzo che esplora il rapporto tra coltivazione della iuta e la migrazione nei tempi coloniali del Bengala. Attraverso la mia organizzazione “Gidree Bawlee”, sto lavorando nel mio villaggio per innescare un movimento artistico attraverso progetti di collaborazione con la comunità.

Info:

Majhi International Art Residency Program

Kamruzzaman Shadhin, photographed by Noor Ahmed GelalKamruzzaman Shadhin, photographed by Noor Ahmed Gelal

Kamruzzaman ShadhinKamruzzaman Shadhin, Elephant in the Room, Kutupalong-Balaukhali Rohingya Camp, Teknaf, Bangladesh, 2018, courtesy of the artist

Kamruzzaman Shadhin, The Player Behind, 2011, performance, courtesy of the artist

Kamruzzaman Shadhin, Installation shot of Greed, 17th Asian Art Biennale, 2016, courtesy of the artist




Stefano Serretta. Svuotare tutto è un atto d’amore

In occasione della mostra Shoegaze, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Stoccolma, Stefano Serretta si concede a Juliet per un’intervista.

 Se vuoi, inizia ad accennarmi qualcosa su come nasce questo progetto.
Il progetto è cominciato con una lunga immersione nel mondo delle piattaforme di comunicazione online usate da comunità eterogenee spesso raggruppate sotto l’etichetta di alt-right. Questa infosfera scivolosa, spesso sottovalutata a causa della sua apparente innocuità, rappresenta un luogo di incubazione di discorsi e pratiche che, a partire dalle periferie di internet, si insinuano nel cuore della comunicazione politica contemporanea. Dopo averne masticato l’immaginario visivo e verbale – prodotto di una cultura pop mescolata a esoterismo nerd – ho cercato di restituire con maggiore immediatezza espressiva le mie sensazioni relative a quello che è oggi lo spazio egemonico di formazione del sentimento pubblico contemporaneo. Per far questo ho recuperato tattiche e strategie stradaiole e antagoniste che fanno parte del mio background, da un certo tipo di approccio al disegno all’uso visivo della parola, alla lettura dello spazio architettonico. Il giornale funziona tanto come strumento per intervenire ambientalmente sull’architettura quanto come supporto sul quale offrire un apparato visivo in bilico tra reale e verosimile.

Potere e comunicazione sono uniti da cavi non del tutto invisibili, dove viaggiano forze di varia natura e messaggi. Condutture, che forse hai attraversato esplorando zone ombrose del web. È da qui che prende avvio Relapse?
Si è trattato più che altro di risalire la corrente per indagare la relazione causale tra azioni online e conseguenze offline. La mia è ancora una generazione di nativi-analogici ed è cresciuta parallelamente alla rivoluzione digitale. Seppure vicino, mi sento molto lontano dal modo di pensare e interagire con la macchina di un nativo-digitale, e questo non manca di crearmi un notevole spaesamento. Allo stesso tempo, si tratta di un medium per me più interessante in relazione all’uso che ne viene fatto, ai contenuti visivi e testuali che crea, non c’è giudizio etico a priori. I terremoti mentali e le psicosi che l’avvento dei social hanno generato a livello collettivo sono sotto gli occhi di tutti, ormai da tempo. La cosa meno evidente è che molte delle immagini che finiscono per essere riprodotte memeticamente sui social più mainstream e che hanno un ruolo attivo nella creazione di consenso sono sviluppati in luoghi alla portata di tutti (vedi le discussioni board /pol/ di 4chan e 8chan tra i tanti) ma ancora non così esplorati. Comunità che vivono dell’adagio «Ripetete una bugia cento, mille, un milione di volte e diventerà una verità.». Viviamo nell’epoca del verosimile pirandelliano, più vero del vero, e le conseguenze sono allo stesso tempo politiche e economiche. Andrew Anglin festeggiava il ruolo dei troll nell’ascesa di Trump, Gianluca Lipani faceva soldi diffondendo il panico attraverso bufale.

Ci stai parlando di un fallimento?
Il fallimento è più che altro un pretesto per instaurare un rapporto dialettico con l’edificio da un punto di vista architettonico e istituzionale. Lo svuotamento che crea e di cui è conseguenza è solo presunto e apparente, diventa quasi subito, osservando l’intervento dall’interno, spazio di riflessione entro cui strutturare una distanza (o una vicinanza) con il pieno della narrazione che si sviluppa sulle vetrate.

