Oreste Baccolini. Schegge di nuvole / Splinters of clouds

Dal 15 Luglio 2020 prenderà via il nuovo progetto E(ART)H OFF a Castiglione Dei Pepoli in provincia di Bologna a cura di Federica Fiumelli di Officina 15. Il primo progetto espositivo site-specific pensato per la “Sala della terra” parte del Centro  di Cultura Paolo Guidotti – è dell’artista Oreste Baccolini – “Schegge di nuvole / Splinters of clouds”. Il progetto nasce come ulteriore sviluppo dell’esistente #artOFF che mette al centro l’arte contemporanea in un dialogo con la comunità e il territorio dell’Appennino. #artOFF infatti è un progetto di promozione artistica nato all’interno dell’associazione culturale Officina 15 che ha l’intento di avvicinare e sensibilizzare la comunità e il territorio dell’Appenino nei confronti dell’arte contemporanea e della fruizione delle opere. Da tre anni il progetto #artOFF invita mensilmente – bimensilmente artisti di diversa generazione ad esporre presso gli spazi dell’Associazione. Vista l’importanza della “Sala della Terra” si vuole espandere il progetto invitando con la stessa cadenza sopraindicata un artista per volta con un’opera specifica a dialogare con la sala.Questa diviene così un’occasione di rileggere l’importante patrimonio della sala mettendolo in dialogo con un linguaggio complesso come quello dell’arte contemporanea.

Il nuovo progetto E(ART)H OFF – contiene già nel nome la doppia natura: terrasuoloterreno e arte. OFF vuole indicare l’ubicazione nel territorio dell’Appennino “distante” e “differente” dai centri cittadini.Dietro la suggestiva denominazione “Sala della Terra” si nasconde un’eccezionale esposizione che ripercorre la storia delle lontane ere geologiche e ci riporta alle origini dell’Appennino bolognese. I materiali che i visitatori possono ammirare provengono da un appassionato ricercatore locale, Ultimo Bazzani, che ha donato al Comune di Castiglione oltre duemila reperti mineralogici e paleontologici (fossili) raccolti in oltre trent’anni di ricerca nell’area compresa tra Castiglione dei Pepoli, Camugnano e Grizzana Morandi. I fossili sono stati studiati e classificati all’Università di Bologna da un gruppo coordinato dal professor Gian Battista Vai, direttore del Museo Geologico “G. Capellini”. Quattro sono le sezioni, evidenziate secondo criteri geologici e geografici. Alla fauna delle Argille Scagliose, Argilliti a Palombini appartiene un solo reperto, l’Anahoplites sp. che rappresenta un ritrovamento eccezionale per l’Appennino settentrionale, unico per quanto riguarda il bolognese. Si tratta di una Ammonite di piccola taglia, in ottime condizioni di conservazione. Altri reperti appartengono ai Calcari a Lucina: alcuni esemplari sono particolarmente attraenti per la presenza di cristalli all’interno dei bivalvi. Alla fauna della Formazione di Bismantova fa riferimento il maggior numero di reperti: da una parte invertebrati spesso ben conservati, dall’altra una notevole quantità di resti di pesci e in particolare di denti di squalo (oltre 800), che permette di tentare una ricostruzione sia dell’aspetto del fondale sia della colonna d’acqua soprastante. Ai vegetali della Formazione Cervarola appartengono pochissimi reperti tutti rinvenuti in località Bacino del Brasimone. Anche questi resti fossili, al pari dell’Ammonite, per la loro peculiarità e rarità rivestono un importante ruolo all’interno della collezione.

Accanto allo studio sui materiali, sono stati individuati quattro itinerari tematici che si snodano lungo l’Appennino bolognese e ripercorrono i siti da cui provengono i fossili esposti. In tal modo si è voluto creare un preciso ed evidente legame tra il territorio e il museo che ne è rappresentazione. Assai suggestiva è la realizzazione espositiva, curata da Ecosistema e Arklab: la sala si presenta come un ambiente in penombra (le pareti sono dipinte con colorazione scura), nel quale i fossili e i pannelli che li illustrano e contestualizzano sono illuminati con fasci di luce concentrati, che li isolano dal contesto. Al centro dell’ambiente un’apposita struttura, che ripete le forme del fossile, ospita la teca dell’Anahoplites, che in tal modo viene a trovarsi anche fisicamente al centro della sala e dell’esposizione. Determinante per la realizzazione della “Sala della Terra” è stato anche l’apporto del Parco dei Laghi di Suviana e Brasimone, grazie al quale sono stati realizzati gli arredi e i pannelli informativi. In tal modo la Sala è divenuta uno dei centri visita del Parco, nel quale vengono sviluppate tematiche complementari a quelle degli altri tre (Camugnano, Suviana e Poranceto).

Il primo intervento site-specific che verrà ospitato nella “Sala della terra” – “Schegge di nuvole / Splinters of clouds” conferma l’azione poetica commemorativa dell’artista Oreste Baccolini. Durante alcune passeggiate lungo i crinali delle montagne di Grizzana Morandi l’artista ha ritrovato frammenti di bombe e successivamente le ha fatte cromare d’argento. La cromatura dei metalli oltre ad avere una funzione protettiva è in grado di aumentare notevolmente la resistenza delle superfici alla corrosione generica e all’usura del tempo, rendendole eteree, ed estranee ancora una volta al contesto originario. Da un uso bellico ad un uso metaforico, poetico – le schegge divengono frammenti di una fragilità umana percepibile, ma soprattutto condivisibile. Vengono trovate, spogliate, rilette e rese libere. Quasi “Pasoliniane” ci interrogano con ferocia e poesia. L’artista racconta: “Le montagne dell’Appennino tosco-emiliano, a settant’anni dalla fine della Seconda guerra mondiale, sono ancora disseminate di reperti ferrosi derivanti dalla frammentazione di ordigni di diversa natura, in particolare proiettili di cannone e bombe aeree, che sono stati esplosi o fatti cadere dal cielo. Dal cielo sono arrivati, prendendo forme di nuvole.” Per introdurre maggiormente il pubblico verso questo intervento, sul profilo IG di Officina 15 sono raccontati altri lavori dedicati alla storia che l’artista Oreste Baccolini ha portato in questi ultimi anni nel territorio dell’Appennino, in diverse mostre – come “Papà tornare”, “La Vergato Liberata”, “Less is more” – tra memoria storica e trasversalità mediale.