Come ti sei rapportato con lo spazio, una struttura progettata da Gio Ponti?
Durante il primo sopralluogo sono rimasto subito affascinato dalle diverse anime che popolano la splendida struttura fortemente voluta da Carlo Maurilio Lerici, dentro la quale è condensato un po’ tutto il meglio della produzione di Ponti fino a quel momento. Dalla superleggera ai mobili creati su misura per arredare le stanze, dalla biblioteca all’auditorium, è stato fortemente ispirante percepire un’aura di sospensione che situa quello spazio su una incerta linea temporale, e che mi ha permesso di riflettere sulle sue possibilità perdute. Ricollegandomi alla tua domanda precedente, il fallimento è quello della mitologia di cui (e in cui) viveva Ponti. Un fallimento insito in ogni epoca e pensiero, disciplina o filosofia che si confronti con l’incessante scorrere della Storia. Da qui la decisione di svuotare tutto, di asciugare all’osso, un gesto che è anche in un certo senso un atto di cura e d’amore, come l’eviscerazione di un corpo da mummificare.

Provocato dall’affermazione del discorso del capitalista, l’uomo del presente appare sprovvisto di un centro e poco, se non per nulla, in grado di ereditare. Intendo questo termine non nel senso di un ripiegamento sul passato, ma di una ripresa, come Kirkegaard spiegava che si trattava di “retrocedere avanzando”. Ritieni che oggi sia in corso una codificazione di un linguaggio nuovo, di una diversa struttura simbolica priva dei supporti morali e ideologici presenti nei periodi storici che ci hanno da poco abbandonato? E in che modo il disegno è stato utile allo sviluppo delle tue ultime analisi?
Sicuramente è forte la tentazione di intravedere in questo ciclo politico un ritorno in forma di serissima farsa di ideologie del secolo scorso. In Relapse ho posto particolare attenzione su un punto: quando parliamo di comunicazione sviluppata sulle piattaforme sociali il mezzo è realmente il messaggio. Il messaggio del mezzo digitale è che le reti si formano individualmente e altrettanto individualmente vengono smantellate o ristrutturate. Il cinismo nichilista – codificato in umorismo più malvagio che nero – è la cifra di una comunità che si autorappresenta come “agente del caos nella società contemporanea”. Le pagine del giornale sono popolate di personaggi ritratti in pose grottesche e in risate estreme, ai limiti del pianto, come fossero intrappolati in una sorta di allucinazione collettiva. Si tratta di sciami eterogenei in cui il risentimento identitario ha sostituito la solidarietà sociale e il cui unico volatile fondamento è la volontà individuale. Il disegno è stata una reazione immunitaria, come se dopo tanta ricerca sentissi la necessità di fare un passo indietro (o in avanti) rispetto all’analisi.

Info:

Stefano Serretta. Shoegaze
a cura di Vasco Forconi
13 giugno – 27 settembre 2019
Istituto Italiano di Cultura Stoccolma
Gärdesgatan 14, 115 27, Stoccolma

Shoegaze. Stefano Serretta, IIC, 2019

Shoegaze. Stefano Serretta, installation view. Foto Jean-Baptiste Béranger, courtesy Italian Cultural Institute of Stockholm

Shoegaze. Stefano Serretta, installation view. Foto Jean-Baptiste Béranger, courtesy Italian Cultural Institute of Stockholm




A colloquio con l’artista Giulio De Mitri, presidente del CRAC Puglia

Quando, come e perché è nato il CRAC Puglia di Taranto?
Il CRAC Puglia – Centro di Ricerca Arte contemporanea è un museo del progetto che nasce da un’esperienza maturata in oltre trent’anni dalla Fondazione Rocco Spani onlus di Taranto con la collaborazione di operatori sociali, intellettuali, scrittori, musicisti, artisti. L’arte in tutti i suoi linguaggi apre a una prospettiva più ampia, porta bellezza in luoghi di emarginazione e di sofferenza, fornisce strumenti di riscatto personale e collettivo. Ci aiuta a immaginare un futuro migliore, senza conflitti e guerre. Un futuro diverso da offrire alle nuove generazioni. In questo modo la  cultura diviene un valore da promuovere e rafforzare, come un trait d’union tra identità differenti.

Perché proprio a Taranto? E come si è resa disponibile questa bellissima struttura dell’ex Convento dei Padri Olivetani?
Taranto ha una storia millenaria. Ha dato i natali al filosofo Archita ed ha ospitato Pitagora. Il territorio fu apprezzato da Orazio e Virgilio e dalle tante dominazioni che si sono susseguite nel corso dei secoli: Svevi, Angioini, Arabi e Aragonesi. Taranto parla di cultura mediterranea, legata da tantissime stratificazioni, sino a raggiungere eventi del passato secolo, come le edizioni del Premio Taranto, il contributo del mondo dell’arte e della cultura – da Quasimodo a Ungaretti – sino a raggiungere gli affermati artisti e intellettuali tarantini: Raffaele Carrieri, Guido Le Noci, Giacinto Spagnoletti, Franco Sossi, Nicola Carrino, Giuseppe Spagnulo, Iole De Sanna, Luigi Paolo Finizio, Michele Pierri. Gli spazi del CRAC Puglia non potevano essere ubicati in sede migliore: sull’isola della città vecchia a pochi passi da Palazzo Pantaleo (sede del Museo Etnografico), dal MUDI (Museo d’arte Diocesano) e dal Castello Aragonese. La struttura dell’ex-convento, di proprietà privata, è nella disponibilità del CRAC, grazie all’impegno sociale e culturale che la Fondazione svolge, da anni, nel centro storico di Taranto, occupandosi di educazione e cultura a favore di minori a rischio di devianza.