DOVE:

Sala della terra, Centro di Cultura Paolo Guidotti
Via Aldo Moro, 32
40035 Castiglione dei Pepoli (BO)

TITOLO: “Schegge di nuvole / Splinters of clouds”
DATE: 15 Luglio – 15 Settembre
A CURA DI: Federica Fiumelli
ARTISTI: Oreste Baccolini

COME ARRIVARE:

In auto: Siamo a pochi Kilometri dall’autostrada A1/E35, uscita Badia della Variante di Valico, oppure dalle uscite della Panoramica di Pian del Voglio per chi proviene da Bologna e di Roncobilaccio per chi proviene da Firenze. In alternativa sulla strada provinciale 325 Val di Setta.

In treno: Per chi voglia raggiungere Castiglione dei Pepoli in treno occorre scendere alla stazione di San Benedetto Val di Sambro nel tratto della ferrovia Direttissima Bologna-Firenze e proseguire poi con l’autobus per 16Km sulla SP 325

INGRESSO LIBERO
ORARI: lu, mar, ven 15:30 – 19:00 / mer, sab 09:00 – 12:30
Altri giorni SU APPUNTAMENTO

For all the images: Oreste Baccolini, Splinters Of Clouds, 2020




Soglie. La fotografia di Martina Esposito

Al limite del distanziamento, della chiusura sociale e fisica a cui siamo stati sottoposti durante l’emergenza sanitaria iniziata lo scorso marzo, ci sono gli artisti, da sempre sensibili alle vicende di cui siamo testimoni. Oggi ho incontrato una fotografa, Martina Esposito, che col suo progetto Soglie ha aperto uno spiraglio durante i mesi del lockdown nelle barriere che in questo periodo ci hanno accompagnato.

I suoi scatti sono ispirati alle sperimentazioni condotte da fotografi come Vera Lutter e Abelardo Morell a partire dagli anni Novanta del secolo scorso e risultano molto lontani dai lavori d’indagine sociale già realizzati da Martina. Le riprese del resto testimoniano, in questo caso, il lavoro introspettivo di un’artista che, nella costrizione all’immobilità, riflette sul silenzio e l’attesa attraverso un amalgama di visioni d’interno ed esterno.

Alcune immagini hanno un taglio largo, documentaristico, altre si soffermano su un dettaglio intorno al quale si sovrappongono proiezioni e oggetti reali in una combinazione che interroga l’occhio sui confini oggettivi, fisici, che ci limitano dall’esterno, e quelli individuali o collettivi, autoimposti e interiori.

Racconta Martina: «Le pareti della mia casa cominciavano a farsi strette e pesanti, come mai le avevo sentite prima. Ho trasformato le mura che ci rinchiudono nel mondo che c’è fuori, quel mondo a cui vogliamo tornare. Ho trasformato le stanze, i corridoi in camere oscure».

La serie infatti comprende nove riprese d’interno eseguite con Nikon d750-obiettivo 24-70 2.8 e l’ausilio di un foro stenopeico che trasporta, capovolte, sulla parete opposta le immagini che penetrano dal foro, proprio come in una camera oscura a misura l’uomo. Sorprende notare la fortuna con cui questa procedura semplice e rudimentale, quasi una passeggiata archeologica nella storia della fotografia, si presta al reportage moderno.

La fotografa è stata così in grado di registrare, lenta, l’atmosfera di silenzio e sospensione che i negozi chiusi, le strade di Napoli deserte e gli sguardi annoiati del vicinato hanno conferito alle settimane di arresto pandemico. Nata come risposta fotografica ai diari di quarantena, Soglie è infatti una serie decisamente lontana dalla brulicante realtà partenopea. Il progetto registra l’impronta insolita di un mondo esterno troppo silenzioso e statico col quale l’artista cerca di mantenere un contatto necessario.

La composizione rifiuta la vacuità delle stanze riversandovi scenari tratti dall’esterno in una sovrapposizione che predilige i toni del bianco, del marrone fortemente contrastati e talvolta dell’azzurro. A interferire coi netti contorni degli oggetti la stratificazione delle immagini che spinge l’osservatore al di fuori dei confini dei locali. «L’evasione che fa da spinta al progetto è totale: riguarda lo spazio domestico, le abitudini che abbiamo imparato a considerare scontate, la condizione della generazione senza futuro per eccellenza, i millennials» conferma l’artista.

Martina Esposito (Napoli, 1991, vive a Napoli) è vincitrice di molti premi tra cui il premio Tiziano Campolmi in occasione di Setup Contemporary Art Fair 2018. Ha inaugurato la sua prima personale nel marzo 2018 presso il Castel dell’Ovo di Napoli. Per la prossima stagione ha in programma un appuntamento espositivo con Area35mm.

Sara Fosco

Info:

martinaespositoph20@gmail.com

martinaespositoph2.wixsite.com

Le immagini appartengono alla serie Soglie,  courtesy Galleria FadiBé, Messina e Area35mm, Napoli




Oreste, figlio di Agamennone, risorge nell’era della grande pandemia

La grande pandemia irrompe nella “società dell’esposizione”, che contraddice l’assioma di Walter Benjamin (cfr. Walter Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità, 1936) secondo cui il valore cultuale delle cose dipende dalla loro esistenza e non dalla loro esposizione, vale a dire dal «fatto che esistano» più che dal «fatto che vengano viste», in quanto il secret, il secretus, il soggiornare presso di sé, e quindi la negatività della separazione, sono per così dire costitutivi di tale valore. Lo spasmodico sviluppo delle nuove tecnologie del ventunesimo secolo sancisce l’estinzione del valore cultuale delle cose a vantaggio del valore di esposizione, operando una sorta di mercificazione globale per cui l’esistenza stessa dipende dall’esposizione, dal recepimento di interesse, da un “like/don’t like”, realizzandosi un transfer unico nella storia dell’umanità divenendo ogni soggetto oggetto pubblicitario di se stesso. Il virus planetario piomba d’emblée nella “società pornografica” del terzo millennio, dove tutto è denudato, esposto e destinato al “divoramento immediato”, come afferma Jean Baudrillard (cfr. Jean Baudrillard, Le strategie fatali, Feltrinelli, Milano, 2007), e dove non c’è posto per alcun tipo di opacità, regnando la trasparenza assoluta che annulla ogni riflessione estetica e che coincide con una sorta di vuoto di senso.