Tu sei uno dei fondatori del CRAC, quale ruolo ricopri?
Sì, sono uno dei fondatori e ricopro il ruolo di presidente del comitato scientifico.

Ci sono finanziamenti privati o pubblici che sostengono l’attività del CRAC?
L’attività del CRAC Puglia è sostenuta da un gruppo di intellettuali e di sponsor privati. Il pubblico risponde in maniera positiva e con sostegno morale. In futuro ci auguriamo di essere sostenuti anche dagli enti pubblici.

C’è una linea operativa perseguita dal CRAC?
Un obiettivo perseguito dal CRAC è quello di estendere l’aspetto socio-pedagogico delle attività laboratoriali con  progetti di ricerca artistica che vanno a coinvolgere l’intero territorio. Taranto ha un’urgenza collettiva che è storica, culturale, sociale e ambientale, quindi i nostri progetti vanno in direzione di questi temi che sono al centro del territorio. Sin dal 2014 con l’ideazione del progetto “PIANO EFFE”, ovvero di una collezione permanente di disegni e studi preparatori (un impegno che guarda soprattutto all’idea progettuale e non all’opera finale), si è passati alla concreta realizzazione di eventi, mostre, rassegne di rilievo storico e sperimentazione di nuovi linguaggi artistici.
Nella prima fase abbiamo acquisito i progetti di ventisei artisti, tra i quali, ricordiamo i nomi di Getulio Alviani, Nicola Carrino, Claudio Costa, Piero Gilardi, Luigi Mainolfi , Bruno Munari, Pino Pascali, Giuseppe Spagnulo, Joseph Beuys. Nella seconda fase si sono avviate, dal 2015 a oggi, una serie di importanti appuntamenti. Ne ricordiamo alcuni: “Giuseppe Spagnulo / Ritorno a Taranto” (a cura di Aldo Iori con testi di Bruno Corà e foto d’autore di Danilo De Mitri); “Lungo il Parco del Bidente/ Progetti e installazione nel Parco Sculture di Santa Sofia” (a cura di Renato Barilli, con progetti e studi preparatori di Eliseo Mattiacci, Hidetoshi Nagasawa, Anne e Patrick Poirier, Mauro Staccioli, ecc.); “Tracce su carta. Aspetti del disegno Italiano contemporaneo, 1948-2000” (a cura di Massimo Bignardi, con opere di ventisei artisti tra i quali: Carla Accardi, Sandro Chia, Stefano Di Stasio, Mauro Reggiani, Atanasio Soldati, Giuseppe Uncini, Grazia Varisco, Gilberto Zorio, Mimmo Paladino, Alberto Garutti, ecc.); “Giulio De Mitri /Theorema” (a cura di Clara Gelao e Antonella Marino); “Diaspora del mito. La sponda ionica”(a cura di Massimo Bignardi e con la collaborazione dell’Università di Siena e del Museo Arcos di Benevento). Tra i numerosi TalkinCrac ricordiamo: “Alda Merini /Furiosa cresce la notte”, “Anna D’Elia /Fotografia come terapia. Attraverso le immagini di Ghirri”; “Il Premio Taranto, 1949-1952”; “I luoghi della bellezza. Puglia 2019”; “Luigi Paolo Finizio /Astrattismo e dadaismo. Poetiche dell’antilirico”.

Quali sono i progetti per fine 2019 e inizio 2020?
Il comitato scientifico del CRAC Puglia, in linea e in continuità con i principi fondanti, porta avanti mostre e incontri d’esperienza sul tema del progetto d’artista: uno spazio mentale che cattura quell’attimo tra l’idea e la sua messa in opera, come ha affermato più volte, il nostro giovane direttore artistico Roberto Lacarbonara. Il 14 settembre inaugurerà la mostra “Carlo Bernardini, Giulio De Mitri, Paolo Scirpa, Massimo Uberti /Gli artisti della luce tra segno, progetto e opera”, a cura di Sara Liuzzi; l’8 novembre ci sarà “La strega rossa: disegni e illustrazioni di giovani creativi italiani e stranieri”; il 14 dicembre “Proposta per una collezione, opere ceramiche” a cura di Roberto Peccolo. Nel gennaio 2020 l’appuntamento sarà con “PIANO EFFE 2 / Nuove acquisizioni per la Collezione permanente del CRAC”.

CRAC PugliaVista della mostra Diaspora del mito. La sponda ionica. Da sx a dx si intravedono le opere di: Giulio De Mitri, Il segreto degli Dei, 2009, tecno-light-box, cm 150 x 150 x 12; Herman Albert, Frau am Meer, 2000, olio magro su tela, cm 210 x 180, coll. Mino Sorvillo; Omar Galliani, Figura, 1998, disegno e grafite su tavola, cm 200 x 200, coll. Mino Sorvillo. Foto Giorgio Ciardo, courtesy CRAC Puglia

Giulio De Mitri, Il segreto degli Dei, 2009Giulio De Mitri, Il segreto degli Dei, 2009, tecno-light-box. Foto  Giorgio Ciardo, courtesy CRAC Puglia

Nicola Carrino, Colonne del tempio dorico (progetto per piazza Castello a Taranto), 1984, pennarello nero e metallizzato su carta Fabriano. Foto Giorgio Ciardo, courtesy CRAC Puglia




Federico Lombardo: tra impressionismo e semplicità giottesca

L’arte contemporanea opera con un taglio netto, se non addirittura disprezzando, irridendo il passato, senza pensare che l’arte non è altro che una lunghissima successione di modelli e archetipi che nel corso del tempo si sono sedimentati, in armonia fra innovazione e tradizione.

In questo senso non pecca d’orgoglio l’artista campano Federico Lombardo, sostenitore dell’importanza della messa in discussione dei valori stabiliti, nato a Castellamare di Stabia e residente a Roma, nelle cui produzioni convivono sperimentalismo e passatismo, ritratti stranianti che vogliono esprimere sentimenti neutrali, ispirati ai modelli rinascimentali e tecnologia digitale (a differenza di quelli più sfuggenti realizzati su tela), rievocazioni compositive giottesche e scene di vita quotidiana dei nostri giorni.

Diplomatosi in scultura presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, Lombardo, lontano dalla tradizione storica novecentesca, spesso inserisce nelle sue opere elementi di scultura che fanno da sfondo e personaggi che sembrano fantasmi, raffigurazioni di sogni e ricordi.

Il corpus creativo di Lombardo è variegato, per il quale è fondamentale la ricerca di nuovi valori della visione, affidandosi all’immediata impressione del vero, e rifiutando qualsiasi processo canonico ed ideologico della rappresentazione. Le sue opere sono avvolte da un’atmosfera che ricorda i film di Jean Renoir, perché l’arte che nella mente e nelle mani di Lombardo diviene cinema sulla tela, dinamismo, movimento, così come il colore è efficace mezzo espressivo per restituire ad ogni cosa il suo peso e il suo volume, un po’ alla maniera di Jean-Frédéric Bazille, cogliendo la naturalezza e l’eternità quotidiana di una vita in cui l’arte è sempre presente.

I lavori di Federico Lombardo, che dimostrano la poliedricità dell’artista campano, sono stati ammirati al parlamento europeo di Strasburgo, nella Basilica Palladiana di Vicenza, al Pac di Milano, in biennali (Venezia e Sharjah) e quadriennali. L’ultima sua mostra personale, “Monade” risale al 2018 a Milano, a cura di Federico Rui. La prossima personale sarà a Bassano presso la collezione the Bank.

Lei è stato inserito nel diario della pittura italiana vivente “Eccellenti pittori” dal giornalista e critico d’arte Camillo Langone, ma chi sono per Lei i pittori eccellenti e quale ritiene essere l’aspetto della sua arte che la rende un pittore eccellente?
Camillo conosce il mio percorso artistico da quasi 15 anni; è come un Vasari del XXI secolo, almeno questa è la sua intenzione; è evidente che individua nella mia pittura delle qualità tecniche, stilistiche tali, da rendermi partecipe di questo suo progetto. Perché mi definisca eccellente forse sono la persona meno adatta per rispondere, bisognerebbe chiederglielo.  Spesso mi paragona a pittori impressionisti o contemporanei del calibro di Erich Fischl, quindi di sicuro individua nella mia arte una capacità espressiva fatta di pennellate veloci, intense, espressive.
Il pittore è eccellente quando non si pone di certo il problema se lo è, ma costruisce il suo lavoro gradualmente attraverso una poetica, un credo, che può durare una vita.
Da poco ho visitato La fondazione Mirò e il Museo Picasso a Barcellona, ovvio sono artisti mitici più che eccellenti. Seguire il loro esempio come minimo. Non amo concetti rivisti e riproposti come assoluta originalità.