Oreste, figlio di Agamennone, è moribondo nel secolo scorso, è disumanizzato come il manichino di Giorgio De Chirico, è melanconico al cospetto di un’umanità che progressivamente contraddice se stessa, anzi dimentica se stessa irretita dagli idoli effimeri del consumismo, come se l’acquisto frenetico di cose fosse la via per il Trascendente, il senso ancestrale dell’esistenza umana, un macroscopico raggiro di cui diventa vittima e artifex, avvitandosi nell’alfa e nell’omega della “mondanità”, nel senso della vita terrena, destinata a perire. La “società della trasparenza” del ventunesimo secolo – tanto per usare una locuzione cara al filosofo sudcoreano Byung-Chul Han – sancisce la definitiva morte di Oreste. I suoi rimorsi, le sue espiazioni per il delitto di sangue che ha ad oggetto l’affetto più importante di ogni essere umano, la madre (Clitennestra), il desiderio di vendetta per l’uccisione del padre Agamennone, non trovano posto nella realtà della ipercomunicazione, della visibilità fine a se stessa, avente come unica finalità il recepimento del consenso, il like, che non è un “sì/yes” alla Verità, bensì l’adesione vacua all’immagine trasparente, foriera di ritorni mondani, non solo economici, nell’ottica della deificazione del sé, del “cercare se stessi in Dio e non Dio in se stessi”, come dice Giovanni della Croce.

La grande pandemia è un fulmine a ciel sereno, rimescola le carte in gioco, una sorta di switch grazie al quale le tecnologie digitali recuperano la funzione di strumento per l’espressione dell’essere umano, non sono più deputate all’esposizione, bensì al mantenimento dei rapporti umani costretti all’isolamento fisico per scongiurare la devastante infezione. Le persone tornano a guardarsi dentro e a prendere coscienza del grande baratro dove stagnano da almeno due decenni, con le leve opache dell’Amore seppellite dal frastuono dell’”apparire” fine a se stesso, del “like” a ogni costo, principio e fine di ogni falsa teleologia esistenziale. Oreste risorge grazie al virus , la pianta avvizzita ed esanime del deserto pornografico planetario riacquista linfa vitale, a un tratto si desta pieno di angoscia nel marasma delle infinite scelte possibili che si palesano, non ha paura di nulla, ma deve uscire dall’isolamento cosmico in cui l’umanità lo ha relegato per esprimersi nuovamente, l’actio da compiere è l’occasione per vivere ancora una volta, e lo stallo non può che essere foriero di follia, una follia che deriva dall’implosione elettiva di una nascita inaspettata.

In tale contesto si colloca la tragedia in quattro atti di Giacomo Maria Prati, dal titolo “La follia di Oreste”, pubblicata nel libro omonimo (G.M. Prati, M.E. Di Giandomenico, La follia di Oreste, casa editrice AIMAGAZINEBOOKS di Christina Magnanelli Weitensfelder, aprile 2020), dove l’eroe greco si agita pieno di angoscia nella Sparta di cui è re, quando il dramma è oramai finito, il delitto di sangue è compiuto, le espiazioni sono passate, ma forse mai trascorse nel suo animo. L’incedere letterario riecheggia gli scritti di Eschilo, quasi una sorta di prosecuzione di opere composte dai classici greci, dove però manca qualunque racconto, se non la rappresentazione di un Oreste che, pur esistente, non sembra avere un “poi”, manca la materia tragica che lo ha fatto salire sul palcoscenico dell’immaginario planetario, la sua follia nasce da una sceneggiatura di vita futura non ancora pensata, che tuttavia può finalmente sussistere nell’era della grande pandemia.

E Oreste è ognuno di noi, finalmente conscio del grande bluff della “società della trasparenza”, alla ricerca del senso ancestrale dell’esistenza, di fronte a un’apparente miriade di scelte possibili, grazie alle quali rendere la propria vita un capolavoro, e soprattutto dedicata alla verità, all’insegna dei valori che cromosomicamente costituiscono ogni essere umano. Come ho commentato nel libro, «Giacomo Maria Prati elabora da un lato una nontragedia mitologica e dall’altro, al contempo, rappresenta un’altra tragedia richiamata dalla prima, quella dell’umanità contemporanea, in una sorta di metonimia a contrariis. La sua allure artistica richiama Carmelo Bene, che in linea con il Teatro della Crudeltà elaborato ai primi del ‘900 dal drammaturgo francese Antonin Artaud, vuole disturbare la sensibilità dello spettatore, provocando in lui una sensazione acuta di disagio interiore così da vivere con inquietudine la rappresentazione proposta».

La follia di Oreste ispira anche Emanuele Torreggiani, che con versi poetici racconta il delitto sanguinario del mito greco, come se la narrazione dalla tragedia di Prati trasmigrasse altrove, e tra i vari “altrove” possibili, quello più immediatamente pronto ad accoglierla è senz’altro la sua composizione, che appare con scrittura “macchiata” di rosso in un mix suggestivo di parola e immagine. Christina Magnanelli Weitensfelder progetta ogni pagina del libro, come fossero tele di un pittore, figli prediletti, unica donna del consesso creativo e quindi madre affettuosa dell’intera iniziativa editoriale.

Giorgio De Chirico, Il rimorso di Oreste, 1969

Giorgio De Chirico, Oreste ed Elettra, 1974

Arnold Boklin, L’isola dei morti, 1883




Živko Marušič a Kranj

In Slovenia, alla Prešeren Award Winners Gallery di Kranj (https://gpn.si/2020/sl/), è in corso una mostra di lavori su carta di Živko Marušič. L’iniziativa che va sotto il titolo di  “Carnets”,  raccoglie decine e decine di pitture e disegni e gouaches, collage su carta, non solo riguardanti gli appunti di lavoro o le carte preparatorie dei suoi dipinti, ma anche i preziosissimi album che l’autore usa abitualmente per fissare e rielaborare le sue prime impressioni. Dobbiamo anche ricordare che questo appuntamento si ricollega al Prešeren Fund Award che circa vent’anni fa l’autore conseguì con le opere realizzate per la mostra “Painting is Dead – Long Live the Painting!” tenutasi alla Moderna Galerija di Ljubljana (1988), proprio per l’originalità del suo approccio alla narrazione figurativa.