Quanto bisogno c’è oggi di un’arte di tipo umanistico?
L’arte è sempre umanistica, perché pensata e fatta da esseri umani.

Cosa deve rappresentare l’Arte per Lei?
L’arte non deve rappresentare, ma porre dei quesiti, mettere in crisi dei valori assodati.

Lei ritrae scene di vita quotidiana, proponendo una pittura iperrealista, nel segno della sincerità. Trova sterili le idealizzazioni?
Una parte della mia pittura rappresenta scene intrise di un certo realismo, perché amo guardare il mondo e riproporlo con la materia lucente della pittura, ingenuamente proporre il mio modo di vedere le cose. Nulla è sterile, la pittura è tale se propone sempre una variante ideale, altrimenti meglio uno scatto fotografico.

Ricorda la sua primissima opera? Di cosa si trattava?
Era lo studio di un paesaggio di Giacinto Gigante quando avevo 11 anni.

Cosa pensa dell’arte concettuale? Ritiene siano più efficaci i giochi di parole o i colori a rappresentare una vicenda?
L’arte è spesso chiusa in recinti sterili, tutta l’arte esprime dei concetti. Certo il quadro impressionista di oggi non può essere quello del 1874, lo spirito cambia. Nel mio caso la relazione interdisciplinare tra tecniche diverse fa diventare la pittura anche un concetto non comprensibile solo attraverso una lettura superficiale: è la mia ricerca.

I suoi ritratti a mezzo busto eseguiti con il digitale sono per certi versi inquietanti, i protagonisti non sorridono quasi mai, copie perfette dell’originale. Sono opere distopiche, di un possibile futuro popolato da androidi o una realtà che è già sotto i nostri occhi se pensiamo a quanto si insegue la perfezione estetica?
Il percorso pittorico che parte dalla ricerca sul volto, rarefatto, astratto, simbolico approda al digitale dopo anni. Non sono mai state copie perfette, anzi, spesso l’originale è solo un punto di partenza, non sono mai state copie. Non sorridono perché il loro sentimento è neutrale, quasi asessuati, indagano, osservano, sicuramente inquietanti, come dice un esperto di arte digitale Ennio Bianco, fanno parte dell’”Uncanny valley”. Sono anche un parallelo contemporaneo col ritratto tipico italiano che si ispira ad Antonello da Messina, o Leonardo.

Quale tecnica predilige? Olio su tela di lino, acquaforte, supporto digitale…?
Oggi si parla di realtà parallele, la fisica quantistica ha messo tutto in dubbio. Tale concetto influenza la mia arte forse anche contro la mia volontà, con i mezzi umili della pittura interdisciplinare, interpreto questo spirito, che si contrappone all’idea unica di stile, che appartiene al passato.

Le sue narrazioni di vita quotidiana, per quanto riguarda la composizione (prendiamo ad esempio l’opera Piazza del Popolo o Piazza Navona) sembrano rifarsi alla linearità e semplicità di Giotto, è una ricerca voluta? Le sarebbe piaciuto essere artista all’epoca di Giotto?
Sicuramente tra i pittori sommi di tutti i tempi c’è Giotto, la sua semplicità asciutta, contrapposta alla maniera moderna dell’epoca, è senza tempo. Forse sì, l’Italia era un centro culturale mondiale. Certamente il percorso sarebbe stato più lineare, dalla bottega al lavoro artigianale di pittore, artista. Certo Giotto era anche un grande imprenditore di sè stesso, un artista che sapeva parlare ai potenti del suo tempo.

Tre artisti che l’hanno in un certo senso illuminata.
Giotto, Marlen Dumas, Bill Viola.

Perché l’arte figurativa viene spesso ritenuta antiquata, facendo pensare a uno stucchevole accademismo, e per molti oggi l’arte e deve esprimersi attraverso l’astrattismo delle installazioni o le performance più imprevedibili?
Dipende dai contesti culturali, a me sembra che la figurazione goda di ottima salute se penso alle recenti aggiudicazioni in asta di Hockney, anche se non amo il sistema speculativo delle aste.

Le nuove generazioni sono sufficientemente e doverosamente educate alla conoscenza dell’arte?
Dipende dalla volontà e desiderio dei singoli.

Prossimi impegni?
Una personale a Bassano presso la collezione the Bank.

Un sogno da realizzare?
Continuare a dipingere e viaggiare.

Annalina Grasso

Info:

www.federicolombardo.net

Federico LombardoFederico Lombardo

Federico Lombardo, Digital Painting

Federico Lombardo, Incoronazione di Positano, 180×180 cm, olio su lino, 2018

Federico Lombardo, Piazza Navona,150×200 cm, olio su tela, 2018

Federico Lombardo, Al museo, olio su tela, 180×180 cm, 2017

Cover image: Federico Lombardo, Coppia 1-19 (detail), Acquerello su carta, 38×57 cm, 2019




Le metamorfosi architettoniche nel lavoro di Matteo Galvano

È stata inaugurata a Milano e sarà visitabile fino al prossimo 8 settembre presso lo spazio espositivo Interface HUB/ART la mostra architAMORfosi di Matteo Galvano, patrocinata dall’Ordine degli Architetti della provincia di Milano e sostenuta da Interface Facility Management e Sharebot Monza.

La mostra, curata da Roberta Macchia e Greta Zuccali, pone i riflettori sull’opera di Galvano e sulla sua ricerca artistica caratterizzata dall’uso della penna biro, tecnica che richiede tempo e precisione per tracciare a mano libera innumerevoli segni e tratti, ora più intensi e ora più leggeri, ma che offre la possibilità di cogliere l’essenza dei soggetti rappresentati.

La tua ricerca parte nel 2002 e si evolve assieme all’abilità ad utilizzare la biro. Il tuo lavoro ora approda a Milano, città che pur mantenendo intatta un’anima borghese rappresentata dai meravigliosi edifici liberty degli inizi del 900, negli ultimi vent’anni non solo ha cambiato skyline ma anche immaginario architettonico. Ci racconti come è nato il tuo lavoro e quale città lo ha ispirato?
Il mio lavoro è nato da un viaggio a New York nel 2010 dove ho maturato l’idea di evolvere la mia ricerca artistica incentrandola sul tema architettonico. Inizialmente la visione racchiudeva anche elementi del paesaggio urbano da me chiamato “giungla urbana” ed andavo alla continua ricerca di dettagli prospettici utili a valorizzare l’architettura di mio interesse, come fossero a corredo di essa.

Dallo studio delle architetture incontrate durante i tuoi viaggi nasce nel 2014 la serie architAMORfosi (presentata ufficialmente presso il Padiglione Italia durante l’EXPO 2015) in cui, attraverso disegni realizzati in bianco e nero, riscrivi con il segno della “biro” la tua personale visione dell’architettura urbanistica, suggerendoci nuove coordinate spazio-temporali. Il tema della metamorfosi, terreno che evoca molteplici riferimenti e rimandi letterari, come si inserisce nel tuo lavoro?
Dal 2015 nasce architAMORfosi, termine inedito e da me stesso coniato, come mio forte bisogno di unire il cuore di città differenti creandone un unico corpo. Con questa mia nuova ricerca evolvo così come ogni crisalide diventa farfalla dando il via a una nuova vita. Così come Ovidio in “Le metamorfosi” ricorda che il creatore delle cose impose all’essere umano di contemplare il cielo ed innalzare lo sguardo dritto alle stelle, il mio sguardo si dirige, dunque, da terra a cielo immaginando l’amalgamarsi degli elementi architettonici miei preferiti. ARCHITETTURA – AMORE – METAMORFOSI questo è alla base della mia nuova corrente.

A Milano, come in altre città europee, le disuguaglianze sociali sono spesso associate a disuguaglianze spaziali. Credi che il tuo lavoro possa essere la base di una sperimentazione che porti alla nascita di progetti lungimiranti e innovativi per quei luoghi che identifichiamo come periferie?
Sono molto aperto all’utilizzo di nuove unità abitative in contesti inimmaginabili. Con l’evento in corso ho avuto la conferma che ogni progetto può avere un fine. Le stampe in formato 3D, realizzate in collaborazione con Sharebot Monza, hanno confermato che il mio futuro è costituito da ingressi ed uscite proprio come ogni edificio in cui ognuno può trovare riparo. Tutto ciò senza alcuna distinzione sociale: sogno un mondo accessibile ai più e sono certo che la mia “casa” potrà divenire “casa per tutti”.