In particolare, dobbiamo considerare come bellissime e degne di qualsiasi collezione che si rispetti quelle opere qui esposte dove il pastello si fonde con la grafite o dove altre fantasie segniche trovano nella sovrapposizione di più materiali la loro massima potenza espressiva. Le opere qui raccolte (e che vanno dal 1977 fino al giorno d’oggi) danno una visione molto ampia ed esaustiva di questo incredibile pittore che ha segnato l’apice dell’arte slovena, di impianto narrativo, per almeno tre decenni, a partire da quella riscossa della pittura internazionale che Achille Bonito Oliva teorizzò con il nome di  Transavanguardia. Questi lavori sono una sintetica modalità del suo modo di procedere: appunto su appunto, segno su segno, colore su colore, fino ad arrivare all’opera definitiva, ovvero l’immaginifico codificato dal lavoro lento e stratificato della pittura. La varietà dei temi trattati, la potenza del segno e della figura che prende corpo sulla superficie cartacea, la forza vigorosa del colore sono tutti elementi che rendono questa iniziativa davvero di massima godibilità.

Non va dimenticata anche la particolare ironia che l’autore mette in ogni immagine o nei suoi titoli, elementi questi due che sono anche ritratto perfetto del suo carattere non molto facile, sempre molto diretto e scontroso. Comunque, la grandezza la si riscontra in maniera facile pensando a un autore che riesce a dipingere in maniera egregia non solo quelli che potremmo definire quadri di storia (secondo una terminologia antica, con una molteplicità di figure umane), ma che riesce a dare poeticità anche ai pomodori, alle melanzane, alle patate, ai funghi e a quant’altro capiti sotto la presa diretta del suo sguardo.

Inoltre, si ricorda che in esposizione troviamo per la prima volta dei filmati che documentano il lavoro dell’autore, con interviste e commenti critici unitamente a video provenienti dall’archivio personale dell’autore. Ricordiamo in particolare il documento “Yugoslav New Image” che ebbe luogo nel 1983 a cura di Andrej Medved, alla City Gallery di Ljubljana, e che segnò una svolta nella storia della pittura slovena.

La mostra, al momento visitabile solo online, sarà aperta al pubblico per un mese, quando finirà l’emergenza dell’epidemia di Covid-19, ed è stata curata da Nina Jeza, Andrej Medved e da Marko Arnež, direttore della galleria. Catalogo: https://anyflip.com/bookcase/nrvzf

Vista parziale della mostra di Živko Marušič

Živko MarušičDettaglio di una parete con carte di Živko Marušič

Dettaglio di una parete con carte di Živko Marušič




Gilda Contemporary Art a Sostegno dell’Istituto Mario Negri

Gilda Contemporary Art lancia una campagna di raccolta fondi per l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri grazie alla generosità dell’artista Pina Inferrera.“FRAGILE maneggiare con cura” questo il titolo della serie di opere fotografiche di Pina Inferrera, che esprimono l’intima connessione di Uomo e Natura anche nella fragilità, ponendo l’attenzione sulla vulnerabilità umana, condizione condivisa in questa emergenza sanitaria. L’edizione è limitata a cinque esemplari per ogni immagine, formato 60 x 85 cm, stampati su carta cotone,  firmati dall’artista e numerati. Le opere si prestano a formare dittici o trittici e sono disponibili anche formati più piccoli.

Le opere, visibili sul sito di Gilda Contemporary Art, possono essere acquistate tramite una donazione diretta all’Istituto Mario Negri. Il progetto nasce dalla propositività di Paola Suardi, fondatrice di Alterego Comunicazione, e dell’artista Pina Inferrera che dona la propria arte a sostegno dell’impegno dei ricercatori del Mario Negri, fondazione privata senza scopo di lucro che opera da 60 anni nell’ambito della ricerca biomedica a servizio della salute pubblica. In questi giorni di emergenza l’Istituto è impegnato in prima linea: in collaborazione con gli Ospedali Niguarda e Sacco di Milano e Papa Giovanni XXIII di Bergamo, il Mario Negri porta avanti diverse linee di ricerca, per comprendere i meccanismi di azione del virus Covid-19 e trovare una soluzione all’attuale emergenza sanitaria.

Sempre attenta alla dimensione sociale, dal rispetto per l’ecosistema alla dimensione comunitaria consapevole, Gilda Contemporary Art conferma la riflessione nei confronti del ruolo sociale della cultura ampliandola con un supporto concreto, attraverso la campagna di raccolta fondi a favore della ricerca. L’arte e la cultura possono avere un ruolo nella diffusione di una maggiore consapevolezza del fondamentale ruolo della ricerca scientifica, uniti per risolvere l’emergenza sanitaria e migliorare la vita di tutti.

Pina Inferrera ha sempre creduto nella ricerca come parte intrinseca del progresso a fianco dell’umanità, cosi anche il suo impegno nell’arte è rivolto all’identificazione della realtà circostante con l’intento di indagare l’uomo e il suo habitat. Spazia dall’osservazione della natura e l’ambiente all’analisi di reperti. Ha sperimentato varie possibilità espressive: video, installazioni, fotografia. Adoperando scarti industriali ha realizzato opere site-specific dalle dimensioni imponenti capaci di ridisegnare lo spazio. Ha usato materiali innovativi che negli anni ‘80 ha definito “La Natura creata dall’uomo”. La fotografia è il mezzo privilegiato, e l’artista pur partendo dall’osservazione obiettiva della realtà, non rinuncia alla poeticità della visione. Le sue immagini si muovono fra reale e surreale in una natura incontaminata in cui l’uso particolare della luce suggerisce uno spazio spirituale. La sua aspirazione è di condividere un percorso del contemporaneo esaminando e mettendo a fuoco problematiche ambientali e lo stato d’animo esistenziale riconducibile allo Stimmung descritto da Heidegger. L’interesse verso la natura altro non è che una visione dell’uomo come parte intrinseca della natura stessa, una visione panteistica che immagina la spiritualità come la diretta conoscenza ed esperienza dell’universo.