In mostra presso Interface HUB/ART è stata esposta un’opera inedita dal titolo Land Time. 18 architetture fuse tra loro che danno vita a quella che definisci la tua “città ideale”. In essa si incontrano simboli come Il Cristo Redentore che dalla baia di Rio de Janeiro raggiunge la Statua della Libertà di New York o la Basilica di Santa Sofia di Istanbul che con il suo imponente profilo si fonde con le geometrie fluide dell’Harbin Opera House, in Cina. Hai mai pensato al tuo lavoro come ad un invito a superare i confini culturali e a giocare con te, l’autore, nella ricerca delle combinazioni nascoste nell’opera?
Con questa domanda mi torna alla mente un noto gioco passato tra le mani di diverse generazioni: il cubo di Rubik non a caso descritto già in passato come un puzzle in 3D e inventato da un professore di architettura ungherese. Attraverso i tentativi volti a trovare la soluzione finale, il cubo di Rubik e l’opera che hai citato dal titolo Land-Time, sintetizzano in un unico elemento il concetto del raggiungimento della perfezione passando da uno stato iniziale di sconvolgimento. Lo stesso Platone fece riferimento al concetto qui sopra spiegato, con la definizione del CAOS PRIMORDIALE a cui attinge il Demiurgo per la formazione di un mondo ordinato: IL COSMO.
Oltre a Land Time e alla serie di bozzetti e disegni, in mostra sono presenti 3 opere che trovano anche una realizzazione in 3D. Parliamo della fusione tra l’Arena di Verona e il Tietgenkollegiet di Copenaghen, del monumentale Makedonium di Kruševo che si fonde con il Fiore di Pietra di Mario Botta e di Interface HUB (edificio che ospita architAMORfosi), realizzato da Attilio Terragni nel 2012, che incontra il Novocomum di Como, progettato da Giuseppe Terragni alla fine degli anni 20 del ‘900. Ci racconti la genesi di questi progetti?
Il progetto 3D nasce dal mio non volermi più accontentare di un’opera d’arte da guardare con gli occhi, bensì dal forte desiderio di realizzare un’opera capace di farsi accarezzare fino ad offrire la possibilità ‘di immergersi all’interno di essa per poterla vivere a 360°. L’idea è nata tra diversi discorsi trattati con la curatrice Roberta Macchia, mia collaboratrice e compagna di vita.  Ogni giorno maturiamo idee in cui poter credere, le archiviamo e ne teniamo memoria per andare alla costante ricerca del posto e del momento giusto per poterle realizzare. È così che presso Interface HUB a Milano siamo riusciti a piantare il primo seme per un raccolto che speriamo essere rigoglioso, grazie all’impegno del Team che fino ad oggi ci ha supportato. La speranza è quella di poterlo veder crescere in altre città in Italia e all’estero.

Un lavoro che è allo stesso tempo un invito al viaggio.

Un processo che attraversando tutta la storia dell’architettura guarda ad essa come ad un organismo vivente in continua trasformazione, un puzzle tridimensionale che fa da sfondo alle nostre vite e le accoglie ogni giorno, incessantemente, in ogni città del mondo.

Info:

Interface HUB/ART

Matteo Galvano, Chichén Itza, 2018, bozzetto di studio, 30×21 cm

Matteo Galvano, architAMORfosi, installation view at Interface HUB/ART

Matteo Galvano, architAMORfosi, installation view at Interface HUB/ART

Mattao Galvano, particolare di Makedonium e Fiore di Pietra in 3D

cover image: Matteo Galvano, Land Time, 2019, penna biro nera su carta cotone, 160x50cm




I Sentieri dell’incertezza alla Casa Laboratorio di Ca’ Colmello

Abbiamo intervistato Chiara Tabaroni direttrice artistica di Ca’ Colmello in occasione del workshop residenziale di illustrazione “Sentieri dell’incertezza” guidato dall’artista e illustratrice polacca Joanna Concejo in programma dal 26 al 28 luglio alla Casa Laboratorio di Ca’ Colmello di Sassoleone, in provincia di Bologna, nell’ambito della settima edizione di S.I.A – Sottili Innesti Amorevoli, preziosa rassegna a cura dell’associazione Baba Jaga che porta sulle colline bolognesi gli esponenti più interessanti della ricerca artistica italiana e internazionale.

Come nasce la Casa Laboratorio di Ca’ Colmello di Sassoleone? E S.I.A – Sottili Innesti Amorevoli, che già nel nome contiene una poetica profonda e interessante?
Ca’ Colmello è un luogo prezioso, speciale, amato…nasce da un desiderio forte e pulsante, in costante rinnovamento, di creare un luogo che sia casa, ma anche spazio di intrecci d’arte e teatro, infanzia e storie, musica e danza, luogo di residenze e ricerca…mantenendo anche l’aspetto rurale, il contatto con la terra (ci sono un piccolo orto, il Frutteto dei Custodi di alberi antichi donati con amore, ed animali che con la loro presenza profonda ci ricordano il qui e ora…)
Ca’ Colmello è un casolare antico tra colline e cielo che negli anni abbiamo ristrutturato con cura, è un luogo in cui l’aspetto umano può trovare respiro nell’incontro, nel silenzio vivo della natura e da tutti questi connubi nasce la rassegna S.I.A. – Sottili Innesti Amorevoli.
S.I.A è un mondo in cui ci si immerge, per un workshop di ricerca o uno spettacolo, e ci si lascia invadere…
L’orizzonte aperto del panorama circostante colma e nutre.

Nel corso delle sette edizioni di S.I.A avete notato un maggiore interesse da parte del pubblico verso le proposte e le ricerche artistiche che selezionate?
Non è semplice far in modo che le persone giungano fin quassù, luogo isolato tra calanchi e verdi colline. Come dico sempre, ci vuole la volontà e il desiderio di giungervi, rallentare il tempo, ed anche il viaggio fin qui sarà allora parte dell’esperienza. Sicuramente in questi 8 anni, la voce si è diffusa in giro per l’Italia (e anche all’estero) anche grazie al passaparola prezioso di chi è giunto qui, e ha compreso ed amato lo spirito di questo luogo, la fragilità e la forza di un’utopia reale al di fuori degli abituali circuiti e di una modalità differente di esperire l’arte in senso ampio.
Grati quando si rinnova la poesia della presenza, la sequenza dell’incontro mai uguale, lo stupore di una comunità provvisoria che si riconosce…

Quanto è importante “resistere” e proporre cultura in posti lontani dal centro, in ambienti naturali, come in Appennino?
Siamo convinti che zone “marginali”, siano esse le periferie delle città, o particolari contesti come questo, immerso in una natura ancora poco antropizzata, posseggano potenzialità ed urgenze di bellezza da ri-scoprire, innescando meccanismi di liberata commistione, significati che vengono amplificati poiché si è invitati in qualche modo ad un processo di spoliazione.
Si torna ai perché, alla trasparenza, e si riempiono le tasche di soffi vivi.
La natura àncora a sé cuciture di infinito che donano del bene…

Nella storia di Ca’ Colmello, ci puoi raccontare qualche evento che avete accolto con maggiore riscontro?
Sicuramente la poesia di Mariangela Gualtieri che ha risuonato nella notte, e invaso anche gli interstizi più nascosti, quella voce in grado di unire visibile e invisibile, andando a tracciare mappature intime in una sorta di rito condiviso, è stato uno degli eventi che ha richiamato più cuori, nell’anfiteatro tra canti di grilli e luna.
Inoltre anche la compagnia indiana Milòn Mèla, ospite abituale delle varie edizioni, travolge con esplosione di musiche, danze e colori, ed è sempre una festa di meraviglia, un’estasiata visione di bellezza e forme antiche.

A fine luglio ospiterete l’artista e illustratrice polacca Joanna Concejo, puoi raccontarci qualcosa in merito? Come vi siete conosciute e che tipo di attività verrà proposta.
Da anni seguivamo Joanna Concejo da lontano, tramite le sue illustrazioni, e qualcosa di sottile ci risuonava dentro: c’è qualcosa di forte e delicato allo stesso tempo, un’essenza, un’attenzione ai dettagli, un rapporto con il passato, la natura… Sono immagini che parlano a chi le sa ascoltare ed osservare, traghettano dentro ad un’atmosfera, aprono porte all’altrove…
Abbiamo pensato che sarebbe stato un bell’incontro, e così è stato: l’anno scorso ci siamo scritte, e l’abbiamo invitata per la prima volta.
Quest’estate sarà il secondo incontro, poiché amiamo creare con gli artisti anche un legame che si possa approfondire, dopo la prima conoscenza.
Poter esplorare da vicino ricerche differenti è un dono.

Qualche data estiva di Agosto da ricordare ai nostri lettori che visiteranno con curiosità Cà’ Colmello?
Agosto è il terzo ed ultimo mese intenso della rassegna, ed ospita 2 workshops residenziali: uno di danza butoh con il grande maestro Masaki Iwana  e l’altro con la compagnia di artisti indiani Milòn Mèla in cui si esploreranno differenti discipline artistiche (danza chhau, danza gotipua, arte marziale kalaripayattu, ecc).
A Ferragosto invece nell’anfiteatro sotto le stelle Canti del Vivo concerto di O Thiasos Teatro Natura con le cantanti e attrici Camilla Dell’Agnola (voce, viola, dulsetta) e Valentina Turrini (voce e tamburo). Sono canti polifonici eseguiti a cappella a due voci, a disegnare un ideale itinerario attraverso i suoni della natura e le voci, dal Salento alla Galizia, passando per l’Emilia Romagna e la Sicilia, fino a toccare la Georgia e l’Ucraina.
A chiusura della lunga estate quassù, il 25 agosto la Compagnia Milòn Méla, dall’India, incanterà grandi e piccini con lo spettacolo Naba Jagoron – Risvegli danze acrobatiche, maschere tribali, colori, musiche e canti d’Oriente.

Ca’ Colmello

Ca' ColmelloCa’ Colmello, Anfiteatro

Joanna Concejo, Petit déjeuner

Joanna Concejo, Death & Resurection

Joanna Concejo, Morze