Info:

www.gildacontemporaryart.it

Pina Inferrera FRAGILE maneggiare con cura 1

Per tutte le immagini: Pina Inferrera, FRAGILE maneggiare con cura, courtesy Gilda Contemporary Art




Lettera aperta di Francesco Pititto: il teatro e il suo test

Il teatro è corpo fisico, l’azione del corpo nel campo di una scena crea senso ed emozione, empatia, denuncia e rinuncia, antropologia e filosofia, storia e presente, qualche volta il futuro. Il corpo umano rappresenta l’immagine riflessa di un corpo umano, il corpo dell’attore rappresenta la rifrazione di un altro corpo umano, che appartiene ad un altro tempo, ad un’altra storia, ad un’altra dimensione. La sua funzione è segno, linguaggio.

Mai come oggi, al tempo della pandemia, il corpo fisico diventa l’elemento essenziale per definire i comportamenti e l’etica della polis, limitato o libero nei movimenti, definito come soggetto sociale e culturale, singolo e/o collettivo. Poi, un corpo economico, utile alla produzione oppure temporaneamente sospeso, o allontanato da essa. Chi era già ai margini, o privo di struttura a sostegno, attende che, passato il temporale, qualcuno si occupi di lui. Il teatro strutturato o lo Stato. Chi già faticava a vivere, spera di sopravvivere. L’economia male sopporta i tempi lunghi dell’introspezione, dell’approfondimento, dell’ignoto.

Però, nel tempo del vivere a domicilio anche il teatro strutturato, pianificato a lungo termine, dotato di grandi risorse teme l’incerto, e tutto l’indotto nei suoi diversi settori lo teme di riporto. Bene per le cinque proposte di Forlenza e quanto aggiunto dall’assessore regionale alla cultura Felicori, c’è bisogno di proposte e non deve prevalere la paura del vuoto economico, della sensazione di una povertà imminente più insopportabile di quella che il teatro non strutturato già conosce. Già affiora l’intento di ampliare il concetto stesso di strutture teatrali, certo il riferimento al maggior intervento sulla cultura in altri Paesi, come la Francia e la Germania ad esempio, deve seguire di pari passo questa felice intenzione. Così come superare la rigidità algoritmica o di rendita di posizione che caratterizza l’attuale intervento del MiBACT.

Il tempo della pandemia è il tempo della paura, aldilà della speranza tutta umana di uscirne al più presto, ma per il teatro? per il linguaggio del teatro? per il teatro del corpo fisico, il teatro dell’umano, sia che si rappresenti on stage sia che partecipi, guardando e vedendo?

Scrivevamo tempo fa: “Forse l’esperienza primaria della paura dovrebbe ritornare all’uomo, all’attore parafulmine, all’eroe mancante nell’epoca dei superuomini virtuali. L’uomo dovrebbe ritornare ad essere uguale a zero e, come scrive Hölderlin, nell’infinita debolezza trovare la sua massima potenza.

Se è nella decomposizione/trasformazione/trasfigurazione che l’opera d’arte percorre un vero cammino di luce e conoscenza, chi meglio dell’uomo, e quindi della forma artistica che non può prescindere dalla sua presenza – il teatro -, può riaffermare il primato dell’essere sull’apparire? Certo non tutto il teatro ma il teatro del falso movimento. La nostra esperienza artistica ci ha disegnato una mappa che è fatta di tanti percorsi scuri e oscuri ma dove abbiamo incontrato la vera bellezza lì c’era l’impronta di un passo incerto, claudicante, insicuro. Un balbettío. Fosse una “Veduta” scritta nella notte scura di Hölderlin o un “carne, dura marcia carne –“ di una luminosa attrice sensibile”.

Questo presente senza un domani, e per il teatro il domani è l’anno che verrà (se non tre anni dopo) impone di ripensare alle modalità del teatro, inteso come rappresentazione negli edifici teatri o in luoghi aperti, in ogni modo usati come teatri; impone pratiche di teatro nuove per l’uomo-attore così come per l’uomo-spettatore. Il corpo fisico è elemento fondamentale, ma altrettanto debole.

Nel tempo della pandemia ogni piccolo passo deve garantire sicurezza, difesa totale da aggressioni, garanzia di negatività al virus. La relazione tra regista e attore deve di necessità cambiare, può prevedere un periodo di prova a distanza, di studio e analisi, ma poi ci sarà sempre un luogo fisico dove l’umano si darà in pasto ad altri umani, l’immagine non potrà più ritardare l’evento, anche se adesso si mostra bellissima.

E lì sarà il corpo fisico, e allora occorrerà difenderlo da ogni pericolo. Si sta ancora sperimentando l’efficacia del test più completo, quello sierologico. Quando la percentuale di sicurezza avrà raggiunto l’apice, ed effettuati i test solo allora si potrà procedere a risalire in palcoscenico, e solo per le prove. Fra pochi, gli attori per i quali varrà la formula: il rischio fa parte della vita.

E così forse per gli spettatori distanziati, con mascherina e guanti. Le prenotazioni con l’aggiunta di certificato medico e di test terminati. La cosiddetta normalità, la socialità, la comunità verranno, ma solo con il vaccino. Più avanti, la scienza accelera ma ha bisogno di certezze. Intanto ben vengano le proposte, bene le riflessioni a ripensare un’arte che si dovrà armare di fluidità, differenza, più leggera nelle dimensioni per meglio mutare, meglio avvicinarsi ad altri umani, più duttile alla malattia, alla resistenza, al nuovo mondo.

Francesco Pititto
Lenz Fondazione




La 17. Biennale di Architettura: “How will we live together?”

La 17. Mostra Internazionale di Architettura – “How will we live together?” – curata da Hashim Sarkis, che avrebbe dovuto svolgersi a Venezia dal 29 ago al 29 nov 2020, slitta al 2021, da sabato 22 maggio a domenica 21 novembre. Di conseguenza, la 59. Esposizione Internazionale d’Arte, curata da Cecilia Alemani, che avrebbe dovuto svolgersi nel 2021, è stata a sua volta posticipata al 2022, e si terrà da sabato 23 aprile a domenica 27 novembre. Queste decisioni sono una presa d’atto dell’impossibilità di procedere alla realizzazione di eventi così complessi e di respiro mondiale, a causa del persistere di una serie di difficoltà oggettive dovute all’emergenza sanitaria internazionale in corso.

Il punto interrogativo del titolo coglie in uno sguardo a ventaglio i molteplici problemi strutturali della società contemporanea, sottolineando che in tutte le aree del mondo sono in corso fenomeni di intenso cambiamento, assai diversi tra loro ma accomunati dalla necessità di importanti modifiche nelle condizioni dell’abitare. L’architettura, vista secondo questa ottica che possiamo definire “impegnata”, diviene di fatto il riferimento di un vasto lavoro interdisciplinare, culturale e politico.

In un’epoca in cui è molto diffusa la sensazione (soprattutto tra le popolazioni più inermi ed economicamente più deboli) di non essere sull’onda di un progresso positivo, ma di subire i cambiamenti che esso comporta, diviene di grande utilità una Biennale che sottolinea l’identità di una società o di una comunità che sa guardare al suo futuro, per correggere storture, valorizzare risorse, e senza pretendere di poter chiudere gli occhi per interesse o egoismo. E come dimostrano numerosi fenomeni che interessano il mondo contemporaneo, i progetti non possono essere che il frutto di una estesa consapevolezza e diffusa collaborazione.

“Abbiamo bisogno di un nuovo contratto spaziale – dichiara Hashim Sarkis. In un contesto caratterizzato da divergenze politiche sempre più ampie e da disuguaglianze economiche sempre maggiori, chiediamo agli architetti di immaginare degli spazi nei quali vivere generosamente insieme. Gli architetti invitati a partecipare alla Biennale Architettura 2020 sono stati incoraggiati a coinvolgere nella loro ricerca altre figure professionali e gruppi di lavoro: artisti, costruttori, artigiani, ma anche politici, giornalisti, sociologi e cittadini comuni. La Biennale Architettura 2020 vuole così affermare il ruolo essenziale dell’architetto, che è quello di affabile convener e custode del contratto spaziale”.

Così prosegue il curatore: “Oltre ai nuovi problemi che il mondo pone all’architettura, l’edizione di quest’anno si ispira anche all’attivismo emergente di giovani architetti e alle revisioni radicali proposte dalla pratica dell’architettura per affrontare queste sfide. Ma più che mai, gli architetti sono chiamati a proporre alternative. Come cittadini, impegniamo la nostra capacità di sintesi per riunire le persone attorno alla risoluzione di problemi complessi. La convergenza di ruoli in questi tempi nebulosi non può che rendere più forte la nostra missione e, speriamo, più bella la nostra architettura”.

A questa edizione partecipano 63 paesi, mentre alla mostra centrale (suddivisa in 6 sezioni: Among Diverse Beings, As New Households, As Emerging Communities, Across Borders, As One Planet, How will we play together?) sono stati invitati 114 architetti (con uguale presenza di uomini e donne, provenienti da 46 paesi e con una rappresentanza crescente da Africa, America Latina e Asia). Segnaliamo infine il progetto speciale British Mosques, realizzato in collaborazione con il Victoria & Albert Museum di Londra, dove si presenteranno le soluzioni “architettoniche” di tre spazi adibiti a moschee nella città di Londra.

Info:

17. Mostra Internazionale di Architettura
How will we live together?
a cura di Hashim Sarkis
Giardini e all’Arsenale, Venezia
29 agosto – 29 novembre 2020
www.labiennale.org
infoarchitettura@labiennale.org

K63.STUDIO (Nairobi, Kenya; Vancouver, Canada) Osborne Macharia; sezione As New Households (Arsenale), ph courtesy La Biennale di Venezia

Hashim Sarkis, direttore artistico 17. Mostra Internazionale di Architettura, ph Jacopo Salvi, courtesy La Biennale di Venezia

TUMO Center for Creative Technologies (Erevan, Armenia) Marie Lou Papazian, Pegor Papazian; sezione As Emerging Communities (Arsenale), ph courtesy La Biennale di Venezia

Arquitectura Expandida (Bogotá, Colombia)
Ana López Ortego, Harold Guyaux, Felipe González González, Viviana Parada Camargo; sezione As Emerging Communities (Arsenale), ph courtesy La Biennale di Venezia

Olalekan Jeyifous (Brooklyn, USA) and Mpho Matsipa (Johannesburg, Sudafrica e New York, USA); sezione Across Borders (Giardini, Padiglione Centrale), ph courtesy La Biennale di Venezia




Le realtà ordinarie

In occasione di Arte Fiera 2020, all’interno di Main Project/ART CITY, Banca di Bologna presenta Le realtà ordinarie, mostra firmata da Davide Ferri. Questi sono gli autori invitati: Helene Appel (1976), Riccardo Baruzzi (1976), Luca Bertolo (1968), Andrew Grassie (1966), Clive Hodgson (1953), Maria Morganti (1965), Carol Rhodes (1959 – 2018), Salvo (1947 – 2015), Michele Tocca (1983), Patricia Treib (1979), Phoebe Unwin (1979), Rezi van Lankveld (1973).

Si tratta di una mostra di dipinti ed è stata pensata per lo spazio del Salone Banca di Bologna di Palazzo de’ Toschi, il cui programma espositivo arriva così al quinto appuntamento, dopo La camera (2016) e le personali di Peter Buggenhout (2017), Erin Shirreff (2018) e Geert Goiris (2019).

Questa mostra vuole essere un’indagine su alcuni aspetti della pittura del nostro tempo che si svolge a partire da un’idea di rappresentazione dell’ordinario e da una serie di domande molto semplici: esiste ancora una spinta verso i generi classici? in che modo i pittori possono assecondarla o eventualmente contrastarla? da cosa deriva la nostra attrazione, apparentemente inesauribile, per soggetti ordinari come nature morte, vasi di fiori, paesaggi, interni domestici? Inoltre, perché siamo inclini a considerare la rappresentazione di questi soggetti una zona franca, il luogo di un puro piacere dello sguardo, liberato dal gioco culturale dei rimandi e delle citazioni?

Il progetto prova dunque a tracciare i contorni di un territorio poroso e potenzialmente molto ampio: all’interno vi sono inclusi quadri di genere (o frammentari tentativi di aderire al quadro di genere), e dipinti più ibridi, quasi con tendenza all’astrazione, che partono da piccole epifanie, dall’osservazione di fenomeni e accadimenti minimi e quotidiani. Ma la mostra è anche incentrata sul tempo, sullo scorrere di un tempo apparentemente uniforme che si dispiega attorno a soggetti riconducibili al reale, che possono essere variati e ripetuti, articolarti in serie o emergere come elemento eccentrico all’interno della produzione degli artisti invitati.

La mostra rinvia, in seconda battuta, a una tradizione novecentesca legata al “ritorno all’ordine” – una tendenza che attraversa la pittura italiana dopo la fine della Prima Guerra Mondiale e gli anni conclusivi delle Avanguardie storiche – e vuole riflettere sull’ambiguità della parola “ordinario” (etimologicamente: conforme all’ordine), tenendo sullo sfondo la relazione tra lo stato attuale della pittura e i contrasti del momento storico in cui si colloca.

In questo senso la presenza dell’opera di Salvo è punto nodale di questo progetto, proprio perché sottolinea che quel generico ritorno all’ordine, che ha visto, negli anni Settanta, un predominio di autori come Baselitz, Immendorf, Lüpertz, Penck (solo per ricordare i più famosi), e in seguito l’affermarsi del fenomeno della Transavanguardia a livello internazionale, in Italia, in realtà si stava assistendo a una svolta, proprio nel momento in cui la coniugazione dell’arte processuale e disseminativa si andava affermando. Ecco, Salvo (autore presente con le lapidi nel libro sull’Arte Povera firmato da Germano Celant ed editato da Mazzotta sul finire degli anni Sessanta) aveva già gettato il sasso nello stagno ed aveva attraversato la riva del fiume: per esempio, ne è perfetta testimonianza la mostra da Franco Toselli, a Milano, in via Melzo, tenutasi nel 1973, e dove furono presentate le famosissime citazioni “pittoriche” del San Giorgio.

Info:

“Le realtà ordinarie”
a cura di Davide Ferri
Palazzo de’ Toschi
p.za Minghetti 4/D, Bologna
21 gen – 23 feb 2020
opening: mar 21 gen h 18.30
ingresso libero
info: l.raffa@bancadibologna.it

Le realtà ordinarie: Salvo, Arance, 1981, olio su tela, 19 x 24,5 cm. Foto Sebastiano Pellion di Persano, courtesy Norma Mangione Gallery e Archivio Salvo, TorinoSalvo, Arance, 1981, olio su tela, 19 x 24,5 cm. Foto Sebastiano Pellion di Persano, courtesy Norma Mangione Gallery e Archivio Salvo, Torino

Carol Rhodes, Surface Mine, 2009 – 2011, olio su tavola, 50 x 56,5 cm, courtesy of the Estate of Carol RhodesCarol Rhodes, Surface Mine, 2009 – 2011, olio su tavola, 50 x 56,5 cm, courtesy of the Estate of Carol Rhodes

Luca Bertolo, Il fiore di Anna #2, 2019, olio e pastelli su tela, 200 x 250 cm, courtesy Spazio A, PistoiaLuca Bertolo, Il fiore di Anna #2, 2019, olio e pastelli su tela, 200 x 250 cm, courtesy Spazio A, Pistoia




Y.K. L’altra metà del cielo

“Y.K. L’altra metà del cielo” è un rituale, un evento celebrativo, una camera immersiva, un’opera che si esprime attraverso i diversi linguaggi dell’arte. Marsala District torna a presentare un lavoro di Diego Repetto : “Y.K. L’altra metà del cielo” , un rituale, un evento celebrativo del lavoro di Yves Klein, una camera immersiva, un’opera che si esprime attraverso i diversi linguaggi dell’arte e sonorizzata da Gianni Moroccolo. Y.K è presentato in prima nazionale a Bologna in occasione di ArteFiera, presso lo Spazio Altrove, nuova realtà attiva nella promozione culturale a 360°. Attraverso una lettura del genio di Yves Klein, Yves Le Monochrome, che trovò la sua massima espressione artistica nel colore blu, l’installazione artistica immersiva ideata dall’architetto e artista Diego Repetto con la sonorizzazione del compositore e musicista poliedrico Gianni Maroccolo è un omaggio all’artista francese prematuramente scomparso nel 1962 all’età di 34 anni.

Prendendo spunto dall’esposizione “Le Vide” (Il Vuoto) del 28 aprile 1958, si ricrea uno spazio concettuale in cui il visitatore si immerge nel vuoto. Al centro dello spazio si trova un piedistallo rivestito di tessuto bianco (a memoria dell’architettura pneumatica cara a Yves Klein) che sorregge un’urna cineraria trasparente, creata appositamente per l’installazione dalla Matthews International S.p.A. L’urna contiene circa 2,5 Kg di pigmento blu oltremare in polvere a rappresentazione delle ceneri di Yves Le Monochrome. Uno studio del Dipartimento di Antropologia dell’Università della Florida (USA), definisce che un uomo adulto cremato produce in ceneri circa il 3,5% del suo peso. Oltre all’elemento scultoreo, l’installazione è costituita da un’opera di animazione video dal titolo “L’altra metà del cielo” in cui Yves Klein dopo essere “saltato nel vuoto” vola diventando il cielo stesso, catturando il blu assoluto nell’altra metà del cielo. L’opera di animazione video, realizzata dal Creative Lab milanese Qubla, attraverso un linguaggio artistico basato sulla creazione e riproduzione di immagini in movimento, anima il Salto nel vuoto del pittore francese.

Ad accompagnare il visitatore in questo percorso alla scoperta del mondo di Yves Klein, il musicista Gianni Maroccolo crea una sonata per soli bassi saturi liberamente ispirata alla Symphonie Monotone di Klein, generando una sonorizzazione che trasporta il pubblico nell’essenza del blu. Il blu è stato nominato a fine 2019 dal Pantone Color Institute come colore dell’anno 2020. Laurie Pressman, vice presidente dell’International Sellers of Color, all’Associated Press ha dichiarato che il colore blu offre stabilità e connessione, trasmettendo una presenza rassicurante e creando una sensazione di grande spazio e fiducia nel futuro.

Per ulteriori informazioni e prenotazioni:
——>> marsaladistrict@gmail.com

Diego RepettoDiego Repetto




Luca Coclite. Supertrama

Marktstudio inaugura la sua attività espositiva, nell’ambito di ART CITY Segnala 2020 in occasione di Arte Fiera Bologna, con una mostra personale di Luca CocliteSupertrama.

Marktstudio è un progetto dell’artista Giuseppe De Mattia, in collaborazione con Enrico Camprini, Federica Fiumelli, Eleonora Ondolati e Carlo Favero. Nasce all’interno dei locali de “Il Perimetro dell’Arte”, laboratorio e negozio di cornici situato nell’area della città denominata Manifattura delle Arti a Bologna.

Marktstudio non è solo un contenitore di progetti artistici, ma progetto artistico in sé. Esso si pone l’obiettivo – attraverso la presentazione di opere di artisti di diverse generazioni e tendenze – di indagare i cortocircuiti interni alle tradizionali concezioni di spazio espositivo e di vendita, in rapporto alla dimensione artigianale e di “bottega”.

Il progetto si rifà alle origini del concetto di galleria d’arte come lo conosciamo oggi: il riferimento rimanda ai corniciai e antiquari parigini di fine Ottocento, o ai magazzini delle gallerie d’arte dell’epoca, esempi di contesti in cui la dimensione commerciale e la fruizione degli oggetti artistici non erano ancora del tutto parte di un sistema strutturato come quello odierno.

Il Perimetro dell’Arte” affida dunque a Giuseppe De Mattia la progettazione dello spazio espositivo della sua bottega. Con l’intento di trasformare “Il Perimetro dell’Arte” in uno spazio ibrido, De Mattia decide di farsi affiancare da Enrico Camprini, giovane curatore con cui già aveva lavorato, per sviluppare un ciclo di mostre. La scelta degli artisti o dei collettivi che verranno proposte, determinerà un programma di circa tre o quattro mostre l’anno. Tutte le mostre saranno accompagnate da un prodotto editoriale pubblicato da Libri Tasso (Giuseppe De Mattia, Eleonora Ondolati e Carlo Favero).

Supertrama, che dà il titolo alla mostra, è una serie su cui l’artista ha lavorato negli ultimi anni e con la quale prosegue la sua ricerca sul tema del paesaggio, indagandone la dimensione non solo estetica ma anche culturale, sociale e politica e si inserisce all’interno di una ricerca più ampia sulla percezione del paesaggio.

In particolare, le opere esposte rappresentano l’esito della riflessione di Coclite sul graduale cambiamento di una parte di territorio che lo riguarda da vicino, la costiera mediterranea del sud, dove il processo di desertificazione, favorito anche da scelte politiche inadeguate, e il proliferare dell’industria turistica minano l’equilibrio paesaggistico e “culturale” del territorio.

Servendosi di una trama ricavata dall’utilizzo del fico d’india, pianta alloctona per eccellenza che nel tempo si è naturalizzata l’artista crea immagini tracciando le coordinate di una nuova natura rivisitata, non spontanea e irrimediabilmente determinata dall’impatto umano.

Le Supertrame, realizzate su differenti supporti, richiamano figure e forme riconducibili ad elementi di un ecosistema esistente e al tempo stesso lo celano e lo modificano, stimolando lo sguardo dell’osservatore a un esercizio di riconoscimento, oppure aprendo al libero gioco dell’immaginazione.

La scelta di un materiale organico come matrice delle opere non è casuale. Lungi dall’essere inteso soltanto come una sorta di stencil vegetale, esso rappresenta un punto di riferimento concettuale per l’esposizione: non come immagine in sé, ma come metafora. Presente in mostra con lo scopo, apparentemente ludico, di documentazione fotografica, la pianta esibisce segni indelebili di passaggio, tracce, sovrascritture; allo stesso modo tutto un ecosistema mediterraneo sta subendo da un decennio un processo di radicale modifica, di riconfigurazione.

Laddove, nelle società tardo capitalistiche, l’immagine di luoghi che si configurano come votati al turismo di massa si identifica nel cliché edulcorato, nella visione edenica e rassicurante, spesso parziale o mistificatoria, Coclite mette a nudo il lato oscuro dell’attuale paesaggio mediterraneo, svelandone l’ossatura ibrida e post-naturale.

BIO

Luca Coclite (1981, Gagliano del Capo, LE) si focalizza sull’analisi dell’immagine contemporanea legata al paesaggio e all’architettura come terreno sul quale indagare diversi fattori sociologici che ne scaturiscono. Da diversi anni osserva la trasformazione dei territori, il paesaggio che lo circonda e con esso le contraddizioni insite negli aspetti politici e sociali. Per i suoi lavori ricorre all’utilizzo di differenti linguaggi visivi, prediligendo il disegno, la fotografia e il video. Quest’ultimo, nello specifico, formalizzato all’interno di installazioni ambientali, è un mezzo che gli permette di andare oltre la narrazione. Il risultato è una cosmologia di impulsi visivi in grado di generare scenari immersivi dove materialità e immaterialità, convivono nella stessa opera. Dal 2006 è attivo come artista e sperimentatore, ha partecipato a diversi programmi di residenza tra cui “Legami” al Centro Cultural Borges di Buenos Aires o, grazie alla borsa di studio di NCTM e L’Arte, all’Experimental Intermedia di New York. Negli ultimi anni è stato impegnato in diversi progetti artistici e curatoriali, tra i quali Ramdom e Casa a Mare. Nel 2018 fonda Studioconcreto.

INFO

DOVE:

MARKTSTUDIO
Via Don Giovanni Minzoni, 7/A, 40122 Bologna

TITOLO: “Supertrama”
DATE: 23 Gennaio 2020 – 14 Marzo 2020
VERNISSAGE: 23 Gennaio – h.18:30
A CURA DI: Enrico Camprini
ARTISTI: Luca Coclite

INGRESSO LIBERO

ORARI DI APERTURA in occasione del weekend di ART CITY Bologna:
 Venerdì 24 gennaio: 9:30-12:30 / 15:30-20:00
Sabato 25 gennaio: 9:30-12:30 / 15:00-22:00
Domenica 26 gennaio: 15:00-20:00
ORARI ORDINARI:
 Lun., mar., mer., ven.: 9.00-12.30 / 15.30-19.30
Gio., sab.: 9.00-12.30
Dom. su prenotazione

 

Luca CocliteLuca Coclite, supertrama, fico ateniese, 2018

Luca Coclite, supertrama #5, 2019

Luca Coclite, supertrama, fico ateniese, 2018